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Hans Fontana

Sto esaurendo il novero dei personaggi e a breve mi troverò a secco di storie. Ma di un mio vecchio amico, che non ho più il piacere di vedere da tanto tempo, devo parlare.
Hans. Hans Fontana. Il babbo era italiano, lui austriaco.
Faceva parte della galassia di persone che, ai primi anni settanta, gravitavano su Selva Nera, da Paolo e Vanda.
Quando gli ero vicino mi emanava un’energia allegra. E dire che soffriva di terribili crisi depressive. Improvvisamente scompariva.
“Dov’è Hans?!”. “A letto sotto un monte di coperte”. D’estate.
Passava così, giorni e giorni, in isolamento. Totale. Perché in solitudine viveva comunque. In quei casi si chiudeva del tutto al mondo.
A quell’epoca avevo l’ufficio a piano terra. Una finestra dava sul piazzaletto dove ora c’è la fontana cecata. Sentivo battere ai vetri, mi giravo e vedevo lui, scalzo in canottiera a dorso della sua cavallina. Legava le redini della cavezza all’inferriata della finestra e con un sorriso aperto e solare mi invitava a fare due chiacchiere.
Non ricordo se venne prima la cavallina o la Ducati. Siccome un po’ stava a Selva Nera, un po’ scompariva a giro per il mondo, un po’ stava alle Croci, comunque sempre a monculi stava, aveva bisogno di un mezzo che si arrampicasse.
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