Archivio per tag: Salvina Pizzuoli

Giochi di parole e di colori 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Insomma, il grigio era stato a lungo il colore delle mie emozioni perché, ora lo so, era il colore della mia paura. Fucsia era quello della mia fatica; sì, tanta fatica, per fare tutto, qualsiasi cosa. Salire un gradino era come scalare una montagna e non è un modo di dire ma era vero davvero. Gocce di sudore imperlavano la mia faccia e la mia schiena ogni volta che il mio cammino era sbarrato dagli ostacoli creati dall’uomo; la natura è più misericordiosa!
Non voglio riproporre esperienze che il signor Swift nei panni di Gulliver ha saputo narrare a dovere, cioè di incontri ravvicinati con animali detti domestici ma per me paragonabili a bisonti.
E poi c’era la rabbia, quella sì che era rossa.
Quando mi arrabbiavo perché i miei sforzi erano stati completamente vanificati, allora sì; in un primo momento il colore era rosso porpora, ma poi piano piano sfumava nelle diverse gradazioni dell’arancio. Non sempre stava solo sbollendo, come si dice, stava trasformandosi in delusione, insoddisfazione, scontentezza, e non c’è emozione peggiore perché ti blocca e non vai più da nessuna parte. È così terribile che non ha nemmeno un colore. Ora so che quando non vedo colori è perché devo uscire dall’insoddisfazione e dalla scontentezza.
Dicono che il colore dell’emozione amore sia il rosso come la rabbia, ma guardandomi dentro, le poche volte che posso dire di essere stato innamorato, il mio colore è stato blu. Un blu forte e intenso, quasi notte. La prima lei che mi ha scatenato l’emozione blu mi era sembrata già alla prima occhiata bellissima, morbida e sensuale. Mi era scattato subito il meccanismo dell’incollo, nel senso dell’incolliamoci un po’, ma poi mentre mi avvicinavo a lei sentivo le membra irrigidirsi, i passi farsi pesanti e un gelo lieve farsi strada nel mio corpo.

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Giochi di parole e di colori 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Ho sempre guardato e forse a furia di farlo ho imparato.
Sembra facile, ma non lo è. Lo dico per esperienza. Spesso abbiamo l’impressione di aver visto, osservato, esaminato, considerato, scrutato, ispezionato, ma in realtà non abbiamo guardato veramente.
Sono gli occhi che mi permettono di guardare. Sono una finestra ed io mi affaccio.
Se do un’occhiata a qualcosa significa che la guardo di sfuggita, se faccio gli occhiacci a qualcuno vuol dire che non sono d’accordo, se sono occhiuto vuol dire che ho guardato con attenzione e sono stato cauto. Se poi ho l’occhio lungo vuol dire che riesco a vedere particolari che agli altri sono sfuggiti.
Oculato è chi sa guardare bene, ma così bene che tutto va poi per il meglio.
Non avere occhio, lontano dagli occhi, lasciarci gli occhi, occhi foderati di prosciutto, guardare con cent’occhi, darci un occhio, mangiare con gli occhi, tenere d’occhio, a colpo d’occhio, a occhio e croce…Sono frasi che ho sentito e ho appuntato nel calepino della memoria che mi hanno fatto capire e riflettere.

A furia di guardare ho capito che noi umani abbiamo due “sfondi”, uno dentro e un altro fuori: la faccenda si complica e la colpa è tutta delle parole mancanti, nel senso che spesso non ci sono proprio e occorre fare degli esempi o quelli che si definiscono “giri di parole”. Provo con gli esempi.
Per guardare dentro occorrono tanti occhi per non farsi sfuggire i legami tra il dentro e il fuori.
Il dentro è pieno di emozioni e le vedi perché sono colorate e ognuna ha precise coloriture o se è forte, è come un caleidoscopio.
Se guardate e vedete un qualcuno che sta seduto su di una panchina al sole, con gli occhi socchiusi, un velo di sorriso sulle labbra distese, il corpo rilassato quasi a combaciare con la panchina su cui è seduto come fosse di cera, le braccia abbandonate e il capo reclinato, bene, quel qualcuno ha un’emozione gialla; non un giallo carico, non limone o canarino, un giallino pastello, caldo e riposante.
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Pastoreau: “Blu. Storia di un colore”

Vi piace il colore blu?

Può sembrare solo una questione di gusti, ma Michel Pastoureau nella sua trattazione  spiega perché è da ritenersi una storia sociale la scelta o meglio l’affermazione di un colore sugli altri. Racconta le alterne vicende dei colori a partire dalle origini fino ai giorni nostri e in particolare del blu, il preferito dalle popolazioni europee a partire dal XVIII secolo, ma che non sempre ha ricoperto questo ruolo. L’affascinante trattato dello storico del simbolismo e massimo esperto di storia dei colori propone una lettura sociale dell’uso, significato e valore dell’utilizzo e dell’ambito di applicazione dei diversi colori.

Ad esempio in epoca romana ruber e coloratus erano sinonimi, confermando la predominanza del rosso su tutte le altre coloriture, mentre il blu era il colore dei Barbari. Occorrerà attendere oltre l’anno Mille perché il blu si affermi come colore “aristocratico” e tra i più belli, diffondendo il proprio primato dalla Francia alla Germania e all’ Italia.
La promozione del blu tra il XII e il XIV secolo è l’espressione di cambiamenti importanti nell’ordine sociale, nei sistemi di pensiero e nelle modalità di percezione scrive Pastoureau e diverrà, dopo aver fatto concorrenza al rosso e anche del nero ricercato nel XV secolo, il colore dominante associato a quest’ultimo durante la Riforma protestante.

Un saggio che non può non catturare con la sua miriade di riferimenti ad ambiti che parrebbero completamente distanti, ma che l’Autore avvicina e accosta nella semplicità delle osservazioni che a quel punto appaiono ovvie. Scorrevole e piano nella narrazione storica si legge senza intoppi con una scoperta ad ogni girar di pagina che cattura e sorprende.

 

Da www.tuttatoscana.net

Daniela Alibrandi: “Una morte sola non basta”

Prosa e Poesia - Daniela Alibrandi - Una morte sola non bastaUn incontro casuale, due esistenze, due mondi, uno popolare e l’altro borghese, nella Roma dell’immediato dopoguerra, s’incrociano su di una panchina di spalle alla pineta del Forlanini, il sanatorio, fuori dal nosocomio dove una nuova vita ha visto la luce e un’altra che vi è appena entrata è già segnata dal dolore e dall’assenza degli affetti fondanti; così il lettore, come lo spettatore di un film neorealista, viene introdotto nelle esistenze dei protagonisti: in un caso ai limiti dell’indigenza, ma dove nonostante tutto riesce a fiorire l’amore, come un fiore tra le miserie umane scaturite dall’ignoranza e dall’essere ai margini, malvissuti e derelitti, dentro quello spazio dell’anima in cui rancore e amore fanno rima; nell’altro anche chi gode di un certo benessere non per questo è immune da indigenze, sebbene affettive.

L’Autrice, la cui scrittura scorre piana e lineare lungo le pieghe del raccontato, sa avvicinare il mondo dell’Italia del dopoguerra al lettore cui diviene familiare perché sa punteggiarla di canzoni, di luoghi, di abbigliamenti, di abitudini di vita che come pietre miliari ne segnano il tempo, trascorrendo tra le deprivate realtà dei protagonisti: tre cucchiaini d’olio sono uno spreco ma l’egoistica esecuzione di qualcuno che ha la sola colpa di turbare un equilibrio di egocentrismi, lo rendono necessario; e nel rovescio della medaglia anche i meno sguarniti, i più agiati, quelli che possono permettersi di andare a Ostia e vedere il mare e che posseggono una loro automobile privata, ma anche quelli che ci si ammazzano andando a tutta velocità, non sono esenti da miserie anch’esse umane, umanissime, di solitudini e carenze affettive.

Le due storie corrono parallele in un primo momento l’una sbilanciata rispetto all’altra camuffata dentro un alone amoroso ma che lascia intuire al lettore le fasi del procedere: il dramma è nelle righe della storia che l’Autrice tratteggia sullo sfondo di quella del periodo che la inquadra e dove Roma rivive alla luce di quei ricordi che il tempo accumulato e trascorso spinge a riassaporare: pagine che la scrittrice sa dedicare alla sua città.

Nello scenario dell’Urbe che si trasforma dal dopoguerra al boom economico le due giovani protagoniste sono diventate due ragazze, infelici e sole nella realtà della propria esistenza, l’una con i suoi spettrali ricordi l’altra subendo ancora, vittime ancora: mentre all’inizio le loro giovani vite si muovevano tra l’amore e l’egoismo ed erano bersagli innocenti di menti turbate da ignoranza e presunzione di sapienza, o in un panorama che sordidamente le costringeva e stritolava, nella realtà nuova s’incontrano e si sostengono, riconoscendosi entrambe sole e bersaglio della sorte e di quegli esseri umani che per viltà avevano agito, taciuto, approfittato all’ombra di una “fede” con i suoi riti e le sue promesse.

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Tuzzi: Il mondo visto dai libri

Se dovessi decidere tra gli scritti di Hans Tuzzi quali regalare a Natale, metterei in lista anche questo ultimo lavoro “Il mondo visto dai libri” (Skira, Milano 2014). Sono un’estimatrice di Tuzzi narratore e non avrei mai immaginato di poterne apprezzare la saggistica-narrata relativa all’ambito antiquario dei libri.

Non è un romanzo, ma è come se lo fosse. Non è solo per bibliofili, anche se informa e documenta il corso degli eventi legato ai volumi di cui tratta con precisione da manuale: ne racconta la vicenda ora avventurosa ora curiosa o imprevedibile, ma comunque interessante che circonda ciascun testo che Tuzzi ha deciso di  porre al cuore di ogni capitolo con quel suo stile elegante e accattivante tra informazioni e aneddoti che arricchiscono e avvicinano il lettore a quel libro carico di una storia tutta personale e aiutano a comprendere perché chi li ama possa spingersi fino a uccidere per il possesso di uno di essi. Si scorrono i capitoli, tanti quante le lettere dell’alfabeto, da “Assassinare (per un libro)” a “Zanzibar” e si procede fra racconti dedicati  a persone e luoghi che attorno a quel libro o a quel genere di libri (in “Ornitologia” si incontra inaspettatamente Ian Fleming) ruotano come personaggi dentro la medesima storia, in una fabula avvincente anche perché impensabile e sconosciuta.

Dal Quattrocento ad oggi attraverso itinerari che si snodano ai quattro capi del pianeta seguendo e tratteggiando  un mondo di libri fatto dai libri:
Due anni dopo “la mano che pensa”, muore, registrata nell’elenco dei poveri, senza poter immaginare il successo che il libro sugli insetti del Suriname otterrà in tutta Europa […]
La citazione è tratta dalle pagine di “Merian, Maria Sibylla”, che sopravviverà nel  libro da lei illustrato con amore e passione per le incantevoli creature. Vite di donne, di libri illustrati e di librai: nelle pagine dedicate a “De Marinis, Tammaro” una figura unica nel mondo dei librai italiani Tuzzi racconta la storia del giovane napoletano che nonostante non avesse terminato gli studi, se non come autodidatta presso l’Archivio Storico di Napoli, raggiungerà le massime onorificenze nel panorama mondiale della peleografia; in chiusura riporta una frase di Umberto Saba che scoperta l’esistenza dei libri antichi, affermava in “Storia di una libreria” “emanavano un senso di pace: erano come dei nobili morti”.

La lettura mi ha così catturata che penso proprio di volerlo rileggere, per riassaporare con la calma di chi legge nuovamente i passaggi più gradevoli di questo mondo speciale visto attraverso i libri.

 

Da www.tuttatoscana.net