Paura e delirio a Nora – Atto terzo

Si risvegliò tutta intontita. Sentiva un profondo odore di bestia. Aprì gli occhi e si rese conto di essere finita in una specie di stalla, un luogo buio e sporco. Sotto di lei delle pelli che la ricoprivano. Si rese conto di avere ancora addosso la muta. Ora ricordava tutto, il mare, quella terribile spirale che l’aveva inghiottita, la spiaggia, i fumi e quegli uomini che le facevano paura. Che era successo? Perché si trovava lì e soprattutto dov’era?

Vide, poggiati a poca distanza, le pinne e la maschera. Quell’uomo l’aveva rapita, non c’erano dubbi. Si guardò attorno. Da una piccola finestra entrava un filo di luce, ormai era tramonto inoltrato ed il cielo era sempre più nero, cosparso ancora di quelle nere nubi che l’avevano inghiottita. Di fronte a lei una porta aperta. Si sentivano dei rumori in lontananza, scanditi da percussioni ripetitive. Forse si trattava di un sogno, non poteva essere altrimenti. Gli abiti del barbaro (perché non poteva che essere questo) le facevano venire in mente le illustrazioni che rappresentavano i vichinghi…

Si concentrò per cercare di trovare delle risposte a quello che stava succedendo. Proprio qualche giorno prima aveva visto un servizio alla televisione in cui si parlava di Nora e della sua decadenza avvenuta verso il V secolo d.c. a causa dell’invasione dei Vandali. Che la sua mente avesse sublimato quelle immagini nel suo subconscio e le avesse giocato quello scherzetto? Si pizzicò per capire se si trattasse di un sogno, ma lo fece tanto forte che le sembrò di vedere le stelle. Era viva, reale, non si trattava di un sogno. Le venne in mente l’immagine dei due ragazzi nudi trascinati da quegli uomini. Aveva paura.

Una paura viscerale che non le permetteva di alzarsi. Si consolò pensando che se l’avessero voluta ammazzare l’avrebbero già fatto. Ma non servì a farla stare tranquilla. Voleva piangere, come quando era bambina, e tornare a casa, nella tranquillità di quelle mura in cui spesso si sentiva prigioniera. Ora lo era davvero. Rifletté un attimo e decise di alzarsi, di agire, anche se non sapeva in che modo. Ma proprio in quel momento entrò una donna. Si spaventò e stette immobile. La donna borbottò qualcosa con un linguaggio incomprensibile e le fece cenno di alzarsi.

Era vestita con un abito dalla gonna ingombrante e in testa teneva un fazzoletto che la copriva. Il viso si intravedeva, scoprendo dei tratti duri e non certo amichevoli. Si alzò e la seguì. La donna le fece segno di prendere la maschera e le pinne. Fu accompagnata in un grande spiazzo illuminato da un grande fuoco. Attorno ad esso, seduti, almeno una cinquantina di quegli uomini che la guardavano avanzare. Le gambe le tremavano e dovette concentrarsi profondamente per non mostrare il suo atterrimento. Fu condotta davanti a quello che doveva essere il capo.

Era giunta la sua fine, lo sentiva. La fecero chinare al suo cospetto e tutti improvvisamente tacquero. L’uomo si alzò e si avvicinò a lei girandole attorno. Era come se la temesse. Provò più volte ad avvicinarsi, ma poi tornava indietro come se avesse paura. Cosa stava succedendo? Perché quello strano comportamento? L’uomo indicò le pinne ed il boccaglio. Certo, come aveva potuto non pensarci? avevano paura di lei perché portava la muta e gli altri attrezzi da sub… Il suo spirito di sopravvivenza le urlò di utilizzare quella forza per scampare alla morte. Allungò la mano verso la maschera e sentì un bisbiglio generale, tutti aspettavano che facesse qualcosa, che quegli oggetti scatenassero delle magie e lei non voleva deluderli. Si mise la maschera e tutti la guardarono estasiati, come se fosse una divinità. L’uomo le si avvicinò e le fece cenno di alzarsi.

Le indicò una sedia proprio a fianco alla sua e lei si sedette. Cercò di parlare, ma la reazione di stupore che vide negli occhi dei barbari la indusse a tacere. Le portarono cibo e vino. Intanto gli uomini si divertivano fra balli e canti. Il capo la guardava spesso con degli occhi che non presagivano nulla di buono. Non sapeva se essere disperata o se tirare un sospiro di sollievo. Per il momento non l’avrebbero ammazzata. Ma cosa pensavano di fare di lei? Il capo chiamò una serva, la stessa che l’aveva prelevata dalle stanze prima, e le parlò indicandola. Fu condotta nuovamente nella stanza dove si era svegliata. La donna non la toccava, probabilmente le faceva paura, ma le diede dell’acqua e degli oli.

Volevano che fosse profumata? Che si lavasse? Le ritornò la paura. Cosa volevano da lei quegli uomini? Cercò di parlare con la donna, ma quella scappò a gambe levate. Si ritrovò nuovamente sola, al buio. Fino a quando sentì dei rumori fuori dalla stanza e vide una grande ombra. Doveva essere il capo. Cosa le avrebbe fatto? L’ombra si fece sempre più vicina, fino a che non vide le pelli precederlo e la sua figura stamparsi sull’atrio della stanza. Poi successe l’imprevedibile. Improvvisamente il cielo si illuminò a giorno, il capo si girò a contemplare il cielo impaurito. Un grande frastuono invase la baia, un rumore strano, mai sentito, come se provenisse dal cielo.

Le nubi erano sparite e si intravedeva solo un’enorme essenza, fatta di luce. I vandali corsero impazziti dalla paura, alcuni si buttarono in mare, altri si nascosero fra i ruderi delle case. Si alzò. Quello che stava succedendo non aveva senso, si ripeté. Ma era lì, doveva fare qualcosa. Intanto quell’essere indefinibile si faceva più vicino. Notò che il capo si era nascosto proprio dietro un cespuglio nelle vicinanze  e fu proprio contro di lui che si infranse il primo dei tanti colpi di luce che piano piano fecero sparire tutti gli uomini. Come disintegrati… Non credette ai suoi occhi. Era rimasta solo lei nel cammino di quella forza distruttiva. Ebbe come la sensazione di essere il prossimo obbiettivo.

Poi un’enorme luce la pervase. In un attimo le sembrò di vedere le immagini di un popolo lontano in una dimensione diversa. Un antico messaggio che si disperdeva nei secoli. La luce la inondò e la sua coscienza si perse.

 

 

Paura e delirio a Nora – Atto terzo ultima modifica: 2013-07-16T09:00:57+00:00 da Barbara Picci

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