Una falena

Agosto e sono qui.
Continuo a ripetermi che dieci euro sono dieci euro. Ogni ora pagata come straordinaria, otto ore a notte. Da mezzanotte alle otto. Non è sempre così. Solo in Agosto comprano il sacrificio delle mie ferie, pagandolo bene.

Ormai sono cinque anni che sono il guardiano notturno di questa fonderia, la Steel; è grande come una città, puzza di olio motore e il grigio è il colore dominante. Ogni ora faccio il giro completo del complesso, auto elettrica e torcia. Niente armi, solo un telecomando per l’allarme, tipo salvavita. Mai usato. Dopo il giro mi chiudo nel mio gabbiotto con tavolo e lampada che pende dal soffitto. Sotto la lampada “Il tamburo di latta” di Grass, con dedica: “Ad Alberto, con i suoi occhi azzurri che penetrano anche in quelli nocciola. Mara.”. Mara è la mia donna, il centro della mia vita fuori di qui. Lei è direttrice editoriale, giù in città, una manager, si dice così no? Ci siamo conosciuti quando la casa editrice per cui lavora ha rifiutato i miei racconti. L’ho colpita per questa doppia vita guardiano – scrittore, molto letterario, a quanto pare.

Bevo il mio whisky irlandese, Mara dice che è un problema. Stanotte lo è sicuramente, è quasi finito e sono le quattro. Mi allungo sulla poltrona similpelle e guardo la lampada oscillare al centro della stanza, una falena gira attorno alla lampadina, una, due, dieci volte. Da qualche parte ho letto che vivono ventiquattro ore e le spendono tutte attorno ad una fonte luminosa. Territorio di caccia, o una cosa del genere. Ogni tre, quattro giri l’insetto cozza contro la lampadina, ustionandosi orrendamente, immagino. Ma non smette. Continua a svolazzarci attorno, ancora e ancora, non smette. Testarda.
E’ tornato il momento del giro di controllo. Il ronzio del motore elettrico rompe il silenzio metallico della fabbrica, lo spot della torcia affetta il pulviscolo sollevato dai giochi d’aria nei capannoni. Chissà come reagirei se trovassi qualcuno, urlerei? Scapperei? Ogni giro è un piccolo brivido, una scommessa.

Comincio a pensare in terza persona, mi trasformo in narratore, sto scrivendo una storia ambientata alla Steel, come a unire le due metà della mia vita. Il protagonista, Dorino, è un operaio che riesce ad amare il suo lavoro al punto da ricostruire l’ambiente della fabbrica nel giardino di casa per quando andrà in pensione. Uno che ha trovato risposte, per dire. Non ne conosco nessuno, ma forse esistono…

Nel frattempo ho terminato il giro, la stanzetta mi riporta alla realtà. Avevo dimenticato la luce accesa, ora le falene sono due, più svariati insetti. Entrambe roteano vorticosamente e cozzano, e roteano ancora. Ogni giro senza ustione è una scommessa. Le due falene si ignorano a vicenda, troppo prese nel trip della lampadina, una viaggio sempre uguale, ma totale e totalizzante, assoluto. Il resto della notte lo vedo attraverso il bicchiere del whisky, raggiungo lentamente lo stadio di euforia che ti chiude nell’ossessione del motivetto: tutto quello che riesci a fare è fischiettare o canticchiare mentalmente una canzone che chissà quando si è infilata nella testa.

Così arrivano le otto e, finalmente, me ne posso tornare a casa. Con la prima luce del giorno le falene sono scomparse, sono troppo ubriaco per chiedermi dove siano finite.
Guido piano verso casa. I viali, con le loro curve sempre nella stessa direzione, mi cullano fino al bilocale che divido con Mara. Scale a chiocciola e toppa della porta che oscilla davanti alla chiave. Lei è già uscita per andare al lavoro. Noto qualcosa di strano, una assenza ingombrante ed insolita. Ci penserò più tardi. Crollo sul piazzaemmezza e svengo senza spogliarmi, come tutte le mattine…

E’ il tremolio dell’astinenza a trascinarmi fuori dal letto. Sono le sei e un quarto quando ingollo il terzo bicchiere di whisky e acqua, comincio a sentirmi meglio, forse riuscirò finalmente a mangiare qualcosa e a tenerlo nello stomaco più di dieci minuti.
Come mai Mara non c’è? Dovrebbe essere a casa da un’ora.

La risposta è piegata in quattro al centro del tavolo, in cucina:
“Alberto: avrei voluto dirtelo di persona, ma non sopportavo l’idea di rivederti ubriaco. Me ne sto andando. I motivi sono quelli di sempre: il whisky, la noia, la tua mancanza di ambizione, le promesse eccetera… Sono in ferie da tre giorni, non l’ho detto e ho finto di andare in ufficio in modo da sistemare tutto prima di oggi. Non cercarmi. Ho lasciato duecento euro nel comodino per le ultime bollette. Giusto perché tu lo sappia, c’è un altro. Mi dispiace per come è andata, ma… Mara.”

Rileggo la lettera due, tre volte. Decisa. Decisa ed asciutta. E’ strano, ma in questo momento l’unico pensiero che mi viene è un commento sullo stile. Se avessi una penna rossa, mi metterei a correggerla. Come un pazzo rovisto nei cassetti e nell’armadio, ha preso tutto. Ha diviso ciò che andava diviso, equamente, come sempre.
Mi sento stanco, stanco e vuoto. Trovo sollievo dove lo avevano nascosto: in una bottiglia di J&B, torno sempre lì, mi scotto, ma non mollo.

Arrivo al lavoro dopo una doccia gelata e sei caffè. Il collega si accorge di qualcosa, “tutto a posto?” mi domanda per la prima volta in cinque anni. “Tutto a posto” ringhio senza convinzione. Scuote la testa, quasi lo prendo a pugni, poi lascio perdere.

Il primo giro fila via liscio, nonostante il fascio di luce della torcia vibri come un epilettico. Provo a pensare a Dorino, ma non è cosa. Nella stanza la falena è sola e gira e cozza. Dopo il quarto bicchiere mi pare di sentirne i lamenti per la carne straziata dalle ustioni. Ma non molla. Continua. Ancora ed ancora.

Parto anche io per il secondo giro. Fino al reparto presse, tutto bene. Poi, nel magazzino, un ombra. Forse sono io che sto male, penso tutto d’un fiato, ma un rumore mi gela. Punto la luce nella direzione del clang e un ragazzo mi fissa dal centro del cono della torcia, la mia mano corre al pulsante dell’allarme, ma non lo pigia. Il ragazzo ha una spranga e la solleva, passano cinque secondi. Cinque fluidi lenti secondi. Vedo la falena, Mara, i miei racconti, la mia brutta faccia nello specchio del bagno, mio padre. Tutte queste cose girano vorticosamente, si confondono in una sensazione di nausea. Tutto in cinque secondi.

Abbasso la torcia e dico “Pussa via, gatto di merda!”.
Dieci euro sono dieci euro, che io sbatta contro la lampadina oppure no.

 

 

Una falena ultima modifica: 2012-01-09T00:52:34+00:00 da Manuel Galbiati

Comments are closed.

Post Navigation