Vittoria

La prima volta che sentii Vittoria ero alla stazione di Bologna. Mi sembra che pronunciò il mio nome. Con calma, lo pronunciò con calma. Le prime volte lo faceva sempre con molta calma. Tanto da farmi dubitare. Ma non mi preoccupai.

La seconda volta fu a letto, leggevo un libro e fumavo. Lei disse solo “Che barba ‘sto libro…”. Io lo trovavo divertente, il libro.

Vittoria cominciò a rivelarsi come un non-io, o altro-io, o un checcazzonesò. Per farla breve, ci misi un po’, ma alla fine realizzai: Vittoria era, ed è, una voce. Dentro, ma fuori. Dentro la mia testa, dentro la mia pancia, dentro la mia gola; fuori dalla mia volontà, fuori dai miei sentimenti, fuori da qualsiasi tipo di controllo.

Non è così scioccante come stai pensando. Dopo un attimo di smarrimento, cominciò anche a piacermi. Come ho già detto, all’inizio Vittoria era calma e suadente. Vellutata e tranquillizzante.

Non stavo lavorando. Disoccupato professionista, mantenuto dall’ultimo brandello di stato sociale: l’assegno di integrazione. Le mie giornate fluivano pacifiche tra il pub e un cinema, il Lumière, dove lavorava un amico, Carlo, che mi faceva passare a ufo il pomeriggio. Il Lumière è un cineclub e quindi spesso mi gustavo fantastiche pellicole datate e grondanti poesia.

Con Vittoria cominciammo a giocare a “fare il film”: uscivo dal Lumière e via del Pratello diventava il set. Vittoria mi imbeccava dandomi le battute dell’ipotetico partner.

Ricordo che “Once upon a time in America” ci coinvolse al punto da tentare di auto-violentarmi sul sedile posteriore della Buick di Noodles (in realtà il bagno di un pub in via Paradiso).

Frequentavamo la zona universitaria, per darci un contegno giravamo con alcuni volumi sotto il braccio. Vittoria amava i romanzi sudamericani, tipo Scorza o Sepulveda per capirci. Era quasi un idillio, forse ero felice. Vittoria pareva serena. Si mise ad esprimersi con uno spiccato accento ispanico che io trovavo molto eccitante.

Un pomeriggio di Marzo, caldo, luminoso e complice, eravamo seduti all’esterno del Piccolo e io sorseggiavo una birra. La conversazione aveva preso la solita piega: “Senti Vittoria, qualche volta vorrei avere voce in capitolo. Insomma non ti arrabbiare o alterare ma vedi, sì insomma non per dire eh, io odio la birra chiara…”

“Sei il solito provincialotto privo di senso estetico, il riflesso giallo della birra è perfetto con la luce di quest’ora, non discutere, io me ne intendo di queste cose…”

Stavo per ribattere che pure il Pinot è giallo, quando Francesca si sedette al tavolo con noi. Alta e atletica, Fra era forse l’unica persona che non trovasse strano il mio modo di incedere per domande e risposte a me stesso. Attaccò con “Salve! Hai sentito il tam-tam? Pare che la manifestazione per Gay Pride si terrà qui a Bologna quest’anno. Cazzo, sarebbe fantastico! Cioè, questi cortei sono vere e proprie feste viaggianti e per un paio d’ore si respira colore allo stato puro. Una figata!”

Mi infilai in una pausa “Sì, qualcosa ho sentito, cioè non per dire eh” Vittoria insisteva per sapere cosa Gay Pride fosse “Sì insomma figata… Ma cos’è Gay Pride? Cioè in pratica, si..”

“E’ la giornata dell’orgoglio gay. Negli Stati Uniti centinaia di migliaia di persone, gay e lesbiche trans eccetera si trovano, credo a Frisco, per celebrare una storica rivolta gay contro i soprusi degli sbirri e ormai è una vera e propria festa nazionale. Sì, insomma del tipo che, se non sbaglio, anche Clinton ha partecipato una volta, voglio dire che è un corteo enorme con tanto di parata e diretta tv. Cioè, da qualche anno anche da noi si fa una cosa simile, in piccolo naturalmente, ma non è mai stata fatta qui a Bologna. Ma te la vedi piazza Maggiore piena di coloratissimi ragazzi che festeggiano la vita e l’orgoglio di essere diversi? Grande, no?”

“Cazzo, interessante! No, non mi interessa… Magari ne riparliamo… Sì, insomma vado di fretta, sai com’è…”

Non avevo fretta, Vittoria insisteva per rimanere soli e io feci la solita figura del pirla.

” Vittoria, te l’ho detto un milione di volte di non essere prepotente. Di questo passo finiremo per restare soli senza amici, sì insomma, non si possono trattare le persone così”

“Stai zitto. Fai figure da pirla perché sei un pirla. Non sopporto Francesca e tu lo sai. Leggo nei suoi occhi troppa curiosità e finta tolleranza… E poi invidio le sue gambe e le sue mani. Le nostre sono orrende! Ti mastichi le dita e sei pieno di peli dalla caviglia all’inguine. FAI SCHIFO!”

“Ma Vittoria…”

“Ma Vittoria, ma Vittoria… Non piagnucolare, cabron!”

Senza rendermene conto ero succube della voce, ormai le conversazioni erano quasi sempre a una direzione, la sua. Dovetti rasarmi le gambe e smettere di mangiarmi le unghie. Nascondevo sotto i pantaloni due cosce lisce come quelle di Pantani e le unghie dei piedi erano fucsia…

Fino a poco tempo prima le donne di Bologna erano uno dei motivi per vivere ma in poche settimane da quel fottuto giorno alla stazione, mi ritrovai ad avere con Vittoria conversazioni di questo tenore: “Sei senza occhi? Ma hai visto le chiappe di quel moretto? E le labbra? MMMMMMM…”

“Senti, Vi, io preferisco il biondino. Mooolto più fine nei lineamenti!”

Rispondevo così e avvertivo gli ormoni festeggiare Halloween nelle mie vene, ma mi consideravo un eterosessuale convinto. Forse per abitudine…

Un giovedì andai da un’amica parrucchiera che mi faceva forti sconti per spuntare i capelli, una volta lì le mie paure si materializzarono: aprii la bocca per chiedere a Maria il solito taglio, ma la voce che uscì dalla bocca era (AAARGH!!!!) quella di Vittoria! La sentii dire: “Maria, basta con queste code di topo. Voglio una bella tinta rossa fuoco, come Nicole Kidman. Ah, sì, elimina definitivamente questi ispidi pelacci sul viso, se proprio non riesci, schiariscili”

Ora sono la voce nella testa di Vittoria, una formosa rossa tornata da poco dal Marocco. Stiamo ballando una shakeratissima salsa in corteo verso Piazza Maggiore, Francesca aveva ragione: Gay Pride è una festa fantastica…

 

 

Vittoria ultima modifica: 2012-03-30T09:24:33+00:00 da Manuel Galbiati

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