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“Un fiume di guai” – Estratto 8

La difficile situazione con il marina mette a repentaglio anche la relazione fra Viola (la protagonista) e il suo compagno Italo

«L’analisi è presto fatta: tu non mi ami più. I tuoi mi offendono in continuazione e tu non muovi un dito per difendermi; ti cerco, e mi sfuggi. Tutto quello che fanno i tuoi genitori è giusto, mentre quello che faccio io è sbagliato».
«Che dici, Italo, non è così».
«Ti pare giusto che dopo tanti anni non abbiano ancora capito che lavoro facevi? L’importanza e il prestigio dei ruoli che hai ricoperto? Segretaria, dice tua madre. Così, ha pensato bene di strapparti a una brillante carriera e farti diventare una… un… uno scaricatore di porto! Ecco la definizione giusta. Guarda come sei ridotta: sciatta, trasandata, cenciosa. Dov’è finita la donna affascinante e femminile che conoscevo? Tuo padre non ha avuto il maschio che desiderava tanto? Mi spiace per lui, ma non per questo devi diventarlo. Scimmiottò la mia voce – sì paparino, sì mammina – fai tutto quello che vogliono i tuoi perché vuoi più bene a loro che a me».

Il delirio di Italo crebbe inarrestabile. Fissandomi con le pupille dilatate, sibilò: «O dici ai tuoi di togliersi dai coglioni, oppure si tengano il marina: noi ce ne andiamo!». Tirò un cazzotto sul materasso della cuccetta e si alzò di scatto.
Un istante dopo, con tono calmo e pacato, mi disse: «Torniamo ad Alessandria, amore mio, o a Torino, se preferisci. Riprendiamo la nostra vecchia vita».
In tanti anni insieme non ero ancora riuscita a capire come ci riuscisse: dall’isteria alla calma totale in una frazione di secondo. Mi persi a fissare il soffitto di alcantara della cabina, come se lì si nascondesse la soluzione al mio dilemma. Non aveva nessun senso: lui era il mio compagno, loro i miei genitori. Insieme formavano la mia famiglia. Come potevo scegliere un pezzo di famiglia e mandare l’altro a quel paese? «Non puoi chiedermi di fare una scelta del genere», gli risposi con un filo di voce.

«Devi scegliere – ripeté serafico – è semplice: o stai con me o stai con loro».
Cominciai a singhiozzare convulsamente e Italo se ne andò, come al solito, certo che la sbornia di pianto mi sarebbe passata e che lui avrebbe ottenuto ciò che voleva.
Lo sentii risalire in barca che stava albeggiando. Si spogliò in silenzio e s’infilò sotto le coperte. Aspettai che il suo respiro si facesse regolare. Iniziò a russare. Invece di toccargli la spalla perché cambiasse posizione, mi allontanai da lui pian piano. Attesi ancora, per essere certa che fosse nel sonno profondo, e sgusciai fuori dalla cabina. La tenue luce mattutina trafisse le mie pupille infiammate. Le tempie martellavano senza sosta e un tremito mi scuoteva mani e stomaco. Nel cucinotto dell’area pic-nic mi preparai una moka da quattro tazze, versai l’intero contenuto in un grande bicchiere di cartone e mi sedetti a sorseggiarlo seduta su uno sdraio.

Il sole spuntò alle mie spalle pennellando di rosa le cime dirupate e selvagge dell’Almenara, la superficie di alluminio lucido del fiume cominciò a riflettere la faccia delle nuvole dirette a est, a scaricarsi in mare aperto. Perché non ero nuvola anch’io? Leggera, inconsistente, trascinata dal vento, senza pensieri, libera.
Dal fitto canneto sulla sponda opposta fece capolino una famiglia di germani. In perfetta fila indiana affrontò l’acqua gelida. Il loro starnazzare richiamò una nutria, che scese il balzo erboso e s’immerse silenziosa. Le poche imbarcazioni ancora ormeggiate sonnecchiavano placide avvolte in quella trapunta di cielo e acqua.

Lo sguardo mi cadde nella tazza di caffè. Il liquido nero fumava e tremolava. M’imbambolai in quel cerchio, nero come il mio umore e la decisione che avrei dovuto prendere.
Non potevo più stare lì. Mentre Italo dormiva ancora salii in macchina e mi allontanai.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 7

La famiglia di Viola riceve un primo avvertimento. Stanno intralciando gli affari di qualcun altro, persone che contano.

Quel giorno Italo ed io, eravamo andati ad Alessandria a trovare Max, e fummo messi al corrente dell’incontro solo al nostro ritorno.
«Cosa? – urlai strabuzzando gli occhi mentre Italo, sedeva ammutolito con la faccia da te-l’avevo-detto-che-venire-qui-non-era-una-buona-idea – Papà, fammi capire, per piacere! Uno stimato professionista, avvocato di grido di Rusica, vi ha convocato d’urgenza, di notte, in mezzo a una strada, per dirvi… Che dobbiamo lasciare la darsena e andarcene?… È uno scherzo».

«No, no, è tutto vero – intervenne mia madre – ha detto che dobbiamo mollare tutto e sparire».
«In che modo ve l’ha detto? Vi ha dato delle spiegazioni?».
«È stata una cosa rapidissima, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di fargli delle domande. Quando siamo arrivati, è salito nella nostra macchina e ha detto queste precise parole: “Vi ho convocato perché me lo ha chiesto Carmelino Gerasa. Vi devo dare un messaggio da parte sua. Mi ha detto di riferirvi che l’impresa nella quale vi siete messi disturba gli interessi di persone che contano e che hanno bisogno del controllo del territorio. Per il vostro bene è meglio se abbandonate”. Poi, rivolto a papà, ha aggiunto una frase che mi ha fatto venire i brividi: “Sa, signor Ferrario, di notte, vicino all’argine del fiume, non si sa mai cosa le potrebbe capitare”. Ecco, questo ha detto. Noi siamo rimasti pietrificati, e quasi non ci siamo resi conto che era già sceso dalla macchina e si stava allontanando. Papà gli è corso dietro e gli ha chiesto di Nino. Sai cosa ci ha risposto? Ha detto: “Nino si è barricato in casa e sta affilando le armi”. Cosa intendesse – concluse mia madre, sospirando – non ho idea».
«Lo sapevo che mettersi in questa impresa era da pazzi. Spero che adesso te ne renda conto anche tu, Viola», sentenziò Italo.
«Non cominciare con la solita tiritera».
«Calma, calma – intervenne mio padre, alzandosi dalla sedia e cominciando a passeggiare per la stanza – non facciamoci prendere dal panico. Esaminiamo la situazione e valutiamo il da farsi».
«Che ci hanno preso, per scemi? – esplosi io – Abbiamo appena trasformato una discarica di rottami in uno splendido marina, e ora qualcuno lo vuole? Come ha detto quell’avvocato? Di notte, vicino all’argine non si sa cosa le potrebbe capitare. Minacce da Far-West. Mi rifiuto di crederci. E poi, staremmo disturbando gli interessi di chi? Che vadano a farli da un’altra parte i loro interessi. Io non mi muovo».

Ne discutemmo per ore, ma l’analisi era presto fatta: il marina era in piena attività, stava funzionando bene e avrebbe rappresentato il futuro per me e Italo. Ci avevamo già investito una cifra spaventosa, non potevamo abbandonare tutto.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 6

Viola, la protagonista, inizia a sospettare che Carmelino Gerasa (alias Nino), procuratore della società dalla quale lei e la sua famiglia hanno preso in gestione il marina, sia legato a dei mafiosi

Nino era già sceso dall’auto; con l’orecchio incollato al cellulare faceva cenno agli altri guidatori di seguirlo a uno dei tavoli sotto gli ombrelloni. Lo sentii dire poche, concitate parole in siciliano stretto (era la prima volta che usava il dialetto) e non capii un accidenti.

Appena seduti, quello della Panda disse ad alta voce: «Che successì? Che disse chiddu cò cappieddu? Io arristai ‘inta machena comi dicisti tu, ma s’avissa stato pè mia, c’avissa ‘sfunnatu l’uocci…».
«Cala a uoce, Tònio, levaccinne», lo zittì Nino. Poi mi chiamò al tavolo, e con tono da padrone mi chiese di portare bibite per i suoi ospiti. «N’intesimo ant’ora co cumpare Francé. Iddu me disse ca sta veniendo e n’arraggiuniamo, pecché nu sgarru accussi non s’avia a fare. É grave…molto grave».
Il siciliano per me era arabo ma intuii che stavano aspettando qualcuno – un compare, mi era parso di capire – per parlare di qualcosa di molto grave.

I quattro continuarono a discutere con tale fervore da disturbare una mia cliente che prendeva il sole su uno sdraio vicino. «Scusa Viola, chi sono quelli?», mi chiese, mentre le passavo accanto col vassoio.
«Armatori, stanno trattando l’acquisto di una barca che devono trasferire in Sicilia».
«Capisco. Puoi dirgli di abbassare un po’ i toni?».
«Certo».

Mentre posavo le bevande sul tavolo, arrivò una vecchia Mercedes, modello magnaccia, dalla quale scese un tizio in camicia bianca sbottonata fino a metà petto, catenona d’oro al collo, pantaloni neri con la piega, cintura e mocassini in finto coccodrillo, orologio da polso, d’oro anche quello.
«Voscienza s’abbenedica», lo salutò Nino scattando in piedi come un soldatino e baciandolo ossequioso sulle guance.
«S’abbenedica Ninè», rispose il tizio con aria scocciata. Prese posto sulla sedia che in tre si affannarono ad offrirgli. «Che fu u’ fatto cà mi rù stu traficu?», domandò sbuffando.
Colsi l’occasione dell’arrivo del nuovo ospite per avvicinarmi ancora al tavolo e chiedere se desiderava qualcosa.
«Café», fece senza neanche guardami in faccia, e subito proseguì a parlare con Nino: «Ah, Ninè, chì vai cercanno? Nun lo sai chi jè chìddu? Chìddu jè Guerrino Giacaleone. S’rrapine, droga, spacciu, vinnita de fierro… cu ticciu porta? Non gli rompiri ‘i bballe. Statte buono into tuio, e iddu starà into suio».

In che razza di posto ero capitata? La faccenda sembrava peggiore di quel che avevo immaginato.

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 5

(Viola, la protagonista, inizia a conoscere meglio Carmelino Gerasa (alias Nino), procuratore della società dalla quale lei e la sua famiglia hanno preso in gestione il marina)

In soli due mesi, fra anticipazioni per le concessioni e prestiti vari, ero fuori di centosessantacinque milioni e ottocentotrentasettemila lire. Lo feci presente a Nino insieme al fatto che fino al quel momento non aveva ancora emesso una singola fattura alla Stella del Fiume, né aveva scritto le lettere che giustificavano i prestiti extra-contratto.

«Fallo tu per me – disse – Anzi, visto che io sarò sempre più spesso fuori ufficio per risolvere questioni legali, potresti gestire anche qualche altra scartoffia? Petite chose…», mi allungò una cartelletta stracolma di carta.
Detti una rapida occhiata al contenuto. «Ma qui Nino c’è da rispondere a un sacco di gente, fare fatture, bolle, contabilità. Posso prepararti i documenti, se vuoi, ma poi bisogna che controlli e firmi tutto quanto».«Macché, macché, non si può fermare tutto per una stupida firma! É normale routine. Firma tu, mi fido».
“Io, di te, per nulla”, pensai. Ma siccome in quel modo avrei avuto la possibilità di sistemare i sospesi contabili fra le due società e tenere sotto controllo la Trigone, decisi di prendere la palla al balzo. «D’accordo, Nino». Presi la cartelletta sottobraccio e mi congedai.

Addentrandomi in quella che aveva definito normale routine, ebbi la conferma che Nino giocava sporco: c’erano alcuni ammanchi in cassa, erano sparite un paio di barche senza che fosse stata emessa fattura, i fornitori continuavano a sollecitare vecchi insoluti.
Decisi di far finta di nulla, ma per evitare che, un giorno, Nino mi accusasse di aver mal gestito le sue cose, decisi di redigere ogni documento della Trigone col suo computer, col medesimo timbro e scarabocchio di firma e quando ero costretta a compilare qualcosa a mano, utilizzavo una calligrafia artefatta. Inoltre presi l’abitudine di fotocopiare tutti i fogli che mi passavano per le mani.

Nino, era così soddisfatto della mole di lavoro che sbrigavo al suo posto, che mi concesse perfino il tedioso privilegio di accompagnarlo a ogni udienza in tribunale e in ogni ufficio pubblico nel quale dovesse recarsi per le concessioni, o per risolvere contenziosi della Trigone.
In materia di legge, al contrario del resto, Gerasa era una vera autorità: redazione di atti per il tribunale, memorie di parte, citazioni, sequestri, denunce, querele sembravano essere il suo pane quotidiano. Conosceva tutti i cavilli possibili per attaccare in termini di legge, difendersi di fronte alla legge, aggirare la legge.

Sapeva con precisione in quale stanza di quale edificio di quale ente trovare il giusto interlocutore per ogni specifico problema. Conosceva tutti per nome e cognome, dai semplici impiegati, ai funzionari, avvocati, periti e giudici. Tutti lo salutavano con ossequioso rispetto, lo chiamavano Dottore, quasi temessero di pronunciare il suo nome. Qualcuno, al solo incrociarlo lungo gli infiniti corridoi di tribunali e uffici pubblici, piegava appena il capo in una sorta di inchino, altri sembravano volersi mimetizzare con le pareti, pur di evitare di arrivargli a portata di stretta di mano. Ebbi anche l’impressione che, sia i rispettosi che i restii, evitassero volutamente d’incrociare il suo sguardo.

Come aveva preannunciato, Nino cominciò a venire in ufficio sempre più di rado.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 4

(Viola, la protagonista, ha appena ricevuto dai genitori la proposta di rilevare il marina con il loro sostegno economico ma l’impresa la spaventa moltissimo)

La mia idea di mettermi in proprio prevedeva qualcosa di meno faraonico di un marina da trecento posti barca e annessa attività commerciale. Trovavo azzardato lanciarmi in un settore del tutto sconosciuto e che avrebbe richiesto investimenti enormi ma, d’altra parte, mia madre era convinta si trattasse di un affare e mio padre era disposto a metterci dei soldi.

Cercai allora, di mettere da parte i fattori emotivi e applicare le tecniche marketing: pro, contro, opportunità e rischi. Ne venne fuori un quadro allettante, ma pieno di difficoltà e incognite. Decidere da sola – Italo se n’era lavato le mani – mi spaventava a morte. Feci la cosa più codarda del mondo: scrissi un fax ai miei genitori. Esposi i miei dubbi, le paure e quelle che prevedevo sarebbero state le conseguenze se avessi accettato infine, rimisi la decisione a loro. Se ritenevano ne valesse davvero la pena, l’avrei fatto.

Ero seduta sul ciglio del Gran Canyon. La Viola bambina, affamata dell’amore e della stima dei suoi genitori incitava: «E dai salta, che aspetti?».
La Viola adulta e coscienziosa rispondeva: «Sei pazza? Hai visto che strapiombo? Non ce la posso fare. Ci rimetto anche la pelle».
«Dai, non fare la tragica».
«Non sono tragica, sono realista».
«Ascoltami, dall’altra parte c’è il paese dei balocchi e mamma e papà te lo stanno offrendo su un piatto d’argento. Che aspetti? Salta».
«No, non salto».
«Quello che c’è di là, lo vuoi o no?».

Lo volevo, ma allo stesso tempo sapevo che il rischio di spiaccicarmi al suolo e rompermi tutte le ossa era altissimo. Allora, scrissi quel fax, demandai ogni futura colpa ai miei genitori e saltai nello strapiombo.
Hop! Brava bischera.

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 3

(Il padre di Viola, la protagonista, racconta alla figlia chi era il proprietario del marina che la famiglia sta decidendo di rilevare)

Mio padre mi raccontò tutto ciò che sapeva su Attila.
Commerciante nato, intrallazzone, imbonitore, furfante o gentiluomo, secondo l’umore, con lui si potevano fare grandi affari o prendere enormi fregature. Capitava ogni tanto che uno dei clienti bidonati si presentasse al negozio strepitando. Attila metteva in piedi la solita sceneggiata: strabuzzava gli occhi incredulo, giurava e spergiurava di essere stato fregato a sua volta, quasi si strappava i capelli dalla disperazione. Poi invitava il cliente a pranzo, perché diceva «colla panza piena se rraggiona e se fa rraggionà mejo pure l’artri», lo ubriacava di parole, e all’uscita dal ristorante riportava il malcapitato in ufficio, rabbonito e pronto a un altro affare.

Attila era abilissimo anche nel recupero crediti. L’importante era incamerare la somma dovuta, sotto qualsiasi forma. Nel piazzale antistante il negozio esponeva auto, scooter, moto, e nel suo ufficio proponeva sottobanco orologi d’oro, tovaglie ricamate, falsi d’autore e abiti pseudo-firmati. Tutti pagamenti in natura ricevuti da clienti debitori.
Mio padre, che gli aveva fornito tappezzeria per anni, conosceva bene i suoi sistemi. Attila comprava tanto, ma bisognava sottostare alla sua mania di contrattare, barattare e intrattenere. Fra una pretesa di sconto, un rilancio sui quantitativi, una richiesta di dilazione di pagamento e l’immancabile offerta di merce di dubbia provenienza, era d’obbligo sorbirsi aneddoti, barzellette sconce, battute pungenti su tutto e tutti, rimbrotti a dipendenti fannulloni e, per finire, l’immancabile litigata al cardiopalma con la segretaria-amante di turno.

La donna secca con i capelli rossi che avevo visto cucinare al marina era stata la sua ultima convivente. Si chiamava Marisa. Trent’anni meno di lui, faccia da cavallo, occhi spenti. Attila si vantava di averla strappata al lavello di un lurido ristorante del porto di Bragagna e di averla trasformata in una signora. Rimasta incinta – come da copione – Marisa aveva sperato sino alla fine che lui la sposasse, ma l’unico contentino che Attila le aveva dato prima di morire era stato un misero due percento della società, che né lei né Gianluigi erano stati in grado di gestire.

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 2

(Il rapporto fra Viola, la protagonista, e i suoi genitori)

Io e i miei non eravamo mai andati d’accordo su nulla. Tra noi c’erano sempre stati attriti, per motivi futili o importanti, sin dalla mia adolescenza. Non per niente il tentativo di collaborare nell’azienda di pelletteria di famiglia era fallito e, appena avevo trovato un impiego, ero andata a convivere con Luca, l’uomo che qualche anno dopo era diventato mio marito.

Nemmeno su di lui ci eravamo trovati d’accordo. «Non è alla tua altezza ed è troppo giovane», aveva sentenziato mamma. Mio padre si era astenuto da commenti così aperti, ma la sua totale mancanza di considerazione per il barista proletario era stata molto eloquente. Quando – dopo otto anni di vita insieme – Luca mi aveva lasciato per una cubista ventenne, il loro unico commento era stato: «Tanto doveva succedere. Meglio ora che dopo».
Dopo Luca era arrivato Italo. Neanche lui aveva ricevuto il favore dei miei. Andava bene l’età (quasi dieci anni più di me) e lo status sociale (manager affermato), meno bene che fosse separato e avesse un figlio. Sangue misto, per di più.

«La ex-moglie è davvero afro-americana?», domandò mia madre quando portai Italo in famiglia per la prima volta.
«Sì, mamma».
«… negra?».
«Mi pare evidente, mamma».
«Negra-negra, o mulatta?».
«Nera come il carbone».
«Oddio! E, il bambino?», mi chiese con orrore.
«Max, ha sette anni, somiglia al padre, è bellissimo e mulatto».
«Mulatto, quanto?».
«Mulatto–abbronzato», le risposi seccata mettendo in chiaro che la conversazione sull’argomento era chiusa. Meglio che non indagasse oltre e magari venisse anche a sapere che prima di essere la fidanzata ufficiale di Italo ero stata la sua amante per diversi anni.

Anche mia sorella Alessia non aveva un rapporto idilliaco con mamma e papà. A lei – vuoi perché era la piccina di casa, o per quella sua irresistibile ruffiana dolcezza – era stato concesso tutto ciò per cui io avevo dovuto sputare lacrime e sangue. Non per questo le cose erano andate meglio.
Delle sue scelte lavorative erano ancor meno entusiasti che delle mie, perché Alessia guadagnava poco e in modo discontinuo. Quanto a fidanzati – dopo l’operaio terrone, l’ambulante profittatore con tendenze violente e il personal-trainer spagnolo – quando infine era arrivato Isacco (ottima famiglia, istruito e proprietario di una storica galleria d’arte a Torino) nostra madre non aveva tardato a scoprire che era ebreo e aveva ripetuto la medesima sceneggiata del figlio negro di Italo.

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

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“Un fiume di guai” – Estratto 1

(Viola, la protagonista, è appena stata avvisata telefonicamente che al suo porticciolo sono dovuti intervenire i Vigili del Fuoco. Non le è stato detto per quale motivo).

Mi butto fuori casa lasciando il computer acceso e senza dare le mandate al portoncino. C’è un buio cattivo, fatico a inserire le chiavi nel cruscotto, tanto mi tremano le mani. Mentre guido come una pazza verso il marina, continuo a chiedermi perché siano intervenuti i vigili del fuoco. È inverno, fa un freddo birbone, non ci sono contadini nei campi vicini che ripuliscono e bruciano sterpi. Le barche sono a terra da mesi, batterie staccate, tutto spento. Cerco di convincermi: è successo qualcosa lì vicino, non si tratta del mio marina; magari fosse così.

Non c’è tempo per altre riflessioni. Cinque minuti e sono lì. Già dalla strada sterrata, a un centinaio di metri dal cancello d’ingresso, intravedo un chiarore insolito. Due pattuglie di carabinieri mi fanno cenno di accostare.
«Sono la proprietaria! », urlo dal finestrino senza alzare il piede dall’acceleratore.
Faccio un rocambolesco slalom in mezzo alle due gazzelle, mentre quelli si sbracciano, scendo dalla macchina ancora in moto, libero il cancello da catena e lucchetto.
«Non può stare qui. È pericoloso», intima uno dei carabinieri raggiungendomi col fiatone.

«Sono la proprietaria», gli strillo sul muso. Corro nel buio verso due enormi autobotti che sputano acqua dalla strada che costeggia la recinzione. Mi sbraccio: «Sono qui. L’ingresso è aperto. Venite, presto!»
Confusione di uomini e mezzi, un muro di fuoco, fumo denso e appiccicoso, non riesco a respirare. Rumore di macerie che cadono, un boato lacerante mi sfonda lo stomaco, inciampo, mi rialzo, continuo a correre. «Da questa parte. É aperto!». Non mi sentono. O, forse, credo di urlare, ma la mia gola non emette alcun suono. Un altro scoppio, seguito da urla di allarme degli uomini al lavoro. Conto almeno una decina di divise nere con strisce gialle catarifrangenti in precario equilibrio su autoscale sbracciate sul mare di fuoco. Altri stendono chilometri di manichette, le allacciano, le azionano. Ogni lancia è retta da almeno due pompieri e sussulta e sgroppa come un cavallo impazzito.

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Stralci da “O.D.E.S.S.A. L’ora della fuga” di A. Ferrini e S. Pizzuoli

Di seguito alcuni pezzi tratti qua e là dal romanzo “O.D.E.S.S.A. L’ora della fuga”, scelti in modo che non interferiscano con la successiva lettura, che svelino e nello stesso tempo lascino intatti il mistero e l’attesa, impresa non facile perché come una spy story che si rispetti non mancano i colpi di scena:

 

Le donne e gli amori

Chi era quella donna, ma soprattutto cosa sapeva di lui? Le valigie furono caricate sulla Citroën, elegante anche se non proprio potente, sicuramente il modello Traction Avant, una delle prime a trazione anteriore, Walder l’aveva riconosciuta subito, da vero appassionato di motori e di auto qual era. Evidentemente il suo cervello aveva bisogno di divagare, si riscosse. Alla partenza le ruote anteriori slittarono leggermente sulla fanghiglia del viottolo, prima di imboccare la strada asfaltata.
Seduto a fianco della donna, cercò di sciogliere la lingua che sembrava di marmo.

[…] Con la coda dell’occhio spiò la sua accompagnatrice che si muoveva sulla strada con andatura regolare e a fari ben alti. Era una figura giovane ed esile anche se infagottata da un pesante cappotto stretto in vita con una cintura annodata. Semplice ed elegante, colpiva per la quieta bellezza del volto.”
La fermata successiva sarebbe stata alla stazione di Altdorf, lo informò prontamente prendendogli la mano e un vago accenno di tenerezza nello sguardo.
Era abile, scaltra e afferrava al volo, sapeva simulare all’impronta; il tocco della mano e il verde degli occhi di lei non lo avevano lasciato indifferente.

Si girò e la strinse tra le braccia. Pensava di essere respinto, non si aspettava il contrario; il corpo di lei aderì al suo e, nonostante fosse infagottato, lo sentì sodo e morbido allo stesso tempo. Cercò le sue labbra che si unirono alle sue per poi schiudersi in un bacio più profondo. Le loro lingue che si toccavano dettero la scossa definitiva alle convenzioni mentre un ardore sopito prese il sopravvento. La tensione accumulata in tutte quelle ore esplodeva in quell’amplesso furioso. Quanto si frapponeva al desiderio dei loro corpi fu eliminato in fretta. Caddero sul letto spinti da una frenesia che non permetteva pause.

Ma tu non puoi capire, ciascuno di noi ha una storia pesante del recente passato che trascina con sé. Non sto giustificando nessuno, né dando delle spiegazioni, sento venuta l’ora di parlare, di dire quello che proviamo. Una luce si era spenta nei suoi occhi scuri; davanti a lui restava un simulacro di donna: forse sarebbe stata anche bella se i capelli troppo corti, i pantaloni troppo larghi, la camicia troppo abbondante non gliene avessero tolto non solo la parvenza, ma anche la forma.

 

Le peripezie

Se c’era qualcuno nelle case poco lontane aveva certamente sentito.
Gli tremavano leggermente le mani.
Si sedette sul parafango della macchina con la pistola ancora in mano e si guardò attorno: il maggiore non si muoveva, il caporale era scivolato fra lo sportello ancora aperto e il cofano. Poco lontano, all’inizio del moletto le due valigie. Si riscosse, infilò la pistola nella fondina.
Presto, doveva fare presto.

Oltrepassato il mantice, il corridoio era deserto, si nascose dietro la porta di accesso al vagone successivo. Il rumore del treno gli impediva di udire distintamente i movimenti dell’inseguitore ma, quando la porta si schiuse, fu pronto e con tutta la forza del terrore la batté con violenza contro chi era convinto ormai li stesse pedinando.
L’uomo perse l’equilibrio e Walder gli piombò sopra assestandogli un energico cazzotto alla mascella; lo sconosciuto cadde stordito e Walder fu pronto a immobilizzarlo legandogli le braccia con la cintura del cappotto; si precipitò […] a scendere quanto prima da quel maledetto treno.

 

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Buona lettura!

Prosa e Poesia

Wish (I più votati di Prosa e Poesia)

Freddo. Crudo. Impassibile.
E’ incredibile come lo specchio ci strappi sentenze nette, definitive.
Come ci renda giudici impietosi di noi stessi.
La ragazza che mi si riflette davanti non è Caroline Wilde.
È una sconosciuta. Non mi ci riconosco, non mi rappresenta e, soprattutto, in questo momento non gode per niente della mia stima.
La scruto con attenzione. Critica.
Un corpo avvolto in un morbido asciugamano, annodato sopra a un seno troppo evidente per quel fisico esile. L’azzurro cielo della spugna che fa risaltare il tono chiarissimo della pelle.
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