Archivio per Autore: Sara Montella

Penna

C’era una volta un uomo di nome Mario. Mario aveva una penna. Una penna fantastica. Era di un bel blu profondo, marmorizzata, amava quella stilografica. Ne era orgoglioso, la portava ovunque andasse: quando faceva shopping, quando andava in banca, a casa, a lavoro…era la sua cosa preferita in assoluto.
Ma un giorno qualcuno gli chiese come mai la portasse semplicemente con sé. “Perché non la usi?” gli avevano chiesto. Mario rimase perplesso, non ci aveva mai pensato, la portava dietro e basta. Non aveva mai ragionato su cosa avrebbe potuto veramente fare con quella penna.

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Applausi

I palmi della pioggia e del terreno applaudono quando si incontrano,
torcendo le dita in un nodo di ruscello.

Segue il fulmine, batte i pugni contro il cielo fumoso,
scoppiano raffiche di vento, gocce di pioggia come fuochi d’artificio.

La nebbia rotea sopra il terreno e danza – mi ricorda di quegli inverni in riva al lago
tanto tempo fa.

Le pozzanghere inseguono la tempesta che passa per ripulire
le strade impolverate e lava gli alberi dalle cattive abitudini.

Di nuovo il fulmine tremola, come una morente lampadina d’argento
che oscilla ad un filo in qualche soffitta del passato.

La tempesta sospira ancora una volta, poi ritrae le sue possenti braccia.

Allora il pomeriggio attende che il sole affondi le sue dita tra le nuvole.

Così gli uccelli potranno volare di nuovo.

Sola

Sussurrasti “La notte è giovane, e anche noi”, e io ti guardavo. E ascoltavo.
Appoggiati al muro abbiamo teso l’orecchio al sordo gracidio delle rane che cantavano la loro vita e, nonostante la notte fosse fredda, la tua mano era calda.

Più tardi hai guardato le stelle mentre osservavo l’umido della sera rapprendersi sulle tue dita, in un momento che non perderò mai.

Quella notte abbiamo dormito sull’erba e la mattina abbiamo mangiato ciliegie. Guidammo per ore, quel giorno; non c’erano edifici, solo marrone e oro e verde e blu, crinali e colline. Ci fermammo dopo il tramonto.

“Solo una notte”, hai detto, e ci siamo sistemati sul materasso troppo morbido con le coperte troppo leziose. Sorrisi guardando le piccole finestre e i muri granulosi, mi sentivo comunque a casa.

“Ho bisogno di te”, ti dissi, “perciò non lasciarmi mai più sola”.

L’angolo della tua bocca si increspò in un sorriso e mi guardasti con i tuoi occhi infiniti.
Mentre mi accarezzavi i capelli, mi sono addormentata.

Luce

La luce del sole gettò i suoi capelli attraverso il recinto
di ferro sbucciato,
voleva donare una tonalità vanigliata ai petali addormentati dei boccioli di rosa.

I grilli smisero di sfregare e cantare,
le falene si nascosero sotto ombrosi veli di foglia.

Baciai l’alba pallida, saltando la recinzione di ferro,
i miei piedi nudi lasciavano impronte umide
sulle pietre d’argento.
Seguendo il volo di un passero ho camminato sul sentiero, gli alberi sottili si inchinavano uno ad uno mentre passavo.

La luce miele liquido del sole filtrava
attraverso l’alba di primavera.
Trascorsi il mio pomeriggio, sognando di inverni futuri.

Muoversi 2/2

Aveva camminato attraverso il buio, un passo di fronte l’altro, con determinazione, incessantemente. Se aveste cercato i suoi occhi, l’avreste visti fissi su un bersaglio distante. Non esisteva alcun obiettivo oltre quello, nient’altro contava.
L’oscurità era infinita, un posto dimenticato da ogni dio, un buio creato da nessuno al di là della creazione e del tempo. Il buio si chiuse sfiorandolo. Dove toccava, la pelle diventava ombra anch’essa, svelando il suo io, dissolvendosi in niente.
Non sapeva che sarebbe successo, non importava. La pelle non gli interessava, aveva il suo obiettivo.  Avanzò, combattendo la forza oscura che lo circondava.

Il tempo passava, le stelle cambiavano posizione nel cielo, le stagioni si susseguivano. L’oscurità in aumento scavava in profondità dentro di lui. Si muoveva ancora, sempre più veloce, il tempo a sua disposizione stava per finire, doveva sbrigarsi. Ce l’avrebbe fatta stavolta, finalmente sarebbe arrivato alla fine di tutto.

Il tempo passava. Città nascevano e cadevano, montagne finivano in polvere, continenti si spostavano e si incrociavano. Il suo cuore si fermò, non avendo più nulla da muovere. Eppure anche questo non lo frenò. La morte era un piccolo ostacolo, finché continuava a muoversi. Il suo obiettivo gli danzava in testa, non riusciva a ricordarlo, ma sapeva cos’era. L’unico oggetto realmente fondamentale della sua esistenza. Così continuò a muoversi, perdendo sempre di più il suo corpo.

Il tempo passava. Le stelle si formavano e morivano, gli universi crollavano e si ingrandivano. Spostarsi gli era sempre più difficile, ma era ancora possibile e non si sarebbe lasciato fermare, non quando era così vicino. Finché la sua anima rimaneva intatta, avrebbe proseguito.

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