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Dei trionfi e delle vittorie 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Poi, un giorno, improvvisamente, prima dell’annientamento totale e letale, qualcosa si muove, qualcosa si risveglia, si riaccende, si illumina, si riscalda. E quell’impercettibile moto e cambiamento è in grado di imprimere movimento e mutamento a tutto il sistema, a tutto il resto di quell’agglomerato umano che un tempo era un essere vivente, che un tempo era una donna, un uomo, giovane o vecchio, bello o brutto, ma era umano nel sentire e nell’agire, prima della bruciante sconfitta.
Lentamente, molto lentamente, quasi in modo impercettibile, il corpo si rianima e riacquista vigore, le membra si rinsaldano e i muscoli si tonificano, con essi la mente rinvigorisce, rigenerando i propri pensieri. L’anima si monda, il cuore si fortifica e con esso le passioni, le pulsioni, i desideri si ridestano e si affacciano a nuova vita.
Tale processo rinnova anche le ambizioni, gli obiettivi, le mete di un tempo o attuali, insieme alla voglia di realizzarli. Così, in breve, il nostro lui, la nostra lei si accinge ad allenarsi, ad impegnarsi, a cimentarsi per realizzare quel sogno, quel progetto, per raggiungere quel traguardo. Non si risparmia fatiche e non centellina energie lui e neppure lei. Si dà con tutto se stesso, lui come pure lei. Si nutre della propria determinazione sia lei sia lui. Si rinvigorisce grazie a essa. Si fortifica e conquista se stesso, non solo lei ma anche lui. E trasforma la sconfitta del tempo che fu, l’avvilente e invalidante perdita, nel suo punto di forza, nella sua grinta, nella sua linfa vitale, comprendendola a fondo, conoscendone le cause, le forme, i tempi e i rimedi, i segreti. E si rialza, immettendosi nuovamente nel circuito della vita, in cerca della propria vittoria, della propria rinascita. Si allena come un atleta, come un maratoneta, come un discobolo. Si cosparge il corpo con olii e unguenti, invoca e offre sacrifici agli Dei, si purifica nel corpo e nell’animo. Si prepara metodicamente, a lungo, finché giunge il momento in cui è e si sente pronto.
Quando viene, dunque, l’agognato giorno della prova, del torneo, della gara, della sfida, dell’esame, dell’audizione, del provino, del colloquio, dell’esibizione, della presentazione del progetto, della lezione, della vendita, dell’incasso, de… de… de … non ci sono dubbi, gli altri contendenti non hanno scampo, non hanno chances: lei o lui sarà vincitore. La gara sarà sua, se la aggiudicherà lei oppure lui, a seconda del genere cui egli appartiene, ma sarà sua ed egli o ella troverà finalmente riscatto dalla lacerante sconfitta di un tempo.

Salirà finalmente sul podio, lui o lei. La folla, tutta, sarà con lei, con lui. La gioia, l’entusiasmo, la vitalità lo, la pervaderanno tutto, tutta. Il trionfo sarà Suo.

La folla invocherà il nome del vincitore. Tutto sarà per lui: la gente, la gloria e la fama, il tempo, il sole, le ore e pure il vento, che scarmiglierà i capelli e rinfrescherà i pensieri.

All’ombra di quel podio qualcuno penerà, si dispererà, si ripiegherà su se stesso, si dibatterà, giacerà, se ne andrà perdente, in quel frangente vinto.
Che ne sarà di colui, di colei, che non sarà sul podio, ma giacerà ai suoi piedi sconfitto e deluso?

Arrancherà, annasperà, tremerà, rantolerà, striscerà, gemerà, fremerà, urlerà, piangerà, griderà, latrerà, non si reggerà in piedi e non vivrà, fino a quando una impercettibile luce si accenderà e illuminerà il fango dei suoi pensieri e l’evanescenza dei suoi voleri ed egli o ella si metterà carponi, per poi ergersi in piedi, ricominciare a deambulare, a vivere e sognare di salire su un monte, su una stella, su un’astronave o chissà su quale altro podio cercherà… e ce la farà, per lasciare all’ombra del proprio trionfo il nuovo venuto, fragile sprovveduto con un destino da conquistare ed edificare.

 

Flavia Todisco

Dei trionfi e delle vittorie 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Un podio. Su quel podio qualcuno trionfa. Gioisce e festeggia. E’ osannato e celebrato dalla folla, dalla giuria, da parenti e amici: da tutti, insomma. All’ombra di quel podio qualcuno pena, si dispera, si ripiega su se stesso, si dibatte, giace, se ne va perdente; in quel frangente vinto.
La folla invoca il nome del vincitore. Tutto è per lui: la gente, la gloria e la fama, il tempo, il sole, le ore e pure il vento, che scarmiglia i capelli e rinfresca i pensieri.

Fermo immagine.
Messa a fuoco.

Una domanda: Che ne sarà di colui o colei che non è salito o salita sul podio, ma se ne giace ai suoi piedi sconfitto e deluso?
Chissà che ne sarà di lei, di lui.

Arranca, annaspa, geme, freme, trema, rantola, striscia, urla, piange, grida, latra, guaisce…Non si regge in piedi, non cammina, passa rasente ai muri, una morsa forte e stretta allo stomaco non gli dà pace. Non sa dove guardare, non sa che cosa fare. Nell’animo un dolore atroce lo porta a nefasti pensieri, a infelici propositi, non vuole più combattere, non vuole più gioire, non vuole più guardare la propria immagine riflessa in uno specchio, non vuole più gareggiare, non crede più in nulla, non crede più nel proprio talento, nel proprio impegno… vuole soltanto scordare, persino il suo nome.  Si vuole annientare.

Il tempo in cui lui o lei giace in simile stato è una variabile umana, molto umana, può durare giorni, settimane, mesi o, nei casi più estremi e drammatici, tutta la vita che resta.
Il tempo dell’afflizione è oscuro, opaco, ha un suono sordo e muto, un sapore acre e rivoltante. E’ un salto in uno strapiombo. E’ uno strisciare nel fango, nella melma, nel magma dentro le viscere della terra. E’ non-vivere, è non-sentire, è non-interagire con il resto del mondo, è non-nutrirsi e pascersi, è annientarsi. Finire. Svanire.

Flavia Todisco

Venti (I più votati di Prosa e Poesia)

Narratrice: Venti.
Bimba: Ventimila leghe sotto i mari!
Narratrice: Venti.
Bimba: Rosa dei venti!
Narratrice: Venti.
Bimba: Venti settembre! Non so che cosa sia, ne ha parlato una volta la maestra…
Narratrice: Venti.
Bimba: … … I fantastici venti!
Narratrice: No, questo no! Non esistono!
Bimba: … ma allora io non so…
Narratrice: Sai che cos’altro suggerisce il numero venti?

Venti lunghissimi, interminabili anni li separarono, ne avevano allontanato i cammini e i destini. Venti stramaledetti anni avevano sottratto, all’uno, il lieto sorriso di lei, le sue labbra, i suoi sussurri, i suoi fianchi ed anche i suoi piedi, da baciare teneramente, mentre si avvolgeva al suo corpo, assaporandolo; all’altra, invece, avevano soffiato via la calma inebriante serenità, che le derivava dal semplice fatto di stargli vicino, di stare al suo fianco, e la selvaggia e naturale familiarità con i di lui pensieri e desideri, con i suoi piaceri.
Il destino fu diabolico con loro, un giorno in un lontano passato, ormai trascorso ventennio. Entrambi lo subirono ignari, senza, all’apparenza, accorgersene e, quasi, risentire di quello strappo, di quel torto, di quel furto.
Le loro vite, disgiunte, seguirono, allora, sentieri diversi, direzioni opposte e remote, facendo loro quasi dimenticare l’esistenza e l’amore dell’altro e per l’altro.
Lui, invero, la cercò più volte; in una di queste, la raggiunse e le disse semplicemente che era importante, le altre furono vane, per le trame oscure del caso e gli ostruzionismi perversi di amici distratti e complici dell’atroce disegno di quel loro destino.

Il tempo trascorse. Essi, separatamente, aggiustarono, stravolsero e pacificarono le loro singole esistenze. Solo allora accadde che si potessero rincontrare.
Il destino ci si mise anche quella volta, ma allora intervenne per incrociare nuovamente i loro cammini e rintrecciare le loro vite. Lui la ritrovò per caso, inviandole parole d’amore. Lei rispose tutta tremante alla di lui missiva, rubricandola alla voce “Amore” del suo epistolario segreto e più intimo, quello del Cuore, ben consapevole che quello fosse l’Amore Grande della sua vita.

Furono entrambi grati al destino, a quel fatale sopravvenire che concesse loro una seconda chance, una seconda volta, che vissero intensamente, amandosi teneramente e tenendo le loro vite strette strette, nel vivere ogni giorno vicine.
Ritrovarono anche la complicità e la gioia dei due giovani ragazzi, che si erano amati un tempo, scorrazzando in macchina, prima e dopo aver fatto l’amore, alzando al massimo il volume dello stereo dell’auto, cantando e ballando i motivi di un tempo e guardandosi intensamente con uno sguardo malandrino.

Il resto che venne lo scelsero insieme, scegliendosi, prima, l’un l’altro per e con Amore.

 

Flavia Todisco

Parole incollate e parole scollate (I più votati di Prosa e Poesia)

Da quando sono nato non mi stupisco più di nulla e non ricordo il nome del mio luogo di nascita e questo la dice lunga sul mio girovagare da quando ero un neonato.
Qui sento già le prime rimostranze: i piccoli dell’uomo camminano a quattro zampe e solo dopo si sollevano su due, non è quindi possibile che un bebè cammini da subito. Eppure questa è la mia storia.
All’inizio credevo di avere i piedi incollati alle scarpe, ora so di essere nato con i piedi scarpa o con i piedi a forma di scarpa e di aver avuto subito l’istinto a stare diritto e soprattutto a camminare. Non è stato facile abituarsi e muoversi in un mondo alto o comunque molto più alto di me, come mi è capitato per lungo tempo.
Immaginate un neonato tutto testa e tutto scarpe, ma in altezza un Lillipuziano, sì, proprio come i piccoli abitanti di Lilliput!
Se gli altri piccini imparano a camminare con l’aiuto degli adulti che lo hanno a loro volta imparato da altri, io l’ho fatto da solo e senza alcuno sforzo andavo, perché la spinta a camminare è sempre stata fortissima, senza sapere e senza meta.
Più camminavo e più crescevo, più crescevo e più aumentava la mia spinta a camminare.

Ho visitato e rivisitato molti distretti che a distanza di tempo mi apparivano diversi e nuovi. La mia vista sapeva riconoscere le somiglianze, ma li guardavo con occhi differenti tanto che non mi sembravano più gli stessi luoghi.
Se il vecchio proverbio recita che il mondo è bello perché è vario, io posso dire che il mondo si assomiglia tanto, tutto, cambia solo il modo di guardare.
No, forse non è solo il modo di guardare, ma anche quello di chiamare, nel senso non tanto del nome dato alle cose quanto tutto quello che si può intendere con quel nome.
Ciascuno intende a modo proprio.
Non è una questione di dialetto o di lingua diversa, è proprio che le parole son parole e hanno una loro discendenza: quando le usiamo una entra in un’altra e come le scatole cinesi o le matriosche, sembrano uguali, ma non lo sono.
Se io dico ad esempio che ho le mani di colla posso intendere che sono appiccicose e adesive, ma tra loro oppure che attaccano tutto ciò su cui si posano? Se attaccano tutto allora vuol dire che si impiastricciano e qualcuno più fantasioso può anche vedere mani piene di cose, tutte quelle che ci si sono attaccate e che le mani collose non  lasciano cascare: le vede allora nascoste e invisibili sotto una montagna di oggetti che ci si sono appiccicati.
Da una parte questo gioco delle parole che fa vedere a ognuno quel che ognuno vede  è molto piacevole, ma a volte complica la vita.

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Atto d’amore 4/4

Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:

“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”

Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.

Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.

Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”

Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.

Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

Leonardo Franchini

Atto d’amore 3/4

Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.

Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.

Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.

Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.

Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”

Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.

La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.

Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.

Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:

“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:

“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.

Leonardo Franchini

Atto d’amore 2/4

Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.

Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.

Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.

Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.

Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.

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Atto d’amore 1/4

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.

Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.

Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.

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Un viaggiatore senza tempo 3/3 (I più votati di Prosa e Poesia)

Credevo di essere in salvo.
Alla fine della corsia fui catapultato fuori. Luci abbaglianti impedivano di vedere.
Ed eccomi davanti alla seconda porta, quella di corno alla quale credevo di aver rinunciato.
Sulla porta un cartello.

-Lo hai scritto per me?
-No, non credo proprio.
-Eppure me lo sono sentito addosso.
-L’ho scritto ma non ti ho pensato.
-Ma tu mi ami?
-Senza di te non esisterei; forse per questo ti amo.
-Ma se io non esisto nei tuoi pensieri, come farai a scrivere per me?
-Non credo di scrivere per te, proprio per te, sei tu che dopo mi scegli.
-Dici?
-Penso. Alcuni ne amano svariati, altri pochi, altri per niente. Come lo spieghi se non attraverso una scelta?
-Empatica?
-Può darsi.
-Mai io mi sono riconosciuto o forse volevo credere che io fossi stato il tuo modello…
-Non indagare altro.

Avevo appena terminato di leggere le ultime sillabe che la porta si aprì.
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Un viaggiatore senza tempo 2/3 (I più votati di Prosa e Poesia)

Un bel sentiero largo e sterrato abbellito da una serie di piante verdeggianti che sembravano piantate più che nate in modo spontaneo, quasi un giardino costruito ad arte. Gli alberi vi crescevano gli uni accanto agli altri e, incredibile a dirsi, varie specie erano lì senza distinzione né di clima, né di altitudine. Si contraddistinguevano per un particolare che non potetti non notare: erano tutte piante a ombrello, con tanti bei rami frondosi e ampi sotto i quali era possibile trovare riparo e ricovero. Il paesaggio mi aveva quasi affascinato e procedevo lentamente.
Un bel rivo gorgogliante scorreva con le sue acque limpide e non troppo profonde, ma animate da tanti movimenti a guizzo che mi fecero presumere la presenza di molti pesci.
Lungo le sue sponde trovai fermi a leggere o a riposare, vari sconosciuti che non mancarono di salutarmi festosamente.
Guardavo e mi piaceva.
Poi piano piano il paesaggio cominciò a mutare.
Ebbi la sensazione come di un cambio netto, come di vedere il rovescio della medaglia.
Lungo il percorso ancora una strada sterrata, ma mancavano le belle piante che avevano addobbato le rive verdeggianti del ruscello che mi pareva non scorresse più con la sua cadenzata cantilena. Subito più avanti vari gruppi di persone se ne stavano tristi e pensierosi e guardavano più in alto. E lì, non volevo quasi crederci, c’era un raggruppamento nutrito che rideva a crepapelle.
Il mio amico smemorato aveva visto quello che stavo vedendo anch’io? Aveva guardato il mio stesso film?
C’era del misterioso in questo mio percorso e soprattutto nel suo.
Poi alzai anch’io gli occhi verso l’alto perché l’immagine stava zumando verso la cima di un monte.
Era quella la montagna? Quel giovane non l’aveva immaginata o sognata, il suo flash all’infinito c’era davvero ed io la vidi in tutta la sua imponente maestosità.
E poi, stentai a crederci, ma lo vidi: il mio smemorato era lì, nel gruppo e rideva, rideva anche lui tenendosi la pancia.
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