Archivio per tag: Racconti

La nuova vita

Nascesti un dì nella terra dei Sanniti, in quella Gioia ove gli occhi, le narici, e l’udito ancor oggi si riempiono dello splendore della natura, della maestosità delle montagne.
Terra bella, terra povera, come le rose una terra di spine.

Eri un bambino quando viaggiasti per andare “all’America” una terra nuova, un nuovo rifugio, una nuova vita che fortemente vollero i tuoi genitori.
L’America sogno di passione e dignità, terra di opportunità e di fortuna.

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La terra di nessuno 1/3

Tutti la deridevano quella donna ben vestita, dalle labbra carnose dipinte di rosso, i capelli nero corvino e con ai piedi delle rumorose ciabatte. Arrivava la mattina presto, anche di domenica e i suoi pesanti passi echeggiavano nel quartiere, così come i canti che intonava una volta raggiunta la sua destinazione. Gli abitanti della zona detestavano ormai la sua figura grossa, i suoi occhi vividi e il modo prepotente che aveva di disturbare il loro riposo, anche nei giorni di festa. La donna portava con sé uno sgabello, sedendosi sul quale ogni tanto si riposava. Senza averne avuto il permesso o il compito lei aveva preso a coltivare la terra di nessuno, come la chiamavano i residenti, un lembo di suolo posto al crocevia delle strade del quartiere. Se la giornata era calda, lei tornava anche al tramonto e lasciava in un angolo di quel piccolo terreno i suoi arnesi da giardinaggio. Zappettava e irrigava con l’acqua che prendeva dalla fontanella, poi si sedeva sul seggiolino di legno ad ammirare come il suo lavoro stesse trasformando quella terra arida… e cantava forte. Non ci volle molto che venisse chiamata da tutti  “la matta”.

In ogni villaggio c’è un pazzo, e in ogni comunità è quello che da fastidio, che non si vuole vedere. I ragazzini ormai l’avevano presa di mira e, intuendo anche il disagio dei loro genitori infastiditi da quella presenza, si sentivano autorizzati a fare qualcosa per indurla a non tornare. Con le biciclette iniziarono a girare attorno a quel terreno, registrando ogni particolare per poter organizzare prima o poi un raid punitivo. Lei sorrideva vedendoli giungere e non sospettava nulla, non immaginava ciò che stavano pianificando.

Il bacio dei vecchi

<<Nel bacio dei vecchi c’è tutto>> ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su di una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi angustiava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole romane. Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché. Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.

Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina avanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli ne evidenziava la vecchiaia. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, io riuscivo a indovinare dei leggeri spruzzi di saliva, che uscivano dalle loro labbra, o dalle allentate dentiere. Lei era curata, pettinata con uno chignon sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano. Indossavano già il cappotto e sembrava avessero molto da dirsi, mentre si stringevano sempre di più l’un l’altro. Poi iniziarono a baciarsi, prima sulle guance, poi sulle labbra, come due adolescenti. Sempre più affondavano le loro bocche, e mi sembrò di intuire in quei movimenti il desiderio o la reminiscenza di una grande passione. Ricordo che mi chiesi se non avessi frainteso la loro età, magari ingannata dal sole che abbagliava sempre più il mio sguardo.

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Quaranta anni fa…

Prendemmo il fattore, che sì aveva quei tanti anni, ed anche qualche chilo, in meno, ma pur tuttavia sudava abbondantemente su per il sentiero verso il Gennaro.
Lo mettemmo in mezzo, tra me e Baffone, fisicamente e metaforicamente, nel senso che lo coinvolgemmo nella scelta del percorso di quella prima scarpinata che si chiamerà “Scarabone” e lo portammo a percorrerlo….oh non era il factotum del Corsini!? Avevamo bisogno del suo imprimatur.

Baffone, ovvero: “Piacere, Verdi Roberto, necroforo-giardiniere”. Perché becchino era brutto..
Oggi, quando ancora con le cosce all’aria, dopo aver fatto i miei sedici ( ma per me sono meno) chilometri della corsa, mi hanno chiesto di premiare le squadre partecipanti…….Ho pensato a lui, a quaranta anni fa quando ci inventammo questa corsa. Allora non era di moda correre per hobby, le spose non avevano l’ossessione di rassodare i glutei e i quarantenni non correvano a fine giornata con l’i-phone per scordare lo stress da lavoro. Era tempo di austerity. Leggi: domeniche a piedi per risparmiare petrolio, a tirare le forme di cacio lungo la Bolognese, ad andare per calesse, a…correre, meglio scarpinare a piedi.

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Epifania tra i miscredenti 1/2

Nell’idilliaco scenario d’oriente, si snodava il ridente agglomerato dell’odierna Bratislava, illo tempore obnubilata da una coltre di fervente nichilismo. Dislocata a ridosso del promontorio dei Carpazi ed intervallata da insenature di natura fluviale, si ergeva impetuosa ai margini di una sinuosa valle. Ivi imperversavano, sovente, glaciali nevicate, inframmezzate da gelo e copiosi rovesci.

Un’ambientazione ordunque asettica e impervia. Al vertice del piramidismo sociale figurava il principe della valle, feudatario nonché emblema della collettività, di seguito si delineava la figura ieratica ed ineluttabile di Adahm, sacerdote del Santuario della Provvidenza , ubicato nel ventre della valle. Negli strati inferiori si assestavano gli agrimensori e i mercanti, di estrazione medio-alta, nel basamento gerarchico coesistevano gli indigenti, spesso discendenti da stirpi di schiavi o prigionieri mutuati dal fronte bellico.

L’immaginario collettivo era contrassegnato da un acre spiraglio di antagonismo nei riguardi della sfera dell’ultransensibile, il popolo, indi, era animato da un radicato e divagante senso di determinismo casualistico, ravvisabile negli usi e costumi locali. Refrattari ai valori consuetudinari, apparivano le acerbe anime di Daniele, Ruth e Tobia, discepoli in erba, forgiatisi in ossequio alla dottrina mistica profusa dalla guida spirituale del paese. Il maestro predicava i precetti teologici della salvezza, redenzione e reincarnazione, triade assiologica eretta a fondamento del verbo divulgato dal sommo divino. I tre giovani discenti erano soliti adunarsi presso il luogo di culto per l’adulazione, mediante l’attuazione della prassi rituale, del simulacro della Provvidenza, situato nella stanza della sospensione temporale, un abitacolo metafisico il cui accesso era precluso ai miscredenti e a coloro i quali demonizzavano la fede.

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