Archivio mensile: novembre 2015

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Vorrei tanto

Vorrei tanto regalarti il sole per vederti sorridere.
Vorrei tanto la tua mano e camminare insieme.
Vorrei tanto farti posare la testa sulla mia spalla per alleviare il tuo dolore.
Vorrei tanto trasformare la tua rabbia in allegria.
Vorrei tanto riuscire a farti piangere per liberarti del tuo immenso dolore.
Vorrei aiutarti più che posso, ma non riesco a entrare nel tuo mondo.
Vorrei sollevarti da terra e farti camminare sulle nuvole per raggiungere il tuo amore.
Vorrei riportarti indietro, farti rivivere intensamente i momenti belli.
Vorrei tanto dirti è stato un brutto sogno.
Vorrei abbracciarmi a te e piangere insieme per questo grande dolore.
Si è alzato un muro, il muro del dolore e del pianto e della rabbia
Invece sono sola  mentre piango scrivo  di te e di me
Di me sorella tua, non riesco a colmare il tuo dolore per aver perso il tuo amore.

Ottavio Berti, ovvero mani pulite

Quando sono arrivato a Vaglia, dalla città, ero affamato di spazi
aperti, di case rurali con le facciate colorate dal verderame, con cui i mezzadri avevano da sempre irrorato la pergola di vite, baluardo contro il solleone dell’estate. E, non solo metaforicamente, di pollo fritto consumato sulla grande tavola della famiglia contadina.
Ottavio era il personaggio che più incarnava, a quel tempo, il mio immaginario cittadino di cosa doveva essere il contadino per antonomasia.
Pantaloni di fustagno, l’immancabile stecchino tra i denti, la pelata tra i capelli sempre occultata dal cappello e la flemma, il passo lento, più lento che l’età poteva suggerire.
E poi…gli occhietti vispi, furbi di chi non ha studiato la vita sui libri, ma ha imparato dalla vita.
“Ottavio che me lo venderebbe un coniglio?” (per la precisione un conigliolo). “Bah, che sa addire…”.
La casa l’avevo già frequentata, per curiosità, nei miei giri di perlustrazione a cavallo della vecchia nera Gilera 125.
Quella di Ottavio mi affascinava per la promiscuità degli animali che giravano sull’aia, e non solo: c’era di tutto, anatre, galli, paperi, pulcini che uscivano dalla stalla, chiocce che covavano tra il fieno. Un’Arca di Noè scacazzante dovunque. E poi c’erano quelle chianine meravigliose, pulite, tirate a lucido, differenti da tutte le vaccine delle altre stalle.
Si respirava ancora l’odore del concio, che faceva tanto campagna.
Un giorno accompagnai i’Leardi, il veterinario; doveva mettere il bollino all’orecchio di una vitellina. Ottavio maneggiava la bestia impaurita con la maestria frutto dell’esperienza.
Era una scena d’altri tempi. Leggi tutto →

Gelosia, un’ombra dell’amore

Sei gelosia
un argomento
privilegiato
nella storia
nei miti
nell’arte.

Sei un sentimento
primordiale
amicale
parentale
della coppia
ossessivo.

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L’America è un paese stupendo (I più votati di Prosa e Poesia)

L’America è un paese stupendo
l’America è un continente sconfinato,
in America c’è spazio per tutti.

Puoi fischiettare e camminare per tutte le strade,
puoi scappare alla polizia per tutta N.Y.City
o dormire sporco e senza soldi
in una stazione d’autobus di S. Francisco.

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Delitto al free jazz 2/2

Il commissario Antonia Bellantoni aveva parcheggiato nel cortile davanti al Commissariato.
Alta, bionda, con l’aiuto di un colorante naturale, si muoveva leggera verso il suo Ufficio sui tacchi a spillo che immancabilmente completavano il suo abbigliamento tra lo sportivo e il ricercato: una camicetta di seta verde carico su una gonna color panna che le ondeggiava lungo le belle gambe con i suoi godet morbidi. Una donna attraente, non un commissario di polizia. A lei piaceva che nessuno potesse etichettarla facilmente.
Era tranquilla e rilassata in quella mattina ventosa di primavera.
Lunedì, se lo sarebbe ricordato quel lunedì.
La scrivania l’accoglieva con il suo ingombro e il telefono aveva già iniziato a squillare.
Palmisano entrò con aria circospetta.
“Commissario vi vogliono parlare, una donna, dice che è importante, la faccio entrare?”
Aveva appena terminato la frase quando dietro Palmisano si era profilata la silhouette di una giovane donna che premeva alle sue spalle per farsi strada.
“Scusi commissario, ma nessuno mi ascolta, la prego è urgente!”
Con riluttanza Antonia Bellantoni le fece cenno di accomodarsi.
Non era cedevole, ma quella richiesta e soprattutto l’agire della giovane l’avevano convinta ad accogliere le sue pressioni.
Elegante, quasi bella, sicuramente particolare, con la sua chioma riccioluta di un rosso tiziano risplendente, la vide accomodarsi nell’unica sedia libera da fascicoli lasciando intendere nello sguardo e nei modi una faccenda seria e complessa.
“Mi chiamo Vanessa Ormandi e sono qui per denunciare la scomparsa di un amico, intimo…”sottolineò con una breve enfasi e pausa nella voce calda e sensuale.
“Non è questo l’Ufficio denunce”, intervenne rapida la Bellantoni che, superato il primo momento d’incertezza, riassumeva il controllo della sede e soprattutto del ruolo.
“Lei non capisce o non vuole capire, commissario Bellantoni, so benissimo a quale Ufficio avrei dovuto rivolgermi, non sono una sprovveduta, ma mi ascolti e capirà il caso che vado a prospettarle”.
Qualcosa la convinse di ascoltare.

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