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Metempsicosis – Un filo d’erba (01)

Silenzio, solo silenzio. Buio, assenza di percezione dello schema corporeo, uno stato di coscienza pieno e in serena attesa come se Jack fosse ancora su quella macchina.
Come se dopo la morte fisica ci fosse da aspettare uno smistamento di anime, sospeso in un fermo immagine, arroccato ancora nel non-evolvere.

Ad un certo punto un forte calore, come quando dopo il freddo intenso di montagna e neve si entra in un rifugio di caldo e camino; un afflusso di sangue percepito dal basso verso l’alto, una linfa dolce e nutriente che irrora di vita e di senso l’esistenza.

Questo sentiva e la paura adesso saliva. Ma era una paura umana. Non era differente da quando il medico gli diagnosticò un tumore maligno rivelatosi poi un nulla di fatto, quella sensazione di irrimediabile conseguenza, di tutto finito, di domande inespresse per il timore delle risposte.
E non c’era corpo. O meglio, si accorgeva di essere un unico corpo, era come se fosse in un sacco a pelo, ogni movimento era possibile solo all’unisono. E poi era completamente cieco, muto e sordo. Ondeggiava.
Tutto quello che poteva immaginare riguardo all’aldilà, tutto quello che era il bagaglio archetipico dell’uomo pareva lì non avere senso. Solo percezione corporea e, ogni tanto, una botta qua e là, senza ordine o ritmo, come spintonato in un tram.

Un incappucciato ondeggiante. Jack sembrava rilassarsi, il terrore stava scemando; quel cullare e quei piccoli tocchi, quel forte ancoraggio che sentiva alla base, quel senso di non essere solo. Tutto pareva Naturale, armonico, pacifico.

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