Archivio annuale: 2013

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Metempsicosis – A morte (01)

Jack si sentì strattonare, come un figlio che non vuole sentire la sveglia in un giorno di scuola. Mormorava, biascicava, a un certo punto gli parve di tirarsi le coperte sulla testa.
Era semicosciente a causa del sonno e dai trapassi avuti, quasi pensò che fosse stato tutto un sogno: la macchina, il delitto, l’erba, le visioni. Si sentiva quasi alleggerito e tornato alla “realtà”.
Gli strattoni persistettero sempre più forti, poi le grida e infine una botta forte.
Con gli occhi socchiusi Jack alzò lo sguardo e, nel sentirsi riavere di essere tornato essere umano, ebbe un sussulto di gioia. Finché, dopo quei cinque secondi in cui realizzi di esserti svegliato, si rese conto di essere in una cella e di avere davanti a sé due secondini, uno in cella e un altro appena fuori.
Stewart Peddingson, lo chiamavano i secondini. Gli dissero che era giunta la sua ora, che dovevano accompagnarlo alla sedia elettrica e si meravigliarono della sua sorpresa, che interpretarono come una forma di difesa psicologica all’inevitabile.
“Se questo è il mio destino” pensò Jack “come posso evitarlo?”
L’inevitabilità era sempre il sentimento di fondo, lo spavento dell’irrinunciabile, di ciò che si svela. La sua paura più grossa ora era il dolore che avrebbe provato durante l’esecuzione.
Il panico prese il sopravvento sulla razionalità, cominciò a scalpitare, a reagire, i secondini lo tenevano stretto nonostante le catene ai piedi e alle mani.
Jack passò davanti al vetro di una cella e si vide; ciò che vide lo bloccò in un attimo.
La memoria cominciò a setacciare seguendo quella sensazione che si ha davanti a un viso che si pensa conosciuto. Scava e riscava, un brivido gli salì lungo la schiena.
Stewart Peddingson, lo strangolatore, aveva ucciso venticinque donne; stuprate, ammazzate e sotterrate nel giardino di casa. Una belva, un caso che aveva riempito pagine di giornali per mesi e, inevitabilmente, quella faccia non si poteva certo scordare.
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Esodato, perché?

Vivi nel limbo,
pensi e non lavori,
mediti e scrivi
parole graffianti
sul diario della vita.

Ti chiamano esodato,
ti senti angosciato,
umiliato,
nel fronteggiar di petto
la cruda realtà.

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Il Re di Maggio (09)

Il Re di Maggio, lui saprebbe come fare fiorire i giardini, i pensieri, le speranze. Tutti lo stiamo aspettando. Da anni cavalca i nostri sogni. Cosi, passa il tempo, ma la speranza, non svanisce mai. Senza di essa, non ci sarebbe esistenza. Che bel regalo ci ha fatto il Re di Maggio. Esser vivi, non è solo respirare, ma anche pensare vivo. Alle volte, per strada, incontri della gente che sembra vuota, solo un involucro da nutrire a sazietà, anche delle cose più stupide.

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Buffe case colorate

Buffe case
colorate
fanno fare ai turisti
foto
dove appaiono
sorridenti e
felici di essere lì.

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Gatti

Randagi
Se ne stanno tutti vicini vicini, quasi non ci fosse più spazio, ma non soffiano, non  aggrediscono, non si azzuffano. Aspettano.
Sono tanti e sanno, come creature avvezzate, l’ora e il giorno di quel pasto promesso. Si assembrano allora nelle vicinanze: c’è chi attende sdraiato, mostrando ancora meglio invalidità e menomazioni; c’è chi si apposta in posizione strategica, in alto, per scorgere da lontano l’arrivo annunciato; c’è chi per ingannare l’attesa si rannicchia su se stesso, nell’allerta costante di un orecchio sollevato; c’è chi con fare da sentinella monta la guardia accovacciato sulle zampe posteriori, il muso intento, la coda arrotolata ad abbracciare le zampe anteriori, l’aria tesa di chi spera e non sa se ha riposto troppa fiducia in quell’attesa. L’assembramento è variopinto: sono di tutti i colori e di tutti gli screziati possibili e non sempre ben assortiti. Non sono belli o graziosi o eleganti; mostrano anche nelle fattezze i segni di una vita emarginata, senza identità, né vecchia né nuova, spaventati e arresi.
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