“Un fiume di guai” – Estratto 9

Viola (la protagonista) ha ormai capito che l’attività che ha rilevato è oggetto di interesse da parte di un’organizzazione criminale di stampo mafioso. In piena crisi esistenziale e personale – dopo aver litigato violentemente anche con il suo compagno Italo – fugge da Marina di Morea e torna a Siena alla ricerca del suo passato e delle sue origini.

Volevo rivedere la casa costruita da papà, dove avevo trascorso i primi anni della mia vita: lo strano tetto verde spiovente, i giardini a gradoni su ambo i lati della villa, l’immensa terrazza sopra al garage. Lì avevo imparato ad andare in bici e trascorso interi pomeriggi a giocare a cinque-e-cinque-dieci lanciando la palla contro il muro in attesa che la tata mi chiamasse per la merenda.

Eccola. Parcheggiai e feci un giro a piedi. Era come la ricordavo, solo più piccola. Osservando le finestre, mi tornarono in mente i mobili, la luce, i colori, le sensazioni, gli odori. Mi rividi affacciata a una di quelle finestre, in fremente attesa del ritorno di mamma e papà dal lavoro; il rumore della porta che si apriva; la corsa nell’ingresso e il salto fra le loro braccia per coprirli di baci.

Oltre la casa, sulla vetta della collina, c’era la pieve dove avevo frequentato il catechismo. La raggiunsi. Il portone della chiesa era sbarrato, un cartello diceva: «Si apre solo su prenotazione per matrimoni e battesimi».
Mi sedetti sui gradini. Anche la fontanella della Madonnina, dove mi fermavo a bere, era sparita. Sentii riaffiorare le lacrime; mi soffiai il naso e ripresi il mio viaggio.
Istituto Santa Maddalena: asilo, elementari e medie.
Io ero la piagnona col fiocco storto e i calzettoni che calavano sempre sulle caviglie. Qui avevo preso la licenza media con una pedata nel sedere e l’esplicito consiglio della cornacchia – la direttrice – di non iscrivermi all’impegnativo liceo linguistico sperimentale del Sacro Cuore, che mia madre aveva già scelto per me.

Avevo passato i successivi cinque anni sotto un impietoso bombardamento di inglese, francese, tedesco, greco, latino, con lancio di granate piene di trigonometria, chimica, astronomia e biologia. Al primo anno avevo perso la battaglia – sconfitta in tre materie – ed ero tornata a casa accompagnata dal caustico commento della Madre Superiora: «Se non è in grado di stare al passo con gli elevati standard del nostro istituto sarà meglio che cambi scuola»; era seguita la chiosa di mio padre, origliata casualmente: «Lasciamo perdere gli studi e mettiamo Viola a lavorare in ditta con noi»
Quest’ultima affermazione aveva ferito il mio orgoglio al punto da trasformarmi in soldatino modello: nella lustra divisa d’ordinanza – kilt e gilet blu su camicetta bianca dal collo inamidato – ero diventata la prima della classe e avevo finito per diplomarmi col massimo dei voti.

Ingresso del Sacro Cuore: piazzale contornato da cipressi, edificio incombente, gradinata di pietra serena lucidata dalle migliaia di piedi degli alunni. Nulla era cambiato.
Una suora intenta a sistemare le aiuole a lato del portone, si accorse della mia presenza. «Señora, sta cercando qualcuno?», chiese venendomi incontro.
«Madre Martinez de la Cruz! É lei?». Un poco più rotondetta e curva di come la ricordavo, ma i baffetti scuri e le sopracciglia folte erano rimasti tali e quali. Lei mi squadrò per qualche istante frugando nella memoria.
«Viola Ferrario? Me recuerdo di te. Eri quella che cantava como un angelo. Alla messa tu voce era la mejor de todas. Como te sei hecha grande. Madre de dios, quanto tiempo è passato». Si pulì le mani terrose nel grembiule, mi abbracciò e mi baciò sulle guance.
«Che fai aquì Viola? Sei in visìta?».

Non avevo idea del motivo per cui fossi lì. «Sì, in visita, credo…».

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 9 ultima modifica: 2017-09-05T08:15:39+00:00 da Eleonora Scali

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