Sleghiamo la mente

Vorremmo
esser fratelli,
siamo unici
anche se gemelli;

non confondiamo
Caino con Abele,
il ricco
col signore,

l’autoritario
con l’autorevole,
il potente
col prepotente;

siamo protagonisti
coi sentimenti,
sleghiamo la mente,
tocchiamo l’anima

a chi non sente.

Vado via (I più votati di Prosa e Poesia)

Non guardarmi, vado via
ti saluterò senza un minimo grido di dolore
con una lacrima bruciante
che righerà il viso
nella quiete disperazione.

Spargerò nel cuore cosciente
che non ha più parole e né poesia
i giorni di melanconia
come granuli d’incenso
non ancora bruciati

Niente mi darà allegria
la speranza sarà una stupida bugia.

Non guardarmi se vado via
come un pretesto vile
ho solo paura di morire

Ricerchi la bontà

Sfogli il giornale
e t’accorgi che è intessuto
di calamità, di orrori, di dolori,
d’infelicità;
guardi in modo
più approfondito,
per ricercare
un messaggio di bontà.

Allora,

leggi tra le righe
di bontà gastronomica…
non tanto economica;
ti stropicci gli occhi e pensi:
la fame nel mondo
prima o poi scomparirà?
C’è pur fame di dignità,
nella pagina successiva!

“Un fiume di guai” – Estratto 10

Il clan mafioso che vuole impossessarsi del marina che Viola ha appena ristrutturato e rimesso in attività, convoca lei e i suoi genitori ad un “incontro d’affari”. Sono presenti il capo-clan Guerrino Giacaleone e il suo portavoce Ettore Cimabue.

Già in panciolle, gambe spavaldamente accavallate e gomiti rilassati sui braccioli, Ettore Cimabue e Guerrino Giacaleone ci osservavano.
Il primo, elegantissimo in un completo scuro dal taglio impeccabile, accennò un sorriso di circostanza; l’altro, un mozzicone di sigaro molliccio fra i denti, continuò a scrutarci con circospezione. Si era tolto il panama, che troneggiava nel suo biancore sul tavolo polveroso.

Gerasa non c’era. Forse non era uno dei soci, come avevo ipotizzato, e non faceva parte della proposta d’affari.
«Veniamo al punto – esordì Cimabue – ecco la nostra proposta: voi vi farete carico del debito residuo con la Provincia e il Demanio per il rilascio delle concessioni. Poi ci cederete il 50% delle quote della vostra società e costituiremo un unico grande marina a gestione congiunta: la piccola Montecarlo del Morea».
Stavo per domandargli se ci avevano preso per degli imbecilli. Mio padre mi precedette: «Signor Cimabue, noi abbiamo un regolare contratto di affitto e il capitale necessario per ottenere l’intestazione delle concessioni. Voi, cosa avete? Perché dovremmo accordarci con lei?».

«Caro Ferrario, al mondo ci stanno quelli che comandano e gli altri che ubbidiscono – intervenne l’uomo col panama – Tu vuoi sapere pecché devi accurdarti cu’ noi?». Aveva una voce asmatica, quasi un sussurro lugubre e atono che mi fece venire i brividi e scrollava il capo, come se stesse parlando a dei bambini deficienti. «Mi domandi pecché devi accurdarti cu’ noi? – ripeté – Ora, noi, una proposta onorevole ti abbiamo fatto. O-no-re-vo-le – ribadì scadendo le sillabe – e tu sei già fortunato che ti abbiamo fatto una proposta – sottolineò il concetto numerico mostrando l’indice – ecco pecché devi accurdarti cu’ noi».
«Il vostro è un ricatto bello e buono», sbottò mio padre.
«Tu vuoi ancora avere un marina? Allora, chiste sono le condizioni e nun sono neggoziabbili. Si nun te piacciono… niente marina».
«Lei è pazzo – rispose mio padre e ostentò una risatina isterica – Crede che io e la mia famiglia abbiamo investito soldi e tempo in questa impresa per regalarla a lei?».
Giacaleone serrò i pugni e per un attimo temetti per la nostra incolumità.

«Allora nun me spiegai. Sono io che sto facendo un reggalo a ttia – puntò il dito indice verso la fronte di mio padre – e le tue parole mi offendono».
Strinsi le mani sul bordo della sedia pronta a scattare in piedi e scappare a gambe levate.
«La faccenda è già in tribunale  – ribatté mio padre per nulla intimorito – e la legge ci darà ragione! »
«Finiscila ‘i mettere a’ lingua fra i denti e darci aria. A me nun me ne fotte nìnte di ttribbunali e avvocati. Quelli sono u’ sciaquone du cesso».
«Basta, abbiamo sentito abbastanza. Ce ne andiamo», dichiarò mio padre.
Giacaleone batté i pugni sul tavolo: «La darsena te la devi scurdare! Vattinne, vattinne, nun sei nisciuno. Pisciasotto! Meno di ‘na merda sei. Ti cancello, t’avveleno, ti atterro, a te e a tutta la famiglia tua. Nun sai chi ti sei messo contro».
«Ma vaff! – gli urlò mio padre facendo il classico gesto – Non mi fai paura. Buffone! Io e la mia famiglia andiamo dritti per la nostra strada, vedremo chi la vince».

Scattammo tutti quanti in piedi come pupazzi a molla e ci precipitammo giù per le scale in fila indiana. Mio padre mise in moto la macchina prima ancora che gli sportelli fossero chiusi e uscì dal parcheggio a una tale velocità che rischiammo di travolgere un’auto di passaggio.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

https://www.facebook.com/unfiumediguai

La crisi dei 6 mesi (o di un anno)

Ogni abbraccio Ho paura di stritolarti,
Ogni morso di ledere con i miei denti
La tua morbida pelle. Soltanto incidenti!

Frutti troppo alti che dissanguano gli arti
Che li raccolgono. Cosa pensano i fiumi
Che passano sui letti di ghiaia? Le parti

Che portano con sé, la terra, lievi scarti
Della vita e altro, compensano quei grumi
Che Il Loro Corso deterge? Soffre chi trova

Sofferenza dopo aver amato, dolciumi
Amari e salati per i cuccioli implumi
Struggono la madre che nel forno li cova.

Putrida è la mano pregna di incompetenza
Ma la mente brillante subito ne scova
Un trucco che il marciume a tutto il corpo giova:

La mano sia l’amo e l’esca per la scienza
D’amore che riesca come un pretesto
Per tendere nella pesca, sottile lenza
Che innalza all’animo lo stato di coscienza

Nella speranza che questo chiami a sé il resto.