“Un fiume di guai” – Estratto 6

Viola, la protagonista, inizia a sospettare che Carmelino Gerasa (alias Nino), procuratore della società dalla quale lei e la sua famiglia hanno preso in gestione il marina, sia legato a dei mafiosi

Nino era già sceso dall’auto; con l’orecchio incollato al cellulare faceva cenno agli altri guidatori di seguirlo a uno dei tavoli sotto gli ombrelloni. Lo sentii dire poche, concitate parole in siciliano stretto (era la prima volta che usava il dialetto) e non capii un accidenti.

Appena seduti, quello della Panda disse ad alta voce: «Che successì? Che disse chiddu cò cappieddu? Io arristai ‘inta machena comi dicisti tu, ma s’avissa stato pè mia, c’avissa ‘sfunnatu l’uocci…».
«Cala a uoce, Tònio, levaccinne», lo zittì Nino. Poi mi chiamò al tavolo, e con tono da padrone mi chiese di portare bibite per i suoi ospiti. «N’intesimo ant’ora co cumpare Francé. Iddu me disse ca sta veniendo e n’arraggiuniamo, pecché nu sgarru accussi non s’avia a fare. É grave…molto grave».
Il siciliano per me era arabo ma intuii che stavano aspettando qualcuno – un compare, mi era parso di capire – per parlare di qualcosa di molto grave.

I quattro continuarono a discutere con tale fervore da disturbare una mia cliente che prendeva il sole su uno sdraio vicino. «Scusa Viola, chi sono quelli?», mi chiese, mentre le passavo accanto col vassoio.
«Armatori, stanno trattando l’acquisto di una barca che devono trasferire in Sicilia».
«Capisco. Puoi dirgli di abbassare un po’ i toni?».
«Certo».

Mentre posavo le bevande sul tavolo, arrivò una vecchia Mercedes, modello magnaccia, dalla quale scese un tizio in camicia bianca sbottonata fino a metà petto, catenona d’oro al collo, pantaloni neri con la piega, cintura e mocassini in finto coccodrillo, orologio da polso, d’oro anche quello.
«Voscienza s’abbenedica», lo salutò Nino scattando in piedi come un soldatino e baciandolo ossequioso sulle guance.
«S’abbenedica Ninè», rispose il tizio con aria scocciata. Prese posto sulla sedia che in tre si affannarono ad offrirgli. «Che fu u’ fatto cà mi rù stu traficu?», domandò sbuffando.
Colsi l’occasione dell’arrivo del nuovo ospite per avvicinarmi ancora al tavolo e chiedere se desiderava qualcosa.
«Café», fece senza neanche guardami in faccia, e subito proseguì a parlare con Nino: «Ah, Ninè, chì vai cercanno? Nun lo sai chi jè chìddu? Chìddu jè Guerrino Giacaleone. S’rrapine, droga, spacciu, vinnita de fierro… cu ticciu porta? Non gli rompiri ‘i bballe. Statte buono into tuio, e iddu starà into suio».

In che razza di posto ero capitata? La faccenda sembrava peggiore di quel che avevo immaginato.

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 6 ultima modifica: 2017-04-04T08:55:37+00:00 da Eleonora Scali

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