L’aria sapeva di fumo 2/2

Improvvisamente, si è fatta seria ed ha aggiunto: “I miei sogni non sono mai bruciati, però, sai? Io diventerò un’attrice, l’ho deciso quando avevo cinque anni. Un giorno scapperò a Roma e tenterò la fortuna”. C’era determinazione, nei suoi occhi, una determinazione che fino ad allora non avevo mai visto. Quindi ho preferito tacere.
Non ne avevamo più parlato, dei suoi “sogni che non bruciavano”, fino a quando stasera non è arrivata con un sorrisetto misterioso che le aleggiava sul volto. Mi ha abbracciato e sussurrato: “Domani mattina parto per Roma. Biglietto e valigia già pronti. Nessuno lo sa, Osvaldino, lo sai solo tu… Acqua in bocca, mi raccomando!” e mi ha dato un bacio sulla guancia. Sapeva di aria fresca e caramelle alla mora. “Certo, bambina, di me ti puoi fidare, lo sai. Mi dispiacerà solo non averti più qui” le ho risposto. Lei ha annuito e, con gli occhi che sfavillavano, è andata ad indossare per l’ultima volta la camicetta bianca ed il grembiule rosso.

Adesso sta aspettando che il cuoco finisca di preparare le tagliatelle al cinghiale per lo Zitellone. Se ne sta appoggiata contro lo stipite della porta che divide cucina e bar. Anche se mi sta dando le spalle, percepisco il buon umore che la pervade. Chiacchierano sommessamente. Giacomo – così si chiama – è innamorato di lei; lo sanno tutti, qui dentro. Lo sa anche Bianca, che un po’ fa finta di nulla un po’ se ne approfitta, come fanno tutte le donne con uno spasimante che non ricambiano ma che al tempo stesso non disprezzano.

Giacomo è un ragazzone di venticinque anni, con l’aria da pirata ed il cuore da crocerossina. Alto quasi due metri, con barba e capelli neri, pelle olivastra, un enorme tatuaggio cinese che gli prende l’intero avambraccio sinistro, a vederlo fa paura. Poi ci si parla e si scopre che è un pezzo di pane, che regala fiori alla mamma ad ogni ricorrenza e che tiene da parte gli avanzi di carne della cucina per portarli al canile, dove fa volontariato nel tempo libero.
Bianca, però, punta ad altro; vuole brillare su un palcoscenico, non ammuffire qui, in questo buco di mondo, dove il meglio che può aspettarla è un cuoco-pirata che ama regalare fiori alla mamma. Bianca è fatta di un’altra pasta, non cederà a lusinghe tanto basse… Spiccherà il volo lontano da qui, si prenderà una rivincita per entrambi, per se stessa e per me.

Finisce la serata e me ne vado a casa col cuore che danza. Prima d’infilarmi a letto, prego per la prima volta dopo tanti anni… Prego per quella ragazza che potrebbe essere mia nipote, prego che non le accada nulla di male né durante il viaggio né quando sarà finalmente da sola nella grande città. Prego tanto che alla fine mi addormento pregando.
Mi sveglio la mattina dopo alle 6.15, un po’ su di giri, elettrizzato e nervoso al tempo stesso. Peccato non averle detto “Scrivimi!”, “Telefonami!”… Ormai è troppo tardi.  Mi prende l’angoscia: se avesse bisogno d’aiuto? Se si trovasse in pericolo? Ma no, ma no! Una come lei, che sa il fatto suo, può cavarsela in qualsiasi situazione… Mi calmo e torno a gioire.

Mentre mi avvio a piedi verso il bar, dopo aver salutato mia moglie (che come al solito si è raccomandata che le portassi le paste avanzate… Come se non fosse già un transatlantico di 110 kg, quella vacca!), respiro a pieni polmoni la fredda, tersa aria invernale. Un venticello gelido mi pizzica le guance. C’è odore di fumo.
Comincio la mia giornata sempre pensando a Bianca sul treno che sfreccia verso Roma.
Verso mezzogiorno, la porta si apre inaspettatamente; a quell’ora, di solito, non viene mai nessuno. Alzo gli occhi perplesso dal giornale che sto leggendo.

Resto di sasso; è Bianca. La guardo con tanto d’occhi. Lei comprende il mio sgomento e mi rivolge un sorriso triste, stringendosi nelle spalle. Sospira.
“Ho fatto l’errore di dirlo anche a Giacomo, che partivo. Mi ha seguita alla stazione, quello scemo. Mi ha detto un sacco di cose… Cose che non mi aveva mai detto nessuno”. Si avvicina al bancone. Ha gli occhi lucidi. “Nessuno mi ha mai voluto bene così. Io… Io… Non me la son sentita di…”.
“Lascia stare, ho capito” la interrompo.
Pausa di silenzio.
“Ti ho deluso, Osvaldo?”
Le rispondo con un semplice sorriso e una stretta di spalle. Poi scuoto la testa per rassicurarla e le regalo un cioccolatino. Lei se ne va un po’ più felice. Io resto solo coi miei pensieri.

Piccola Bianca, lo vedi? Anche tu, alla fine, sei della razza di quelli che non ce la fanno, di quelli che spiccano il volo per pochi istanti solamente, ma poi si lasciano prendere dal terrore del vuoto e tornano a terra… E si aggrappano alla prima cosa che trovano a portata di mano e che fornisca loro il pretesto per restare.

Piccola Bianca, anche i tuoi sogni sono bruciati durante la notte… E al mattino l’aria sapeva di fumo.

 

 

L’aria sapeva di fumo 2/2 ultima modifica: 2012-04-02T15:00:06+00:00 da Silvia Scardigli

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