Archivio per tag: Salucco

Metempsicosis – Un filo d’erba (01)

Silenzio, solo silenzio. Buio, assenza di percezione dello schema corporeo, uno stato di coscienza pieno e in serena attesa come se Jack fosse ancora su quella macchina.
Come se dopo la morte fisica ci fosse da aspettare uno smistamento di anime, sospeso in un fermo immagine, arroccato ancora nel non-evolvere.

Ad un certo punto un forte calore, come quando dopo il freddo intenso di montagna e neve si entra in un rifugio di caldo e camino; un afflusso di sangue percepito dal basso verso l’alto, una linfa dolce e nutriente che irrora di vita e di senso l’esistenza.

Questo sentiva e la paura adesso saliva. Ma era una paura umana. Non era differente da quando il medico gli diagnosticò un tumore maligno rivelatosi poi un nulla di fatto, quella sensazione di irrimediabile conseguenza, di tutto finito, di domande inespresse per il timore delle risposte.
E non c’era corpo. O meglio, si accorgeva di essere un unico corpo, era come se fosse in un sacco a pelo, ogni movimento era possibile solo all’unisono. E poi era completamente cieco, muto e sordo. Ondeggiava.
Tutto quello che poteva immaginare riguardo all’aldilà, tutto quello che era il bagaglio archetipico dell’uomo pareva lì non avere senso. Solo percezione corporea e, ogni tanto, una botta qua e là, senza ordine o ritmo, come spintonato in un tram.

Un incappucciato ondeggiante. Jack sembrava rilassarsi, il terrore stava scemando; quel cullare e quei piccoli tocchi, quel forte ancoraggio che sentiva alla base, quel senso di non essere solo. Tutto pareva Naturale, armonico, pacifico.

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Metempsicosis – Fuori di me (02)

ATTENZIONE – LINGUAGGIO ESPLICITO

 

Suonò il campanello.
Entrò e c’era solo lei. Voleva fargli una sorpresa, gli disse, e lui si rese subito conto che lei voleva combattere la solitudine e darsi un’ultima speranza di affetto e d’amore. Cercò di assecondarla ma l’ansia cominciò a salire. Tutto nella sua testa malata era già stato calcolato: entro, due chiacchiere, tanti drink, coca e poi, appena la meccanica sessuale cominciava a funzionare e faceva ben sperare che durasse, cominciava l’orgia, la promiscuità, il caldo barattolo di cioccolata da spalmare su corpi umidi d’intenso piacere perverso.
Lei invece era lì, sola; e cominciò a piangere, a strillare, a contorcersi dal dolore. Voleva smettere di drogarsi, l’avevano beccata e sbattuta fuori di casa. Era lì, a casa di un’amica che le aveva concesso quella serata in solitudine con lui. Lui che non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi lì, obbligato a riflettere con lei di vite pronte a sgretolarsi e incapaci di reagire al peso di un’esistenza non più governabile.

Lei parlava, lui si sedava. Alcool prima e poi fumo, coca, agitazione in aumento, sudorazione, palpitazioni davanti a una tragedia, dentro un abisso.
Lei piangeva, lui non capiva cosa stesse dicendo. Aveva un barlume di coscienza che lo spingeva a reagire ma era paragonabile alla forza di un bimbo che vuole spostare una macchina in discesa senza freno a mano: lo avrebbe schiacciato di sicuro.
In una recondita parte di sé avrebbe voluto dirle qualcosa di utile ma la velocità della spirale aumentava e ormai il cono vorace lo assorbiva in sé: un tornado che cercava di chiudersi in una scatola, un vortice di ansia, impotenza, frustrazione, solitudine cosmica e desideri di morte. Cominciò a fare lo stupido cinico chiedendole di smettere con quei discorsi inutili e frivoli e di cominciare a scopare.

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Metempsicosis – Fuori di me (01)

Jack Morton, 34 anni, solo, alcolizzato e perennemente incazzato con il mondo, viveva in una topaia ai piedi di un monte, una specie di casottino in legno, una stufa e tanto sporco.

Non era sempre stata così la sua vita. Aveva avuto soldi, donne e fama ma la bramosia insaziabile dei suoi istinti primordiali e l’assenza di una figura di riferimento (aggravata da un contesto permissivo e privo di ogni regola) lo avevano portato sulla strada dell’autodistruzione.
Il suo compito principale era di non disintegrare la propria residua personalità; l’alcool colmava i buchi della sua anima come la ghiaia sulle dissestate strade di campagna. Tutto vano. E il buco nero che aveva dentro lentamente smaterializzava ogni speranza di attingere alla sorgente della vita: le relazioni affettive.
Aveva fatto terra bruciata, dopo la morte della madre; ogni donna, ogni amico, ogni essere umano era funzionale solamente alla soddisfazione dell’insaziabile appetito di droghe, alcool e sesso promiscuo. Tutto si perdeva in una spirale di vento forte e corpi e materia deflagrati.
Il suo corpo si intratteneva in attesa della Morte che, implacabile, arrivò.

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