Archivio per tag: Simba

Simba, Simba! 2/2

“Non potrebbero aspettare di vedere chi c’è e cosa portano e poi sistemare il bagaglio?”.
La categoria del pensiero organizzativo è sconosciuto ai bantù.
Quando dopo quattro ore fu definito il carico e fu definito il numero dei passeggeri, il pickup sembrava la cupola del duomo ed io contai diciassette persone. Ma me compreso.
E mentre salivo a sedere sul tettuccio della cabina (sarà stato un posto nobile?!), vidi arrivare il boss, che naturalmente era il guidatore, mentre si portava dietro un vecchio fucile ad avancarica.
“Che se ne farà? Belve? Banditi?”. Non approfondii.
Si parte. Tempo bello. Io che mi dovevo arreggere al portapacchi su cui sedevo per non cader giù per il dondolio pauroso.
Non è una strada, sembra più una pista da bob, ma con sponde di terra ed alquanto dissestata.
Per ora la maggior difficoltà è data da queste piante che hanno degli aculei di sei, sette centimetri, che ti vengono incontro precisi all’altezza dello stomaco.
Dal cofano si alza una nuvoletta di vapore. Acqua che bolle. Ci si ferma. Tutti a terra. Ci sono un paio di neri un po’ più chiari, con i tratti dei somali, che mi guardano di traverso. Devono aver saputo che sono italiano ed a quanto pare i miei compatrioti non hanno lasciato loro un bel ricordo.
Stiamoli alla lontana. Aspetto al limitare della pista, un po’ discosto. Sono in tre o quattro con la testa affogata dentro il vano motore. Il boss impartisce ordini.
Dopo mezz’ora si riparte. Tutti su. Altri venti minuti di viaggio e scoppia una gomma. Rifermi.
I ragazzi del carbrush, due, armeggiano con crick e chiavi.
Di nuovo in carrozza. Si riparte e…dopo altri venti minuti ribolle l’acqua. Si sarà fatto in due ore sì e no cinque chilometri.
Alla terza volta, che si alza la nuvoletta di vapore, un po’ curioso ed un po’ spazientito metto anch’io la testa sotto il cofano. Mi guardano sospettosi. Comunque voglio vedere cosa fanno.
Leggi tutto →

Simba, Simba! 1/2

“Quando parte?” Questa frase in realtà è la traduzione in italiano di un po’ di inglese e di parecchi gesti.
Sono davanti all’imbarcadero di una nave traghetto, sudato dal caldo appiccicoso e me la gioco con un nero del servizio portuale, che si riconosce per il ruolo, solo dal fatto che oltre all’infradito, ad un paio di pantaloncini corti ed una maglietta scolorita esibisce anche un cappello, sgualcito, ma con visiera.
Lago Tanganica. È  un mare stretto, profondo e lungo in mezzo all’Africa. Tanzania per la precisione.
L’ho raggiunto, io e lo zaino in spalla, sbatacchiato da un bus, per un giorno ed una notte, su una pista di terra rossa con l’intermezzo di due soste di un’ora ciascuno, causa forature.
Guardando questa distesa di acqua limpida, il lago è profondo anche più di mille metri, mi sono detto: “Perché non addentrarsi a sud?”
Non ci sono strade, l’unica via è quella sull’acqua.
Così mi ritrovo su questa nave, celestino scrostato, io unico bianco tra cinquecento neri. Mi guardano e sorridono, gli adulti. Mi guardano e ridono, i bambini. “Ma che ho il viso a pizzicorino?!”
È un po’ un viaggio alla cieca. Non sono partito molto attrezzato. Una guida piuttosto sommaria ed una carta ….molto generica e a grande scala. A metà del lago dà una città. Dopo che ho chiesto dieci volte a dieci persone differenti, sono quasi sicuro che il traghetto fermerà in corrispondenza del puntino.(mai chiedere: qui ferma la nave? Ti risponderanno comunque qualcosa, anche se non hanno capito, ma se hanno capito ti daranno la risposta che pensano che tu ti aspetti).
Dopo un giorno di navigazione e di sberleffi nei miei confronti, il barcone fa manovra: “Oh vuoi vedere che siamo arrivati?..Ma dov’è la città?. Guardo verso riva e ad un chilometro circa vedo dei tetti di capanna. “Un villaggio, macché città!”
La nave si arresta, molto lontana dalla riva. Io agguanto il mio zaino. “Ora si attracca”.
Dalla riva si staccano una decina di lance a motore. Alcuni passeggeri scendono per la scaletta di ferro esterna alla fiancata. Le donne anziane sembrano dover cadere da un momento all’altro. Non capisco.
Poi improvvisamente realizzo. La nave non si avvicina a terra e chi vuole scendere sale sulle lance dei parenti, che sono venuti a fare da navetta.
“Che fo? Scendo anch’io?”
Leggi tutto →