Archivio per categoria: Prosa

“Un fiume di guai” – Estratto 11

Dopo numerose segnalazioni e denunce alla polizia cadute nel vuoto, la situazione di Viola viene finalmente presa a cuore da un ispettore che gira il caso alla Direzione Investigativa Antimafia.

L’ispettore Grise tornò a trovarci e ci comunicò di aver fissato un incontro con la D.I.A., Direzione Investigativa Antimafia.
Mio padre e Alessandro erano al settimo cielo per la notizia, io un po’ meno perché confermava le mie ipotesi: Carmelino Gerasa, Guerrino Giacaleone, Ettore Cimabue e Alfio Tigli erano dei mafiosi. Altrimenti perché la D.I.A. avrebbe dovuto convocarci?

C’incontrammo con Grise davanti alla Prefettura di Bragagna. «Si tratta di un colloquio del tutto informale, solo a livello conoscitivo», precisò l’ispettore scortandoci sicuro e deciso attraverso un infinito numero di porte con la dicitura “Vietato l’accesso” e “Area riservata”. Ad ogni nuovo corridoio blindato le mie ginocchia si facevano gelatina. Mio padre e Alessandro invece, sembravano eccitatissimi. «Consideratelo un inizio – continuò Grise – Se c’è qualcuno che può fare qualcosa per voi, questo è il posto giusto. Fidatevi. Ecco ci siamo». Si fermò davanti a un ingresso con la scritta D.I.A. «Ora vi presento all’ispettore capo, poi devo lasciarvi. Non posso partecipare».
Quell’ultima affermazione mi gettò nel panico totale. Lo guardai con occhi imploranti, ma lui non fece mostra di essersene accorto. La porta si aprì e ci trovammo davanti un uomo bruno e massiccio, in blue-jeans e maglione nero a collo alto, il viso coperto da barba e baffi.

«Ispettore capo Orsini, buongiorno», lo salutò Grise.
«Salve, ispettore. Sono questi i signori di cui mi ha parlato?». Ci squadrò dalla testa ai piedi.
«Sì, le presento il signor Amedeo Ferrario, la figlia Viola e il signor Alessandro, fidanzato della signorina».
«Entrate», disse brusco. Poi, rivolto a Grise: «Grazie, ispettore. Arrivederci». Quello sbatté i tacchi in segno di saluto e se ne andò. Non sapevo, allora, che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto. Ogni corpo di polizia ha i suoi incarichi e le sue responsabilità. Consegnando il nostro caso alla D.I.A., Grise usciva definitivamente di scena.

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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Attendente 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Iniziò a essere una specie di gioco per lei, svegliarsi ogni giorno sempre prima per vedere se l’uomo fosse già sulla spiaggia. Si alzava quando era ancora buio, quando si sentiva l’oceano ruggire piano all’alba, fiero e carezzevole. Lui era sempre lì.
Si domandava cosa mangiasse, se usasse un bagno. Ma non voleva chiedergli cose così sciocche.
“É sposato?” domandò allora.
L’uomo la guardò e quel suo viso di carta sembrò vacillare sotto mille pensieri per una frazione di secondo.
“Sì” rispose laconico, ritornando a osservare il mare. Lei lo guardò, guardò i suoi capelli bianchi e le lentiggini sulle braccia. C’era una storia in lui, lo sentiva, proprio sotto quella pelle sottile e accartocciata. Non avrebbe voluto forzarlo a raccontare, ma non ce la fece.
“É questo che sta aspettando?” chiese. “Sua moglie?” Si pentì immediatamente della domanda, sperò che la lingua le si attorcigliasse in gola, ma era troppo tardi. Le parole galleggiavano proprio in mezzo a loro, impossibili da ignorare.
“A volte”, rispose lui con un mezzo sorriso triste. “Ma ora sto aspettando la tua storia.”
“Non ci sarà nessuna storia” disse lei e corse incontro alle onde, nuotò e nuotò, certa che così l’uomo e il suo sguardo profondo non avrebbero potuto raggiungerla.

Lo incontrò il giorno dopo, decisa su un’idea.
“Venga vicino all’acqua”, gli disse, “giusto sul bagnasciuga.” L’uomo scosse la testa, ma lei poteva vedere che i suoi muscoli pronti a farlo. “Solo sul bagnasciuga, niente di più.”
Mosse un passo. Lui era come un manichino coperto di sabbia e mal oliato, lei come una ninfa dell’acqua, una sirena che lo chiamava sulla melodia dell’oceano. Le si mise accanto, si lasciò bagnare le caviglie da quel mare salato.
“Sto affondando” disse, guardandosi i piedi sorpreso.
“Sì, le onde se ne vanno prendendo con sè la sabbia” gli disse.
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Attendente 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Se ne stava lì da così tanto tempo che la ragazza non poteva fare a meno di chiedersi se fosse parte della spiaggia, se le alghe e le conchiglie si fondessero attorno alle sue gambe brune, durante la notte, come edera marina. Era lì, immobile, gli occhi fissi su qualcosa in lontananza tra onde che solo lui poteva vedere. Il suo viso le ricordava un foglio sgualcito, le sarebbe piaciuto leggere nei suoi pensieri, immaginava che fossero polverosi.
Lo guardò tutto il giorno, di sottecchi; niente lo smuoveva. C’erano lui e la sua ombra, che diventava sempre più lunga mentre il sole tramontava. Cosa si provava ad essere talmente soli, si chiedeva.
L’uomo stava aspettando,  così anche lei si mise ad aspettare.

Lo osservava. Aveva una conchiglia in mano, la stringeva così forte che piccole gocce vermiglie iniziarono a scivolare tra le dita picchiettando la spiaggia. Le si chiuse la gola.
“Si sente bene?” chiese correndogli al fianco. L’uomo sobbalzò a quella domanda, portandosi la mano sul petto con fare protettivo.
“Sì, sto bene” rispose “è solo un piccolo taglio.”
“Forse dovrebbe sciacquarsi nel mare…”
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“Un fiume di guai” – Estratto 10

Il clan mafioso che vuole impossessarsi del marina che Viola ha appena ristrutturato e rimesso in attività, convoca lei e i suoi genitori ad un “incontro d’affari”. Sono presenti il capo-clan Guerrino Giacaleone e il suo portavoce Ettore Cimabue.

Già in panciolle, gambe spavaldamente accavallate e gomiti rilassati sui braccioli, Ettore Cimabue e Guerrino Giacaleone ci osservavano.
Il primo, elegantissimo in un completo scuro dal taglio impeccabile, accennò un sorriso di circostanza; l’altro, un mozzicone di sigaro molliccio fra i denti, continuò a scrutarci con circospezione. Si era tolto il panama, che troneggiava nel suo biancore sul tavolo polveroso.

Gerasa non c’era. Forse non era uno dei soci, come avevo ipotizzato, e non faceva parte della proposta d’affari.
«Veniamo al punto – esordì Cimabue – ecco la nostra proposta: voi vi farete carico del debito residuo con la Provincia e il Demanio per il rilascio delle concessioni. Poi ci cederete il 50% delle quote della vostra società e costituiremo un unico grande marina a gestione congiunta: la piccola Montecarlo del Morea».
Stavo per domandargli se ci avevano preso per degli imbecilli. Mio padre mi precedette: «Signor Cimabue, noi abbiamo un regolare contratto di affitto e il capitale necessario per ottenere l’intestazione delle concessioni. Voi, cosa avete? Perché dovremmo accordarci con lei?».

«Caro Ferrario, al mondo ci stanno quelli che comandano e gli altri che ubbidiscono – intervenne l’uomo col panama – Tu vuoi sapere pecché devi accurdarti cu’ noi?». Aveva una voce asmatica, quasi un sussurro lugubre e atono che mi fece venire i brividi e scrollava il capo, come se stesse parlando a dei bambini deficienti. «Mi domandi pecché devi accurdarti cu’ noi? – ripeté – Ora, noi, una proposta onorevole ti abbiamo fatto. O-no-re-vo-le – ribadì scadendo le sillabe – e tu sei già fortunato che ti abbiamo fatto una proposta – sottolineò il concetto numerico mostrando l’indice – ecco pecché devi accurdarti cu’ noi».
«Il vostro è un ricatto bello e buono», sbottò mio padre.
«Tu vuoi ancora avere un marina? Allora, chiste sono le condizioni e nun sono neggoziabbili. Si nun te piacciono… niente marina».
«Lei è pazzo – rispose mio padre e ostentò una risatina isterica – Crede che io e la mia famiglia abbiamo investito soldi e tempo in questa impresa per regalarla a lei?».
Giacaleone serrò i pugni e per un attimo temetti per la nostra incolumità.

«Allora nun me spiegai. Sono io che sto facendo un reggalo a ttia – puntò il dito indice verso la fronte di mio padre – e le tue parole mi offendono».
Strinsi le mani sul bordo della sedia pronta a scattare in piedi e scappare a gambe levate.
«La faccenda è già in tribunale  – ribatté mio padre per nulla intimorito – e la legge ci darà ragione! »
«Finiscila ‘i mettere a’ lingua fra i denti e darci aria. A me nun me ne fotte nìnte di ttribbunali e avvocati. Quelli sono u’ sciaquone du cesso».
«Basta, abbiamo sentito abbastanza. Ce ne andiamo», dichiarò mio padre.
Giacaleone batté i pugni sul tavolo: «La darsena te la devi scurdare! Vattinne, vattinne, nun sei nisciuno. Pisciasotto! Meno di ‘na merda sei. Ti cancello, t’avveleno, ti atterro, a te e a tutta la famiglia tua. Nun sai chi ti sei messo contro».
«Ma vaff! – gli urlò mio padre facendo il classico gesto – Non mi fai paura. Buffone! Io e la mia famiglia andiamo dritti per la nostra strada, vedremo chi la vince».

Scattammo tutti quanti in piedi come pupazzi a molla e ci precipitammo giù per le scale in fila indiana. Mio padre mise in moto la macchina prima ancora che gli sportelli fossero chiusi e uscì dal parcheggio a una tale velocità che rischiammo di travolgere un’auto di passaggio.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 9

Viola (la protagonista) ha ormai capito che l’attività che ha rilevato è oggetto di interesse da parte di un’organizzazione criminale di stampo mafioso. In piena crisi esistenziale e personale – dopo aver litigato violentemente anche con il suo compagno Italo – fugge da Marina di Morea e torna a Siena alla ricerca del suo passato e delle sue origini.

Volevo rivedere la casa costruita da papà, dove avevo trascorso i primi anni della mia vita: lo strano tetto verde spiovente, i giardini a gradoni su ambo i lati della villa, l’immensa terrazza sopra al garage. Lì avevo imparato ad andare in bici e trascorso interi pomeriggi a giocare a cinque-e-cinque-dieci lanciando la palla contro il muro in attesa che la tata mi chiamasse per la merenda.

Eccola. Parcheggiai e feci un giro a piedi. Era come la ricordavo, solo più piccola. Osservando le finestre, mi tornarono in mente i mobili, la luce, i colori, le sensazioni, gli odori. Mi rividi affacciata a una di quelle finestre, in fremente attesa del ritorno di mamma e papà dal lavoro; il rumore della porta che si apriva; la corsa nell’ingresso e il salto fra le loro braccia per coprirli di baci.

Oltre la casa, sulla vetta della collina, c’era la pieve dove avevo frequentato il catechismo. La raggiunsi. Il portone della chiesa era sbarrato, un cartello diceva: «Si apre solo su prenotazione per matrimoni e battesimi».
Mi sedetti sui gradini. Anche la fontanella della Madonnina, dove mi fermavo a bere, era sparita. Sentii riaffiorare le lacrime; mi soffiai il naso e ripresi il mio viaggio.
Istituto Santa Maddalena: asilo, elementari e medie.
Io ero la piagnona col fiocco storto e i calzettoni che calavano sempre sulle caviglie. Qui avevo preso la licenza media con una pedata nel sedere e l’esplicito consiglio della cornacchia – la direttrice – di non iscrivermi all’impegnativo liceo linguistico sperimentale del Sacro Cuore, che mia madre aveva già scelto per me.

Avevo passato i successivi cinque anni sotto un impietoso bombardamento di inglese, francese, tedesco, greco, latino, con lancio di granate piene di trigonometria, chimica, astronomia e biologia. Al primo anno avevo perso la battaglia – sconfitta in tre materie – ed ero tornata a casa accompagnata dal caustico commento della Madre Superiora: «Se non è in grado di stare al passo con gli elevati standard del nostro istituto sarà meglio che cambi scuola»; era seguita la chiosa di mio padre, origliata casualmente: «Lasciamo perdere gli studi e mettiamo Viola a lavorare in ditta con noi»
Quest’ultima affermazione aveva ferito il mio orgoglio al punto da trasformarmi in soldatino modello: nella lustra divisa d’ordinanza – kilt e gilet blu su camicetta bianca dal collo inamidato – ero diventata la prima della classe e avevo finito per diplomarmi col massimo dei voti.

Ingresso del Sacro Cuore: piazzale contornato da cipressi, edificio incombente, gradinata di pietra serena lucidata dalle migliaia di piedi degli alunni. Nulla era cambiato.
Una suora intenta a sistemare le aiuole a lato del portone, si accorse della mia presenza. «Señora, sta cercando qualcuno?», chiese venendomi incontro.
«Madre Martinez de la Cruz! É lei?». Un poco più rotondetta e curva di come la ricordavo, ma i baffetti scuri e le sopracciglia folte erano rimasti tali e quali. Lei mi squadrò per qualche istante frugando nella memoria.
«Viola Ferrario? Me recuerdo di te. Eri quella che cantava como un angelo. Alla messa tu voce era la mejor de todas. Como te sei hecha grande. Madre de dios, quanto tiempo è passato». Si pulì le mani terrose nel grembiule, mi abbracciò e mi baciò sulle guance.
«Che fai aquì Viola? Sei in visìta?».

Non avevo idea del motivo per cui fossi lì. «Sì, in visita, credo…».

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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