Vaglia 19 Ottobre

“Serravalli?”. “Sììì…?”
“Tolmino?”. “Sììì…proprio io?”
Il detto “voglia di lavorare cascami addosso”…l’hanno coniato il giorno che venne alla luce Tolmino.
Era da poco passato il fronte. I tedeschi avevano distrutto tutte le infrastrutture sulle vie di comunicazione. Ne aveva fatto le spese anche il ponte sulla Carza a Vaglia, sulla provinciale per Bivigliano.
All’ufficio di collocamento: “Serravalli, una buona notizia, c’è da ricostruire il ponte, sei disposto a lavorare?”.
“Bah…non l’ho mica buttato giù io?”
Un’altra volta un contadino, mi pare del Pozzolini, ma potrei sbagliarmi, gli chiese: “Oh Tolmino, che mi dai una mano a mietere il grano? Pagando naturalmente”.
“Senti…per questa volta guarda di fare da solo. Per un’altra volta …seminane di meno”.
Com’è, come non è, un bel giorno me lo ritrovai collega. L’avevano assunto come netturbino. Andava dietro al camion della nettezza del comune, a buttare da dietro il sudicio dentro l’antro tritatutto. Allora la raccolta era porta a porta. E c’erano sacchetti di rifiuti, secchi di cenere che venivano dalla cucina economica, scatoloni…e carrozzine. Sì, Tolmino volava dentro di tutto.
Una volta, accanto alla porta di casa, c’era una carrozzina per bambini, vuota per fortuna, e lui la compattò nel camion.
Perché Tolmino, pur essendo un dipendente pubblico, andava a cottimo. Sarà perché quella era la gita e quando avevi finito il giro… finiva il lavoro. Sarà che aveva il lavoro sullo stomaco e non vedeva l’ora di rientrare, tant’è ci metteva una verve che non sospettavi in uomo che, a me pischello, sembrava già vecchio.
Un altro giorno dovette balzare tempestivamente sul predellino posteriore del camion, su cui si spostava per brevi tratti da una strada all’altra, perché rincorso da una massaia con intenzioni bellicose. Aveva lanciato, a far compagnia a bucce e fondi di caffè, due borse di plastica, che erano la spesa appena fatta dalla gentile signora.
Imprudente. la casalinga, le aveva abbandonate sull’uscio entrando in casa.
Non l’avevano avvertita che stava per passare Terminator.
Di quando buttò un cane di grossa taglia dentro il camion, l’ho già raccontata. Quella volta la colpa fu del Verdi che, accalappiacani con licenza di uccidere, gli faceva fatica fare la buca per seppellirlo e lo nascose sotto le foglie dei tigli dentro un grosso bidone nero della nettezza.
Tolmino, con la sua furia, prima rimase attaccato al bidone nell’agguantarlo con sufficienza pensandolo pieno di leggere foglie e dopo, quando se lo caricò con fatica sulle spalle e gettò il contenuto nel camion, non si sarebbe accorto di nulla, se non fosse stato per me, che vedendo il cadavere dell’animale girare e cadere, cadere e girare nella ruota del compattatatore, non avessi urlato: “Oh Tolmino…ma cosa hai buttato?!
A sessanta anni Tolmino aveva la capigliatura nera corvina. Pochi per la verità, ma di un bel colore scuro. Patrimonio genetico?
No, Nugget. Il nostro si dava una ritoccatina giornaliera alla chioma con la famosa marca di cera da scarpe. Preferiva la tonalità nera.
Il servizio di nettezza urbana, all’epoca, il giovedì non passava. L’autista, Pitene, e Tolmino facevano manutenzione all’OM e… parecchio ciondolavano.
Così io, il solito guastafeste, dalla mia autorità di Guardia: “Sentite, perché non si va a ripulire le prode delle strade che sono piene di sudicio?”.
Non poterono dirmi di no. E così, aiutati anche di volta in volta dal Gatto o da qualche altro operaio, andavamo, io compreso, a raccattare gomme, cucine, armadi, sacchetti di plastica pieni di rifiuti lanciati al volo fuori dai finestrini delle macchine o rovesciati dai camioncini degli artigiani.
Un giorno stavamo facendo il Poggio agli Uccellini sulla provinciale verso Bivigliano. Il balzo era pieno di tutto un po’. Io, oltre a raccattare la mia parte di robaccia, dove potevo, cercavo di rinvenire elementi che mi facessero risalire ai dannati stupratori della campagna. Aprivo i sacchetti neri e rovistavo con i guantoni tra i rifiuti puzzolenti di casa, alla ricerca di un indirizzo su una busta, uno scontrino…(oggi ci vogliono far credere che l’abbiano inventato l’altro giorno a Borgo!).
”Oh questo l’ho beccato! Guarda qui questo frigorifero vecchio e lo scatolone di quello nuovo che l’ha sostituito”.
“Bravo”. Tolmino. “Fagli una bella contravvenzione. La più grossa che ci sia. Almeno impara…”. E così di questo tono.
Poi leggo il nome della ditta…
“Ah… l’è lui..”. Sempre Tolmino. “Mi deve portare i’ conto di un mobiletto…”
“Mah…senti… non gliela fare troppo grossa”. La contravvenzione.
“Qualcosa fagli…ma piccolina…Io dico che se tu gli fai una ripassata…basta”… Viva la coerenza.
Si diceva che quell’omo, che aveva per solo amico Pacchiano, un canaccio a barilotto con quattro zampine storte, che si portava sempre dietro, avesse nascosto in casa sotto qualche mattone un tesoro.
Come si facesse a favoleggiare una cosa simile, non so. Dove li avrebbe dovuti prendere i soldi? Vero che non spendeva niente. È vero però che prima di lavorare al comune, non aveva cespiti.
In casa non voleva nessuno. Se qualche volta, passando, mi affacciavo a quella porticina di ferro che metteva su una rampettina buia e un po’ inquietante e lo chiamavo…Lo vedevo uscire svelto, svelto, ma più per anticipare una mia discesa in casa, che per sollecitudine verso un ospite.
In effetti, vi entrai veramente per la prima volta, quando lui era già andato in pensione da diversi anni. Quando dovetti accompagnare l’assistente sociale che non riusciva a mettere piede in casa, richiamata dai vicini che temevano per la salute di Tolmino (o forse erano semplicemente nauseati dal puzzo che saliva su dalla corte).
C’erano più gatti che mosche. Ma le mosche erano tante. Infatti la casa era piena di sacchetti di frattaglie di macelleria in ogni dove.
Anche sotto il letto. Naturalmente ci volevano gli chantilly per uscire indenne tra le merde di svariate specie animali.
Quella volta mi fece pena. Toccai con mano la sua solitudine (e anche qualche cacca).
Comunque quando morì, in una casa di riposo, la leggenda di quel suo tesoro è continuata a girare.
C’è chi dice che se lo sia preso una nipote che stava verso… boh! Montecatini?! Sarà vero?
Augh, Tolmino…Un po’ strano eri.

Vaglia 19 Ottobre ultima modifica: 2015-02-27T08:21:40+00:00 da Leonardo Borchi

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