“Un fiume di guai” – Estratto 12

Il marina di Viola viene utilizzato come base investigativa dalla DIA. Durante un blitz notturno la polizia piazza delle microspie per dare inizio a una serie di intercettazioni nei confronti dei mafiosi

Ci recammo al marina e ci sedemmo in ufficio al buio, ad aspettare. D’un tratto, Alessandro annunciò: «Eccoli».
(…) un’auto lenta e silenziosa, procedeva a fari spenti. Dietro alla prima ne seguivano altre tre. «Accipicchia, quanti sono», mormorai. Chiusi il cancello e mi diressi all’officina. Quando aprii il portone una dozzina di occhi perplessi mi squadrò dalla testa ai piedi. Spano spiegò: «Questa è la signora Viola Ferrario, proprietaria del marina».
Imbarazzatissima, mi sistemai in un angolo, tentando di sembrare parte dell’arredamento.
La squadra, composta da nove uomini oltre Alessandro, si mise ad armeggiare intorno alle attrezzature senza degnarmi di uno sguardo. Tutti in piedi, intorno a un bancone da lavoro, estraevano vari oggetti dalle valigette che avevano portato.

Oltre a Spano, Casoni e altri due colleghi che conoscevo già, c’era un tizio sulla sessantina con capelli grigi e ricci, completamente vestito di nero, due giovanotti in jeans e maglietta scura con pistola e radiolina appesa alla cintura, un tipo con la faccia da teppista e uno rigoroso e distinto.
“Bell’assortimento”, pensai.
«Allora Beppe, è a posto l’attrezzatura?», chiese Casoni a uno dei due giovanotti, sollevando dal tavolo un aggeggio che a me sembrò il cappuccio di una penna biro.
«Perfetta, e di prima qualità. Guarda – fece quello indicando un punto fuori dalla mia vista – qui c’è l’allaccio all’alimentazione e da questa parte un bel microfono miniaturizzato». Snocciolò una serie di dati tecnici riferiti a potenza, raggio d’azione e non so cos’altro.
«D’accordo Beppe – tagliò corto Casoni – l’importante è che li piazzi bene, che non si vedano e si senta perfettamente».
«Sì capo. Sempre che Mimmo mi faccia entrare», rispose il giovanotto piazzando una bella pacca sulle spalle di quello brizzolato. «Eh, che dici, ce la facciamo?».
Mimmo, assorto nel controllo di una striscia di velluto nero contenente una specie di set da manicure, rispose: «Ci proviamo».
«Dai Mimmo, è solo un ufficio di merda, mica una cassaforte», lo canzonò Beppe.
«Sfotti, sfotti. Tanto il lavoro rischioso tocca sempre a me.
(…)

Passavano i minuti, gli uomini continuavano a chiacchierare e a prendersi in giro, nessuno faceva nulla. Cominciai a domandarmi che diavolo stessero aspettando. Spano interruppe i miei pensieri: «Vieni Viola, voglio presentarti una persona». Mi alzai e raggiunsi il tipo distinto.
«Il dottor Giuseppe Ardenti, il procuratore che ha autorizzato le indagini. Questa è la signora Viola Ferrario».
Gli strinsi la mano. In realtà avrei voluto gettarmi ai suoi piedi e baciarli.
«É stata molto coraggiosa a non mollare, sa? », esordì Ardenti.
«Non è coraggio, è disperazione. Ho investito i risparmi di una vita in questo posto e se mi costringono a lasciarlo non so proprio dove andare a sbattere la testa».
«Comunque sia, grazie per la collaborazione. Ce ne fossero come lei, il nostro lavoro sarebbe molto più facile e ci sarebbe meno brutta gente in giro».
(…)

Così, venni a sapere le modalità dell’operazione di quella notte.
Giorni prima, Alessandro e Casoni avevano individuato un punto della recinzione dal quale fosse facile scavalcare per raggiungere il loro ufficio. Alessandro avrebbe abbassato la rete per far saltare lo scassinatore (Mimmo) dall’altra parte e subito l’avrebbe risollevata. Una volta che la porta fosse stata aperta, avrebbe eseguito l’operazione contraria, per far rientrare lo scassinatore alla base. Poi, sarebbe stato il turno del tecnico-microfonista (Beppe) infine, di nuovo Mimmo per richiudere la porta a chiave. (…)

All’una e quarantacinque il blitz partì, come da programma. Mimmo stava scassinando la porta dell’ufficio della Caravella, quando la voce del palo gracchiò nella radio di Casoni: «Vedo un’auto. Arriva qualcuno».
«Cazzo – sbuffò Casoni – Mimmo, Mimmo, mi senti?».
«Affermativo».
«Abbiamo visite. O entri subito, o te ne vai».
«Fatto. Entro».
«Resta lì immobile, finché non ti do il via libera».
Era la guardia notturna. Scese dalla macchina, giusto il tempo di mettere il cartellino di controllo in una fessura del cancello e se ne andò senza accorgersi di nulla.
“Fantastico”, pensai “e noi li paghiamo pure, questi deficienti”.

Mimmo lasciò il campo a Beppe per le microspie, venne fatta una prova di funzionamento, Mimmo richiuse la porta a chiave e tutti quanti rientrarono alla base.
Durata totale dell’operazione: diciassette minuti.
I più lunghi della mia vita.

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 12 ultima modifica: 2017-12-05T08:18:51+00:00 da Eleonora Scali

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