Archivio per Autore: Sara Montella

Credo

Lo spazio tra le tue costole è profondo quanto basta per farmici affondare. C’è odore di miele e di sale marino, di erba e uva passita. C’è in te il profumo del sole e della libertà, la fiamma serpeggiante della disperazione e della redenzione.
Sei labbra morbide e mani ruvide, poesia sussurrata a denti stretti. A volte ti immagino seduto sul molo, le dita nere di carboncino; ti immagino mentre cerchi di catturare il tramonto con le tue mani mortali, trasportare i sospiri di vita sulla carta, rendere reali sogni di esistenza.
Sei bellezza così pungente da fare male, speranza così sgargiante da rendere ciechi. La sapienza degli antichi ti è cucita addosso come ricamo sulla pelle. Sei tutto ciò che una sognatrice può cercare.

Ma la realtà si arriccia nei miei polmoni, rimane intrappolata tra le mie ciglia.
Non posso essere il mare in cui galleggi, le stelle che guidano le tue carte. Troppo distante, troppo fredda, poco luminosa. Guardo la sabbia scorrere tra le mie dita, inginocchiata tra la schiuma marina, ti guardo tramontare oltre l’orizzonte.
Osservo gli uccelli volare in gruppo, sogno del giorno in cui potrò raggiungerli. Giuro che saremo come loro, saremo il vento, il cielo e la luce, l’inizio e la fine. Strapperemo la gravità in due, taglieremo la distanza in piccole parti, tesseremo il destino in una corda abbastanza forte da trattenere insieme i bordi arricciati del mondo.
Dormiremo all’ombra del salice, danzeremo tra le querce, berremo le acque nere del Nilo e ci stringeremo l’uno all’altra sulla cima dell’Everest. Renderemo il tempo inutile, distruggeremo i meccanismi.
Scolpiremo la nostra storia nella pietra, le affideremo la nostra vita; canteremo alle costellazioni, modelleremo i fiumi secondo lo scorrere delle nostre vene, lasceremo che i fiumi cantino i nostri nomi.

Stando qua, sorrido pensando a quello che saremo, asciugo le lacrime e zittisco i pensieri. Qua, ora, sono sola. Sono un’isola, immobile nella nebbia salata mentre guardo gli uccelli dissolversi in grigio.
Non sono con te, non so dove sei. Ma credo nel potere della speranza.
Credo in noi.

Sara Montella

Attendente 2/2

Iniziò a essere una specie di gioco per lei, svegliarsi ogni giorno sempre prima per vedere se l’uomo fosse già sulla spiaggia. Si alzava quando era ancora buio, quando si sentiva l’oceano ruggire piano all’alba, fiero e carezzevole. Lui era sempre lì.
Si domandava cosa mangiasse, se usasse un bagno. Ma non voleva chiedergli cose così sciocche.
“É sposato?” domandò allora.
L’uomo la guardò e quel suo viso di carta sembrò vacillare sotto mille pensieri per una frazione di secondo.
“Sì” rispose laconico, ritornando a osservare il mare. Lei lo guardò, guardò i suoi capelli bianchi e le lentiggini sulle braccia. C’era una storia in lui, lo sentiva, proprio sotto quella pelle sottile e accartocciata. Non avrebbe voluto forzarlo a raccontare, ma non ce la fece.
“É questo che sta aspettando?” chiese. “Sua moglie?” Si pentì immediatamente della domanda, sperò che la lingua le si attorcigliasse in gola, ma era troppo tardi. Le parole galleggiavano proprio in mezzo a loro, impossibili da ignorare.
“A volte”, rispose lui con un mezzo sorriso triste. “Ma ora sto aspettando la tua storia.”
“Non ci sarà nessuna storia” disse lei e corse incontro alle onde, nuotò e nuotò, certa che così l’uomo e il suo sguardo profondo non avrebbero potuto raggiungerla.

Lo incontrò il giorno dopo, decisa su un’idea.
“Venga vicino all’acqua”, gli disse, “giusto sul bagnasciuga.” L’uomo scosse la testa, ma lei poteva vedere che i suoi muscoli pronti a farlo. “Solo sul bagnasciuga, niente di più.”
Mosse un passo. Lui era come un manichino coperto di sabbia e mal oliato, lei come una ninfa dell’acqua, una sirena che lo chiamava sulla melodia dell’oceano. Le si mise accanto, si lasciò bagnare le caviglie da quel mare salato.
“Sto affondando” disse, guardandosi i piedi sorpreso.
“Sì, le onde se ne vanno prendendo con sè la sabbia” gli disse.
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Attendente 1/2

Se ne stava lì da così tanto tempo che la ragazza non poteva fare a meno di chiedersi se fosse parte della spiaggia, se le alghe e le conchiglie si fondessero attorno alle sue gambe brune, durante la notte, come edera marina. Era lì, immobile, gli occhi fissi su qualcosa in lontananza tra onde che solo lui poteva vedere. Il suo viso le ricordava un foglio sgualcito, le sarebbe piaciuto leggere nei suoi pensieri, immaginava che fossero polverosi.
Lo guardò tutto il giorno, di sottecchi; niente lo smuoveva. C’erano lui e la sua ombra, che diventava sempre più lunga mentre il sole tramontava. Cosa si provava ad essere talmente soli, si chiedeva.
L’uomo stava aspettando,  così anche lei si mise ad aspettare.

Lo osservava. Aveva una conchiglia in mano, la stringeva così forte che piccole gocce vermiglie iniziarono a scivolare tra le dita picchiettando la spiaggia. Le si chiuse la gola.
“Si sente bene?” chiese correndogli al fianco. L’uomo sobbalzò a quella domanda, portandosi la mano sul petto con fare protettivo.
“Sì, sto bene” rispose “è solo un piccolo taglio.”
“Forse dovrebbe sciacquarsi nel mare…”
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