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“Un fiume di guai” – Estratto 10

Il clan mafioso che vuole impossessarsi del marina che Viola ha appena ristrutturato e rimesso in attività, convoca lei e i suoi genitori ad un “incontro d’affari”. Sono presenti il capo-clan Guerrino Giacaleone e il suo portavoce Ettore Cimabue.

Già in panciolle, gambe spavaldamente accavallate e gomiti rilassati sui braccioli, Ettore Cimabue e Guerrino Giacaleone ci osservavano.
Il primo, elegantissimo in un completo scuro dal taglio impeccabile, accennò un sorriso di circostanza; l’altro, un mozzicone di sigaro molliccio fra i denti, continuò a scrutarci con circospezione. Si era tolto il panama, che troneggiava nel suo biancore sul tavolo polveroso.

Gerasa non c’era. Forse non era uno dei soci, come avevo ipotizzato, e non faceva parte della proposta d’affari.
«Veniamo al punto – esordì Cimabue – ecco la nostra proposta: voi vi farete carico del debito residuo con la Provincia e il Demanio per il rilascio delle concessioni. Poi ci cederete il 50% delle quote della vostra società e costituiremo un unico grande marina a gestione congiunta: la piccola Montecarlo del Morea».
Stavo per domandargli se ci avevano preso per degli imbecilli. Mio padre mi precedette: «Signor Cimabue, noi abbiamo un regolare contratto di affitto e il capitale necessario per ottenere l’intestazione delle concessioni. Voi, cosa avete? Perché dovremmo accordarci con lei?».

«Caro Ferrario, al mondo ci stanno quelli che comandano e gli altri che ubbidiscono – intervenne l’uomo col panama – Tu vuoi sapere pecché devi accurdarti cu’ noi?». Aveva una voce asmatica, quasi un sussurro lugubre e atono che mi fece venire i brividi e scrollava il capo, come se stesse parlando a dei bambini deficienti. «Mi domandi pecché devi accurdarti cu’ noi? – ripeté – Ora, noi, una proposta onorevole ti abbiamo fatto. O-no-re-vo-le – ribadì scadendo le sillabe – e tu sei già fortunato che ti abbiamo fatto una proposta – sottolineò il concetto numerico mostrando l’indice – ecco pecché devi accurdarti cu’ noi».
«Il vostro è un ricatto bello e buono», sbottò mio padre.
«Tu vuoi ancora avere un marina? Allora, chiste sono le condizioni e nun sono neggoziabbili. Si nun te piacciono… niente marina».
«Lei è pazzo – rispose mio padre e ostentò una risatina isterica – Crede che io e la mia famiglia abbiamo investito soldi e tempo in questa impresa per regalarla a lei?».
Giacaleone serrò i pugni e per un attimo temetti per la nostra incolumità.

«Allora nun me spiegai. Sono io che sto facendo un reggalo a ttia – puntò il dito indice verso la fronte di mio padre – e le tue parole mi offendono».
Strinsi le mani sul bordo della sedia pronta a scattare in piedi e scappare a gambe levate.
«La faccenda è già in tribunale  – ribatté mio padre per nulla intimorito – e la legge ci darà ragione! »
«Finiscila ‘i mettere a’ lingua fra i denti e darci aria. A me nun me ne fotte nìnte di ttribbunali e avvocati. Quelli sono u’ sciaquone du cesso».
«Basta, abbiamo sentito abbastanza. Ce ne andiamo», dichiarò mio padre.
Giacaleone batté i pugni sul tavolo: «La darsena te la devi scurdare! Vattinne, vattinne, nun sei nisciuno. Pisciasotto! Meno di ‘na merda sei. Ti cancello, t’avveleno, ti atterro, a te e a tutta la famiglia tua. Nun sai chi ti sei messo contro».
«Ma vaff! – gli urlò mio padre facendo il classico gesto – Non mi fai paura. Buffone! Io e la mia famiglia andiamo dritti per la nostra strada, vedremo chi la vince».

Scattammo tutti quanti in piedi come pupazzi a molla e ci precipitammo giù per le scale in fila indiana. Mio padre mise in moto la macchina prima ancora che gli sportelli fossero chiusi e uscì dal parcheggio a una tale velocità che rischiammo di travolgere un’auto di passaggio.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 9

Viola (la protagonista) ha ormai capito che l’attività che ha rilevato è oggetto di interesse da parte di un’organizzazione criminale di stampo mafioso. In piena crisi esistenziale e personale – dopo aver litigato violentemente anche con il suo compagno Italo – fugge da Marina di Morea e torna a Siena alla ricerca del suo passato e delle sue origini.

Volevo rivedere la casa costruita da papà, dove avevo trascorso i primi anni della mia vita: lo strano tetto verde spiovente, i giardini a gradoni su ambo i lati della villa, l’immensa terrazza sopra al garage. Lì avevo imparato ad andare in bici e trascorso interi pomeriggi a giocare a cinque-e-cinque-dieci lanciando la palla contro il muro in attesa che la tata mi chiamasse per la merenda.

Eccola. Parcheggiai e feci un giro a piedi. Era come la ricordavo, solo più piccola. Osservando le finestre, mi tornarono in mente i mobili, la luce, i colori, le sensazioni, gli odori. Mi rividi affacciata a una di quelle finestre, in fremente attesa del ritorno di mamma e papà dal lavoro; il rumore della porta che si apriva; la corsa nell’ingresso e il salto fra le loro braccia per coprirli di baci.

Oltre la casa, sulla vetta della collina, c’era la pieve dove avevo frequentato il catechismo. La raggiunsi. Il portone della chiesa era sbarrato, un cartello diceva: «Si apre solo su prenotazione per matrimoni e battesimi».
Mi sedetti sui gradini. Anche la fontanella della Madonnina, dove mi fermavo a bere, era sparita. Sentii riaffiorare le lacrime; mi soffiai il naso e ripresi il mio viaggio.
Istituto Santa Maddalena: asilo, elementari e medie.
Io ero la piagnona col fiocco storto e i calzettoni che calavano sempre sulle caviglie. Qui avevo preso la licenza media con una pedata nel sedere e l’esplicito consiglio della cornacchia – la direttrice – di non iscrivermi all’impegnativo liceo linguistico sperimentale del Sacro Cuore, che mia madre aveva già scelto per me.

Avevo passato i successivi cinque anni sotto un impietoso bombardamento di inglese, francese, tedesco, greco, latino, con lancio di granate piene di trigonometria, chimica, astronomia e biologia. Al primo anno avevo perso la battaglia – sconfitta in tre materie – ed ero tornata a casa accompagnata dal caustico commento della Madre Superiora: «Se non è in grado di stare al passo con gli elevati standard del nostro istituto sarà meglio che cambi scuola»; era seguita la chiosa di mio padre, origliata casualmente: «Lasciamo perdere gli studi e mettiamo Viola a lavorare in ditta con noi»
Quest’ultima affermazione aveva ferito il mio orgoglio al punto da trasformarmi in soldatino modello: nella lustra divisa d’ordinanza – kilt e gilet blu su camicetta bianca dal collo inamidato – ero diventata la prima della classe e avevo finito per diplomarmi col massimo dei voti.

Ingresso del Sacro Cuore: piazzale contornato da cipressi, edificio incombente, gradinata di pietra serena lucidata dalle migliaia di piedi degli alunni. Nulla era cambiato.
Una suora intenta a sistemare le aiuole a lato del portone, si accorse della mia presenza. «Señora, sta cercando qualcuno?», chiese venendomi incontro.
«Madre Martinez de la Cruz! É lei?». Un poco più rotondetta e curva di come la ricordavo, ma i baffetti scuri e le sopracciglia folte erano rimasti tali e quali. Lei mi squadrò per qualche istante frugando nella memoria.
«Viola Ferrario? Me recuerdo di te. Eri quella che cantava como un angelo. Alla messa tu voce era la mejor de todas. Como te sei hecha grande. Madre de dios, quanto tiempo è passato». Si pulì le mani terrose nel grembiule, mi abbracciò e mi baciò sulle guance.
«Che fai aquì Viola? Sei in visìta?».

Non avevo idea del motivo per cui fossi lì. «Sì, in visita, credo…».

 

 

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“Un fiume di guai” – Estratto 8

La difficile situazione con il marina mette a repentaglio anche la relazione fra Viola (la protagonista) e il suo compagno Italo

«L’analisi è presto fatta: tu non mi ami più. I tuoi mi offendono in continuazione e tu non muovi un dito per difendermi; ti cerco, e mi sfuggi. Tutto quello che fanno i tuoi genitori è giusto, mentre quello che faccio io è sbagliato».
«Che dici, Italo, non è così».
«Ti pare giusto che dopo tanti anni non abbiano ancora capito che lavoro facevi? L’importanza e il prestigio dei ruoli che hai ricoperto? Segretaria, dice tua madre. Così, ha pensato bene di strapparti a una brillante carriera e farti diventare una… un… uno scaricatore di porto! Ecco la definizione giusta. Guarda come sei ridotta: sciatta, trasandata, cenciosa. Dov’è finita la donna affascinante e femminile che conoscevo? Tuo padre non ha avuto il maschio che desiderava tanto? Mi spiace per lui, ma non per questo devi diventarlo. Scimmiottò la mia voce – sì paparino, sì mammina – fai tutto quello che vogliono i tuoi perché vuoi più bene a loro che a me».

Il delirio di Italo crebbe inarrestabile. Fissandomi con le pupille dilatate, sibilò: «O dici ai tuoi di togliersi dai coglioni, oppure si tengano il marina: noi ce ne andiamo!». Tirò un cazzotto sul materasso della cuccetta e si alzò di scatto.
Un istante dopo, con tono calmo e pacato, mi disse: «Torniamo ad Alessandria, amore mio, o a Torino, se preferisci. Riprendiamo la nostra vecchia vita».
In tanti anni insieme non ero ancora riuscita a capire come ci riuscisse: dall’isteria alla calma totale in una frazione di secondo. Mi persi a fissare il soffitto di alcantara della cabina, come se lì si nascondesse la soluzione al mio dilemma. Non aveva nessun senso: lui era il mio compagno, loro i miei genitori. Insieme formavano la mia famiglia. Come potevo scegliere un pezzo di famiglia e mandare l’altro a quel paese? «Non puoi chiedermi di fare una scelta del genere», gli risposi con un filo di voce.

«Devi scegliere – ripeté serafico – è semplice: o stai con me o stai con loro».
Cominciai a singhiozzare convulsamente e Italo se ne andò, come al solito, certo che la sbornia di pianto mi sarebbe passata e che lui avrebbe ottenuto ciò che voleva.
Lo sentii risalire in barca che stava albeggiando. Si spogliò in silenzio e s’infilò sotto le coperte. Aspettai che il suo respiro si facesse regolare. Iniziò a russare. Invece di toccargli la spalla perché cambiasse posizione, mi allontanai da lui pian piano. Attesi ancora, per essere certa che fosse nel sonno profondo, e sgusciai fuori dalla cabina. La tenue luce mattutina trafisse le mie pupille infiammate. Le tempie martellavano senza sosta e un tremito mi scuoteva mani e stomaco. Nel cucinotto dell’area pic-nic mi preparai una moka da quattro tazze, versai l’intero contenuto in un grande bicchiere di cartone e mi sedetti a sorseggiarlo seduta su uno sdraio.

Il sole spuntò alle mie spalle pennellando di rosa le cime dirupate e selvagge dell’Almenara, la superficie di alluminio lucido del fiume cominciò a riflettere la faccia delle nuvole dirette a est, a scaricarsi in mare aperto. Perché non ero nuvola anch’io? Leggera, inconsistente, trascinata dal vento, senza pensieri, libera.
Dal fitto canneto sulla sponda opposta fece capolino una famiglia di germani. In perfetta fila indiana affrontò l’acqua gelida. Il loro starnazzare richiamò una nutria, che scese il balzo erboso e s’immerse silenziosa. Le poche imbarcazioni ancora ormeggiate sonnecchiavano placide avvolte in quella trapunta di cielo e acqua.

Lo sguardo mi cadde nella tazza di caffè. Il liquido nero fumava e tremolava. M’imbambolai in quel cerchio, nero come il mio umore e la decisione che avrei dovuto prendere.
Non potevo più stare lì. Mentre Italo dormiva ancora salii in macchina e mi allontanai.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 7

La famiglia di Viola riceve un primo avvertimento. Stanno intralciando gli affari di qualcun altro, persone che contano.

Quel giorno Italo ed io, eravamo andati ad Alessandria a trovare Max, e fummo messi al corrente dell’incontro solo al nostro ritorno.
«Cosa? – urlai strabuzzando gli occhi mentre Italo, sedeva ammutolito con la faccia da te-l’avevo-detto-che-venire-qui-non-era-una-buona-idea – Papà, fammi capire, per piacere! Uno stimato professionista, avvocato di grido di Rusica, vi ha convocato d’urgenza, di notte, in mezzo a una strada, per dirvi… Che dobbiamo lasciare la darsena e andarcene?… È uno scherzo».

«No, no, è tutto vero – intervenne mia madre – ha detto che dobbiamo mollare tutto e sparire».
«In che modo ve l’ha detto? Vi ha dato delle spiegazioni?».
«È stata una cosa rapidissima, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di fargli delle domande. Quando siamo arrivati, è salito nella nostra macchina e ha detto queste precise parole: “Vi ho convocato perché me lo ha chiesto Carmelino Gerasa. Vi devo dare un messaggio da parte sua. Mi ha detto di riferirvi che l’impresa nella quale vi siete messi disturba gli interessi di persone che contano e che hanno bisogno del controllo del territorio. Per il vostro bene è meglio se abbandonate”. Poi, rivolto a papà, ha aggiunto una frase che mi ha fatto venire i brividi: “Sa, signor Ferrario, di notte, vicino all’argine del fiume, non si sa mai cosa le potrebbe capitare”. Ecco, questo ha detto. Noi siamo rimasti pietrificati, e quasi non ci siamo resi conto che era già sceso dalla macchina e si stava allontanando. Papà gli è corso dietro e gli ha chiesto di Nino. Sai cosa ci ha risposto? Ha detto: “Nino si è barricato in casa e sta affilando le armi”. Cosa intendesse – concluse mia madre, sospirando – non ho idea».
«Lo sapevo che mettersi in questa impresa era da pazzi. Spero che adesso te ne renda conto anche tu, Viola», sentenziò Italo.
«Non cominciare con la solita tiritera».
«Calma, calma – intervenne mio padre, alzandosi dalla sedia e cominciando a passeggiare per la stanza – non facciamoci prendere dal panico. Esaminiamo la situazione e valutiamo il da farsi».
«Che ci hanno preso, per scemi? – esplosi io – Abbiamo appena trasformato una discarica di rottami in uno splendido marina, e ora qualcuno lo vuole? Come ha detto quell’avvocato? Di notte, vicino all’argine non si sa cosa le potrebbe capitare. Minacce da Far-West. Mi rifiuto di crederci. E poi, staremmo disturbando gli interessi di chi? Che vadano a farli da un’altra parte i loro interessi. Io non mi muovo».

Ne discutemmo per ore, ma l’analisi era presto fatta: il marina era in piena attività, stava funzionando bene e avrebbe rappresentato il futuro per me e Italo. Ci avevamo già investito una cifra spaventosa, non potevamo abbandonare tutto.

 

 

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“Un fiume di guai” – Estratto 6

Viola, la protagonista, inizia a sospettare che Carmelino Gerasa (alias Nino), procuratore della società dalla quale lei e la sua famiglia hanno preso in gestione il marina, sia legato a dei mafiosi

Nino era già sceso dall’auto; con l’orecchio incollato al cellulare faceva cenno agli altri guidatori di seguirlo a uno dei tavoli sotto gli ombrelloni. Lo sentii dire poche, concitate parole in siciliano stretto (era la prima volta che usava il dialetto) e non capii un accidenti.

Appena seduti, quello della Panda disse ad alta voce: «Che successì? Che disse chiddu cò cappieddu? Io arristai ‘inta machena comi dicisti tu, ma s’avissa stato pè mia, c’avissa ‘sfunnatu l’uocci…».
«Cala a uoce, Tònio, levaccinne», lo zittì Nino. Poi mi chiamò al tavolo, e con tono da padrone mi chiese di portare bibite per i suoi ospiti. «N’intesimo ant’ora co cumpare Francé. Iddu me disse ca sta veniendo e n’arraggiuniamo, pecché nu sgarru accussi non s’avia a fare. É grave…molto grave».
Il siciliano per me era arabo ma intuii che stavano aspettando qualcuno – un compare, mi era parso di capire – per parlare di qualcosa di molto grave.

I quattro continuarono a discutere con tale fervore da disturbare una mia cliente che prendeva il sole su uno sdraio vicino. «Scusa Viola, chi sono quelli?», mi chiese, mentre le passavo accanto col vassoio.
«Armatori, stanno trattando l’acquisto di una barca che devono trasferire in Sicilia».
«Capisco. Puoi dirgli di abbassare un po’ i toni?».
«Certo».

Mentre posavo le bevande sul tavolo, arrivò una vecchia Mercedes, modello magnaccia, dalla quale scese un tizio in camicia bianca sbottonata fino a metà petto, catenona d’oro al collo, pantaloni neri con la piega, cintura e mocassini in finto coccodrillo, orologio da polso, d’oro anche quello.
«Voscienza s’abbenedica», lo salutò Nino scattando in piedi come un soldatino e baciandolo ossequioso sulle guance.
«S’abbenedica Ninè», rispose il tizio con aria scocciata. Prese posto sulla sedia che in tre si affannarono ad offrirgli. «Che fu u’ fatto cà mi rù stu traficu?», domandò sbuffando.
Colsi l’occasione dell’arrivo del nuovo ospite per avvicinarmi ancora al tavolo e chiedere se desiderava qualcosa.
«Café», fece senza neanche guardami in faccia, e subito proseguì a parlare con Nino: «Ah, Ninè, chì vai cercanno? Nun lo sai chi jè chìddu? Chìddu jè Guerrino Giacaleone. S’rrapine, droga, spacciu, vinnita de fierro… cu ticciu porta? Non gli rompiri ‘i bballe. Statte buono into tuio, e iddu starà into suio».

In che razza di posto ero capitata? La faccenda sembrava peggiore di quel che avevo immaginato.

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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