Metempsicosis – Nuvola

[Ancora immagini: un lenzuolo in un prato, una vergine giovane e candida si masturba giocosa e chiama. La virile eccitazione di Jack si accosta a lei e nel culmine dell’atto svanisce. Riprende vita in un sobborgo metropolitano, barbone tra i rifiuti. Tutto il genere umano gli entra dentro, le membra si disintegrano e pian piano non oscilla più tra le immagini scompaginate di vite sovrapposte. Comincia a sentire di appartenere a qualcosa di “altro” e, distaccandosi dalle miserie del genere umano, non ne ha più paura.]

La Verità è nascosta nelle cose più belle ed emerge negli spazi della materia tra i meandri delle particelle sub-atomiche irradiando la Vita di luce. Jack cominciava a penetrare il senso del proprio viaggio, il suo pensiero era cosciente nonostante non sapesse cosa fosse fisicamente e dove si trovasse.
Si sentiva leggero, tutto era buio, provava una sensazione di accumulo e successiva disgregazione; vi si abbandonava, ormai aveva capito che solo lasciandosi andare a quell’esperienza sarebbe giunto a qualcosa.
Il pensiero continuava a girovagare di fiore in fiore, come un’ape che accumula nettare. Nutriva il proprio bisogno di senso, quelle esperienze, la sua vita terrena, tutto si stava fondendo in un significato più alto.
Fin da bambino Jack era sempre stato emotivo, la sua sensibilità lo portava a percepire sensazioni inspiegabili e non condivisibili. Scorgeva la sofferenza negli occhi di chi la provava, vedeva una realtà diversa, troppo intensa per non sentirsene attratto e spaventato a morte.
In tutta la sua vita si era sempre chiesto come mai certe cose, per lui scontate, non lo fossero anche per gli altri. Questa introspezione lo portava a soffrire, nel susseguirsi di fallimenti relazionali si era sempre più chiuso in se stesso e pian piano ciò che non si canalizzava in modo naturale finì per consumarlo da dentro.
Ora era così leggero, non sapeva perché, non ne aveva idea ma non gli importava più. Sentiva la felicità salire, sentiva tutto il mondo represso riemergere in rivoli d’acqua sorgiva, tornavano quelle sensazioni che aveva dovuto abbandonare per difendersi, per proteggersi, per non impazzire.
Come un miracolo inspiegabile cominciò a vedere. E quel momento di pienezza divenne estasi quando intravide il sole sorgere lontano, era in cielo, volava.
Jack trasalì: come un’alba dal finestrino di un aeroplano, vedeva e percepiva tutta la sfericità del pianeta, tutto era pieno, vero, non discutibile e non più discusso, era la Verità, era la sua rinascita.
Il cervo era morto e con lui tutto ciò che è terreno: il terrore nella fuga dalla morte, il delirio umano che si descrive come normalità, l’angoscia. Niente di tutto ciò. Solo estasi e perdono.
Cominciava a essere tutto più chiaro, dal momento della morte aveva trasmigrato da una vita all’altra in un percorso di consapevolezza, un purgatorio, un cammino espiante.
Se era così allora si avvicinava al Paradiso, pensò Jack, ma non sapeva: come poteva prevedere ciò che non conosceva? In fondo le domande di adesso erano le stesse che ci facciamo sulla Terra. Nessuno è mai tornato a raccontarci cosa c’è “di là”, non rimaneva e non rimane che adattarsi e proseguire, nella speranza che l’inevitabile futuro sia gioia e non dolore.
Quanto terrore quando era cervo, quanta angoscia nello stretto filo d’erba, quanta solitudine nello strangolatore, quanta gioia nell’Amore tra anime, quanta realtà vissuta!
Il sole si alzava sempre più, i raggi gli filtravano dentro, sentiva le proprie molecole d’acqua muoversi ed evaporare, ricrearsi, sparire… Era una nuvola. Jack lo capì in modo limpido e cominciò a piangere, la sofferenza scorreva via come un fiume sporco in piena che vuole tornare al naturale flusso d’acqua pura.
Si accorse che il suo pianto era pioggia, una pioggia non di temporale, una pioggia costante e incessante ma non violenta, un pianto liberatorio, una pioggia utile ai campi, a una rinascita di primavera.
Lentamente si svuotava e lentamente modificava la percezione fisica di ciò che era. Il vento lo plasmava, sentiva ogni tanto parti di sé staccarsi, altre ricongiungersi. Guardò sotto di sé, vi erano monti con punte di neve, prati e valli di un verde intenso, nessun segno di civiltà ma una natura sgorgante fiducia che invase la sua Anima stanca.
La nuvola Jack continuava a scendere piano, diventava sempre più densa e grande, lenta si indirizzava verso la vetta di una montagna dalla cima innevata.
Mentre il corpo d’acqua condensata si adagiava sulla cima del monte, udì un suono di campanelle di mucche, vide una mandria in fermo immagine brucare dolcemente l’erba di un prato. Erano lì, a fare il solletico alla montagna spulciandola e rinnovando il suo manto fertile ed elegante; ad ogni ciuffetto nuovo d’erba estirpata il suono ritmato delle campanelle risuonava in tutta la valle.
D’un tratto un pastore emerse come il sole al mattino da un sentiero. Un passo lento e consapevole, un viso corrugato e solido, un corpo legnoso ma elastico, con passo deciso si avviava a un casottino poco distante.
Jack la nuvola copriva con dolcezza tutta la scena, il pastore ne riceveva uno stato d’animo antitetico a una giornata di sole, e Jack se ne sentì un po’ in colpa.
Non riusciva però ad abbandonare la scena: che senso aveva vivere in una metodica di gesti e abitudini? Certo, il contesto naturale era meraviglioso ma per trascorrere una vacanza. Vivere e lavorare in posti così remoti sarebbe stato assai duro per chiunque, figuriamoci per lui.
Eppure sentiva pace, perché non è importante cosa si fa nella vita ma quanto la propria energia è in armonia con ciò che si sta vivendo. Non c’è una strada uguale per tutti, basta sentire propria la strada che si percorre. Spesso ciò che è sentito come “proprio” non coincide con ciò che si desidera e prendendo altre strade si crea conoscenza ma, una volta esaurita l’energia della ricerca, occorre tornare a se stessi.
Elaborando tali concetti non si era accorto che la nuvola lentamente si stava spostando: il campo tagliato in due dal sole in arrivo sorrideva col brillare dell’erba e della rugiada. Avanzava lento in compagnia del vento che dolcemente apriva il sipario a una giornata d’intenso sereno.
Jack si staccò dal monte, l’ultimo lembo di nube come un addio tra innamorati si sganciò dalla roccia; era mattino, il caldo lo disgregava adagio, sentiva evaporare la propria fisicità e abbandonare anche quell’avventura. Non fremeva, non era niente di violento, finalmente un assaggio di ciò che (forse) si spera sia il Paradiso: una dolce parentesi più alta dell’Amore che non aveva mai avuto.

Metempsicosis – Nuvola ultima modifica: 2014-03-04T08:31:32+00:00 da Michele Ermini

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