Hans Fontana

Sto esaurendo il novero dei personaggi e a breve mi troverò a secco di storie. Ma di un mio vecchio amico, che non ho più il piacere di vedere da tanto tempo, devo parlare.
Hans. Hans Fontana. Il babbo era italiano, lui austriaco.
Faceva parte della galassia di persone che, ai primi anni settanta, gravitavano su Selva Nera, da Paolo e Vanda.
Quando gli ero vicino mi emanava un’energia allegra. E dire che soffriva di terribili crisi depressive. Improvvisamente scompariva.
“Dov’è Hans?!”. “A letto sotto un monte di coperte”. D’estate.
Passava così, giorni e giorni, in isolamento. Totale. Perché in solitudine viveva comunque. In quei casi si chiudeva del tutto al mondo.
A quell’epoca avevo l’ufficio a piano terra. Una finestra dava sul piazzaletto dove ora c’è la fontana cecata. Sentivo battere ai vetri, mi giravo e vedevo lui, scalzo in canottiera a dorso della sua cavallina. Legava le redini della cavezza all’inferriata della finestra e con un sorriso aperto e solare mi invitava a fare due chiacchiere.
Non ricordo se venne prima la cavallina o la Ducati. Siccome un po’ stava a Selva Nera, un po’ scompariva a giro per il mondo, un po’ stava alle Croci, comunque sempre a monculi stava, aveva bisogno di un mezzo che si arrampicasse.
Così comprò, di seconda mano dal fattore, la Ducati Scrambler 250, giallo oro. Io mi sdilinquivo a far gola, tanto gli invidiavo quella moto con le gomme dentate.
Le Croci. Prima che ci facessero sotto la discarica dello smarino della galleria della TAV e prima che ruinasse del tutto, era una colonica sul crinale del poggio che guarda la valle del Carlone, già protesa verso il castello del Trebbio.
Per arrivarci, allora necessariamente a piedi o con un fuoristrada, si doveva percorrere un irto tratto sul galestro, prima di scoprire una lunga fila di cipressi, che ti conduceva alla casa di pietra.
Era praticamente l’unica casa, dismessa dai mezzadri della Fattoria di Vaglia, che non era stata affittata ai cittadini domenicali o a qualche stravagante come me, cultore del naturale e della… scomodità.
La casa era talmente disagiata per arrivarci, mezza diroccata e pericolante, naturalmente senza luce ma, problema più grosso, con una fonte molto distante e praticamente secca per cinque mesi.
Hans, che usava solo materiali naturali per tutto, per lavorare, per vestirsi, lavarsi, mangiare, l’aveva ripulita delle piante infestanti che l’avevano avvolta negli anni e l’aveva fatta rivivere.
Aveva dipinto i muri a calce, ritrovato le pietre, pulito i mattoni di cotto del pavimento… e a me, quell’enorme cucina nel cono di luce del sole al tramonto d’estate che alza il pulviscolo… piaceva un casino. Per la sua essenzialità spartana.
D’inverno era un tantino più difficile sopravvivere con il gelo e la neve. La casa era praticamente irriscaldabile… Nel grande camino potevi fare tutti falò che volevi: a tre metri di distanza la schiena ti si ghiacciava.
Ma Hans aveva una fibra così forte, che solo la combinazione della gioventù unita all’entusiasmo ti può dare.
La casa dopo mesi e mesi di lavoro cominciava a essere ben organizzata. Si potrebbe dire che annoverasse i servizi minimi. Di comforts ancora non si poteva parlare. Comunque Hans aveva riattivato il cariello, si era organizzato con una discreta riserva di acqua…”Troppo casa, troppo stretta?!”.
Forse perché una donna era più assidua di altre?
Via. Cambiare.
Come gli era accaduto più volte, quando da un mucchio di rovine aveva tirato fuori un luogo abitabile e si poteva dire appunto: “la casa di Hans”… Era l’ora di abbandonarla.
Così è andato in Austria. Da quel tipo irrequieto sempre in cerca di Qualcosa, che gli sfuggiva invariabilmente.
Si è messo a restaurare mobili, a farne di nuovi con quelle sue mani generose, capaci di ogni lavoro.
È passato da una donna all’altra o meglio, se lo sono passato, se è vera la mia sensazione che non si sia attaccato a nessuna.
Non si è “accasato” con alcuna.
Si è sposato, ha avuto figli. Fino a qualche lustro fa, quando in cielo transitava una cometa, lo vedevo da Berto. Ci si sedeva sul muricciolo a chiacchierare del più e del meno. Allora, immancabilmente, lui scoppiava in quella sua risata un po’ nasale
che instillava leggerezza.
Hans non sapeva cosa era la cattiveria. Non gli ho mai sentito parlar male di alcuno. Al massimo si zittiva.
E forse è per questo che non riusciva ad avere un rapporto duraturo con nessuno… soprattutto di coppia. Non aveva le armi per difendersi e l’unica alternativa era scappare.
Comunque, se penso a lui, alla sua bionda capigliatura da paggetto cinquecentesco, al suo odore di erbe di bosco, alla sua mitezza, immediatamente mi sboccia un sorriso e me le vedo… che si allontana a pelo sulla sua cavallina maculata, scalzo, con quei rosei talloni callosi, che spiccano fuori dai pantaloni di stoffa grossolana. Un uomo libero.
Augh.

Hans Fontana ultima modifica: 2015-02-20T09:00:39+00:00 da Leonardo Borchi

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