Archivio annuale: 2015

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Ove c’è gioia

Sei desto
e pensi:
ove c’è gioia
c’è poesia,
quest’emozione
t’irradia,
non t’accontenti
averla provata
qualche volta
nella vita,
ti senti bimbo
la brami infinita,
per tutti
e nulla
per chicchessia,
or ti delizia
è utopia?

Wish (I più votati di Prosa e Poesia)

Freddo. Crudo. Impassibile.
E’ incredibile come lo specchio ci strappi sentenze nette, definitive.
Come ci renda giudici impietosi di noi stessi.
La ragazza che mi si riflette davanti non è Caroline Wilde.
È una sconosciuta. Non mi ci riconosco, non mi rappresenta e, soprattutto, in questo momento non gode per niente della mia stima.
La scruto con attenzione. Critica.
Un corpo avvolto in un morbido asciugamano, annodato sopra a un seno troppo evidente per quel fisico esile. L’azzurro cielo della spugna che fa risaltare il tono chiarissimo della pelle.
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Per via comparativa

Il passato
al presente
il teatro
alla vita
l’arte alla creatività
sussistono
con intensità,
si riallacciano
per via comparativa,
mi sveglio
e dormo ancora,
pare che
il momento onirico
continui.

La titubanza

Non ci sarà mai un addio,
non per oggi,
forse sarà domani
ma non sarà mai un addio.

Continuerò a cercare i tuoi occhi
tra i milioni di occhi
le tue mani
tra milioni di mani
ma non sarà mai un addio.

Tu non puoi capire
va’, vai pure lasciami anche sola…
ma non dirmi addio
perché non sarà mai un addio.

Simba, Simba! 2/2

“Non potrebbero aspettare di vedere chi c’è e cosa portano e poi sistemare il bagaglio?”.
La categoria del pensiero organizzativo è sconosciuto ai bantù.
Quando dopo quattro ore fu definito il carico e fu definito il numero dei passeggeri, il pickup sembrava la cupola del duomo ed io contai diciassette persone. Ma me compreso.
E mentre salivo a sedere sul tettuccio della cabina (sarà stato un posto nobile?!), vidi arrivare il boss, che naturalmente era il guidatore, mentre si portava dietro un vecchio fucile ad avancarica.
“Che se ne farà? Belve? Banditi?”. Non approfondii.
Si parte. Tempo bello. Io che mi dovevo arreggere al portapacchi su cui sedevo per non cader giù per il dondolio pauroso.
Non è una strada, sembra più una pista da bob, ma con sponde di terra ed alquanto dissestata.
Per ora la maggior difficoltà è data da queste piante che hanno degli aculei di sei, sette centimetri, che ti vengono incontro precisi all’altezza dello stomaco.
Dal cofano si alza una nuvoletta di vapore. Acqua che bolle. Ci si ferma. Tutti a terra. Ci sono un paio di neri un po’ più chiari, con i tratti dei somali, che mi guardano di traverso. Devono aver saputo che sono italiano ed a quanto pare i miei compatrioti non hanno lasciato loro un bel ricordo.
Stiamoli alla lontana. Aspetto al limitare della pista, un po’ discosto. Sono in tre o quattro con la testa affogata dentro il vano motore. Il boss impartisce ordini.
Dopo mezz’ora si riparte. Tutti su. Altri venti minuti di viaggio e scoppia una gomma. Rifermi.
I ragazzi del carbrush, due, armeggiano con crick e chiavi.
Di nuovo in carrozza. Si riparte e…dopo altri venti minuti ribolle l’acqua. Si sarà fatto in due ore sì e no cinque chilometri.
Alla terza volta, che si alza la nuvoletta di vapore, un po’ curioso ed un po’ spazientito metto anch’io la testa sotto il cofano. Mi guardano sospettosi. Comunque voglio vedere cosa fanno.
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