Archivio per tag: Salucco

Metempsicosis – L’Amore che non ho avuto (03)

Perdersi è così semplice nella vita terrena, solo la morte lascia spazio alla speranza. Anche se pare paradossale, questo concetto aprì la mente di Jack che capì molto della propria esistenza che era sempre stata proiettata verso un’inesistente risposta. Solo l’accettazione di sé e del mondo rende liberi di star bene per quello che si può e che si è davvero.

L’affetto non è amore ma l’amore passa attraverso l’affetto e quando, per vari motivi, la nostra affettività è complessa o bloccata questo ne rende impossibile l’accesso, svuota di senso tutto ciò che viviamo e ci costringe a rifugiarci in patologiche alternative di pienezza.

Finirono di fare l’amore e nel silenzio pieno della stanza rimasero avviluppati per non perdere la scia di quel meraviglioso sentimento.

Jack capì che attingere al fiume dell’amore è possibile in ogni punto del suo letto ma comprese anche che la nostra destinazione di esseri umani è il mare, ove risiede l’assoluta e totalizzante sensazione di esservi imperniati in eterno.

Il caldo e il sudore si rinfrescarono all’intenso aumentare della brezza estiva, schiamazzi e chiacchiere di sottofondo giungevano dalla strada sottostante, il ritmo incessante di cicale enfatizzava la pienezza del momento e il profumo di piante di mare inebriava ancora di più il piacere provato, rimasto sulla bocca e nei pensieri come viaggio in un altro universo.

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Metempsicosis – L’Amore che non ho avuto (02)

Alzò lo sguardo; lei si stava alzando per sedersi sopra di lui e vide un corpo armonioso, le spalle delicate ed esili, un seno dalle linee perfette, un capezzolo di gioventù sana, un’anatomia che chiedeva tenerezza, protezione, ascolto, fusione.

Lunghi capelli neri le cascavano fino al petto come a stuzzicare un’anima pura; vi passò le mani tirando indietro la chioma lucida e ben tenuta. In questo movimento il seno risaltò, i suoi occhi scuri fissarono Jack con amore e lui ne rimase sconvolto.

Non credeva a ciò che stava provando: tutto era perfetto, caldo, esaustivo, tutto aveva un senso, i gesti, l’atmosfera, l’aria che respirava, non c’era incertezza, non c’era paura, non mancava niente e lento si abbandonò al sogno.

Jack aveva avuto due storie importanti nella propria vita ma quella che sicuramente aveva più inciso per la durata era quella con Sonia, una ragazza che lavorava negli uffici della ditta di famiglia; una donna giovane e insicura, senza personalità ma piena di amore e affetto materno per lui.

Lo adorava e ciò colmava gran parte delle inquietudini di Jack senza però mai farlo sentire appagato: vivevano un rapporto standard, routinario, senza bassi – ma anche senza alti – nella monotonia tipica di altre fasi della vita di coppia, non certo quella dei venticinque anni.

Con Sonia fare l’amore era meccanica scontata, canonica e quasi missionaria. Jack non aveva ancora preso il largo con le droghe e la dissolutezza ma certamente quel periodo non lo aiutò a trovare stimolo per altro. Le voleva bene ma non l’amava o almeno non se ne sentiva coinvolto né riusciva a proiettarsi verso il futuro.

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Metempsicosis – L’Amore che non ho avuto (01)

Jack cominciò a sentire una leggera brezza sui piedi. Avvertiva un fresco estivo, quel vento che porta il sapore del mare in casa, quella sensazione di benessere salato dopo una giornata di sole; non capiva bene, era ancora in uno stato di dormiveglia e non riusciva a uscire dal sonno.

Cominciava a rendersi parzialmente conto del percorso fatto. Era come quando, svegliandoti al mattino, speri che il brutto evento del giorno prima non sia vero. Ma lo era, era tutto vero. E Jack smaniava in un letto fresco d’estate, in una notte buia di vita calda e di cene al molo con fiumane di gente immersa nell’estasi della vacanza.

Non riusciva a svegliarsi e continuava ad avere strane percezioni di mondi lontani evocati da ciò che forse era la realtà circostante, non riusciva a prendere coscienza del tutto, aveva paura.

Non sapeva cosa stesse accadendo, sentiva di essere in un luogo, forse di mare, una casa? Una casa al mare? Con chi? Dove? Perché? E più cercava una risposta più non riusciva a destarsi da quell’oblio di sottofondo che lo attraeva verso sé.

Com’era tutto diverso dallo spazio irreale del magma quantistico nel buco nero! Ma una cosa fu quasi subito chiara: era di nuovo un essere umano.

Era così familiare risvegliarsi in quelle vesti carnose, come quando si era svegliato dentro Stewart; immediatamente tutte le funzioni fisiologiche si erano fatte carnalmente presenti, un senso quasi di ritorno a casa, una piacevole sensazione mista allo stupore di quanto siamo potenzialmente meravigliosi.

Jack non capiva però perché tanta difficoltà a svegliarsi, perché quel sonno così sano e tendente al profondo. Raramente aveva provato questa sensazione, sulla Terra aveva avuto sempre un sonno precario e inquieto.

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Metempsicosis – Delirio d’immortalità

Il delirio, nella psicopatologia, è una scissione della psiche che porta una persona a vivere una o più realtà. Questo salto nel buco nero fece scorrere nella mente di Jack le tre vite che aveva vissuto: la propria, quella da filo d’erba e Stewart. In fondo la psicosi non era poi così differente nella soggettiva del malato.

Jack aveva sofferto di una forma di bipolarismo e sapeva quale sofferenza provocasse l’incapacità di mantenere costante l’idea di un sé coerente e coeso.

Passava da un ricordo d’infanzia a immagini di vite altrui, a orrori, a gioie infinite. Era fluttuante in un magma quantistico, ogni impulso gestiva i fili impazziti di universi vicini che si scontravano producendo corto circuiti di spazio-tempo. E Jack vi era immerso.

Un barlume di coscienza rimaneva sveglio e coerente; era una flebile sensazione ma sufficiente a creare un pensiero compiuto e capace di cominciare a comprendere gradualmente cosa stesse succedendo o perlomeno se vi fosse una via d’uscita a questo inghippo, a questo coacervo di innesti di vite e universi che celavano chissà quale verità.

Jack cominciò a riflettere con una lucidità assoluta, lo sforzo immane di concentrarsi sul “sé” lo aveva reso immune a tutto quel caos e vide chiaramente cosa era accaduto fino ad allora.

La sua vita terrena era stata una parentesi come le successive. Non vi era ordine di importanza tra l’incidente, l’erba e Stewart: erano processi di consapevolezza di sé, era come una scala dalla quale, a ogni scalino, il panorama diventa sempre più leggibile e interpretabile, dove la visione d’insieme rende un senso sempre più esaustivo ai fini della conoscenza.

Lo stato di coscienza era come un ospite nelle dimensioni in cui era trapassato. Jack cominciò a comprendere che è il presente che conta, perché è lì la coscienza di sé che vede e affronta ciò che si manifesta gradualmente.

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Metempsicosis – Pausa (03)

Pamela stava nel mezzo: da un lato aveva ossessioni e fobie di ogni tipo per la vita che, inespressa, le pulsava dentro. Dall’altro sfociava nell’anaffettività verso gli altri: non conoscendo se stessa aveva timore di sé, di ciò che provava anche verso il figlio, aveva istinti (anche violenti) che, non elaborati, non le permettevano di dare amore stabile al povero Jack.

Un padre non cresciuto e sparito, una madre immersa nell’ansia e incapace di evolvere, un compagno trovato per dare una spalla a una donna incapace di ritrovarsi da sé.

Questo era il contesto che si rivelava a Jack durante il volo nell’immenso spazio. Cominciava a capire che non era riuscito a chiarire questi aspetti sulla Terra: tutta la vita era scorsa cercando di liberarsi dai sensi di colpa inflitti dalla madre e dal senso di smarrimento dovuto all’assenza del padre, sostituito da un fantoccio a cui mai si era abbandonato.

Capiva la sua incapacità di lasciare quel negozio di scarpe, capiva il suo rapporto infantile col mondo, fatto di gioco e deresponsabilizzazione; capì che l’oggetto di quella spasmodica ricerca era l’amore che non aveva mai avuto.

In questa nuova consapevolezza provò un senso di pena per i propri genitori che, non conoscendo se stessi, non avevano permesso neanche a lui di farlo. Jack capiva che stare al mondo senza accettare e vivere chi si è veramente è come errare in una nebbia di freddo, neve e forte vento alla ricerca di un rifugio che non solo non si trova ma non esiste.

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