Trasmutazione (I più votati di Prosa e Poesia)

Le dimore del cuore
cingono l’agorà
come vezzosa collana.

Fulcro, palpito vivo
laddove gli urbani
abitano e vestono
alternati ritmi
tra l’abituale e il festivo.

Rituali, ricordi, bandiere e fanfare
sventolano appese
alle stringhe del tempo.

Poi lentamente
sopraggiunge il silenzio
e avvolge come coperta
l’esperienza più struggente.

La realtà, visione d’insieme

Rammenta,
non puoi rappresentare
la realtà

con una pennellata,

che colga solo
il particolare
del reale;

spingi lo sguardo oltre,

ricercala
in una concreta
visione d’insieme,

lì c’è.

“Un fiume di guai” – Estratto 8

La difficile situazione con il marina mette a repentaglio anche la relazione fra Viola (la protagonista) e il suo compagno Italo

«L’analisi è presto fatta: tu non mi ami più. I tuoi mi offendono in continuazione e tu non muovi un dito per difendermi; ti cerco, e mi sfuggi. Tutto quello che fanno i tuoi genitori è giusto, mentre quello che faccio io è sbagliato».
«Che dici, Italo, non è così».
«Ti pare giusto che dopo tanti anni non abbiano ancora capito che lavoro facevi? L’importanza e il prestigio dei ruoli che hai ricoperto? Segretaria, dice tua madre. Così, ha pensato bene di strapparti a una brillante carriera e farti diventare una… un… uno scaricatore di porto! Ecco la definizione giusta. Guarda come sei ridotta: sciatta, trasandata, cenciosa. Dov’è finita la donna affascinante e femminile che conoscevo? Tuo padre non ha avuto il maschio che desiderava tanto? Mi spiace per lui, ma non per questo devi diventarlo. Scimmiottò la mia voce – sì paparino, sì mammina – fai tutto quello che vogliono i tuoi perché vuoi più bene a loro che a me».

Il delirio di Italo crebbe inarrestabile. Fissandomi con le pupille dilatate, sibilò: «O dici ai tuoi di togliersi dai coglioni, oppure si tengano il marina: noi ce ne andiamo!». Tirò un cazzotto sul materasso della cuccetta e si alzò di scatto.
Un istante dopo, con tono calmo e pacato, mi disse: «Torniamo ad Alessandria, amore mio, o a Torino, se preferisci. Riprendiamo la nostra vecchia vita».
In tanti anni insieme non ero ancora riuscita a capire come ci riuscisse: dall’isteria alla calma totale in una frazione di secondo. Mi persi a fissare il soffitto di alcantara della cabina, come se lì si nascondesse la soluzione al mio dilemma. Non aveva nessun senso: lui era il mio compagno, loro i miei genitori. Insieme formavano la mia famiglia. Come potevo scegliere un pezzo di famiglia e mandare l’altro a quel paese? «Non puoi chiedermi di fare una scelta del genere», gli risposi con un filo di voce.

«Devi scegliere – ripeté serafico – è semplice: o stai con me o stai con loro».
Cominciai a singhiozzare convulsamente e Italo se ne andò, come al solito, certo che la sbornia di pianto mi sarebbe passata e che lui avrebbe ottenuto ciò che voleva.
Lo sentii risalire in barca che stava albeggiando. Si spogliò in silenzio e s’infilò sotto le coperte. Aspettai che il suo respiro si facesse regolare. Iniziò a russare. Invece di toccargli la spalla perché cambiasse posizione, mi allontanai da lui pian piano. Attesi ancora, per essere certa che fosse nel sonno profondo, e sgusciai fuori dalla cabina. La tenue luce mattutina trafisse le mie pupille infiammate. Le tempie martellavano senza sosta e un tremito mi scuoteva mani e stomaco. Nel cucinotto dell’area pic-nic mi preparai una moka da quattro tazze, versai l’intero contenuto in un grande bicchiere di cartone e mi sedetti a sorseggiarlo seduta su uno sdraio.

Il sole spuntò alle mie spalle pennellando di rosa le cime dirupate e selvagge dell’Almenara, la superficie di alluminio lucido del fiume cominciò a riflettere la faccia delle nuvole dirette a est, a scaricarsi in mare aperto. Perché non ero nuvola anch’io? Leggera, inconsistente, trascinata dal vento, senza pensieri, libera.
Dal fitto canneto sulla sponda opposta fece capolino una famiglia di germani. In perfetta fila indiana affrontò l’acqua gelida. Il loro starnazzare richiamò una nutria, che scese il balzo erboso e s’immerse silenziosa. Le poche imbarcazioni ancora ormeggiate sonnecchiavano placide avvolte in quella trapunta di cielo e acqua.

Lo sguardo mi cadde nella tazza di caffè. Il liquido nero fumava e tremolava. M’imbambolai in quel cerchio, nero come il mio umore e la decisione che avrei dovuto prendere.
Non potevo più stare lì. Mentre Italo dormiva ancora salii in macchina e mi allontanai.

 

 

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

https://www.facebook.com/unfiumediguai

Complicata geometria

Ho messo tegole sul tetto
in angoli precisi.

Uno sguardo furtivo
e il pensiero m’assale,
intanto la vita sfugge
poco a poco.

Eppur tutti

Sento vicina lei Genitrice
per abbracciare il Cielo
mi ha lasciata in un freddo giorno d’inverno.

per unirsi alla schiera degli angeli
lui Genitore una mattina d’estate
mi ha sussurrato
“tu aspetta”.

la Sorella tanto amata
per dialogare col suo Gesù
in terra il suo posto mi ha affidato.

e ora anche il mio Amore
si è rivestito di Luce
al commiato “… i poveri, i veri poveri” mi ha raccomandato.

intanto ancora con gelide lacrime
presenti tutti li sento
la mano mi tendono per regalarmi amore
e donarlo a chi in solitudine prosegue nel buio…

 

Maria Rosa Cugudda

Silenziosamente

Lascerò domani.
allo spuntar del giorno,
i campi pallidi
freddi come cristalli
riscaldi dai nostri ghiaccianti peccati.

Vesti di speranza,
trasformano in miei lontani ricordi
facendo luce nell’ incertezza,
allontanando nelle vie più scure tutte le mie paure..

Dai miei occhi fuoriescono lacrime
di infinita tristezza,
nel vedere
un immenso prato di musiche e bellezze,
di fiori che emanano profumo di carezze.

Saranno gli occhi
della mia mente
a vedere gioiose visioni
che a poco a poco svaniranno
lasciando sulle labbra
il sorriso di nuove emozioni…

La dolcezza amara

Tu, evanescente
nel costrutto
della vita,
dov’eri?
Prima non c’eri,
ora sai d’essere
perché lei
è la linfa paziente
nel rammendare
il tuo cuore.

E’ la musa
che accarezza
l’anima,
è la dolcezza amara
d’un sentimento
prima non compreso,
è il turbinio
di quell’emozione
d’un quadro
tinteggiato d’amore.

Trucco perverso (I più votati di Prosa e Poesia)

Mani di velluto
Cuore di cristallo
Occhi persi
Che non mi cercano
Mi hai lasciato andare
Senza avermi avuto
Sei il mio dolore dentro
Sei le mie lacrime
Sei quel trucco perverso
Finto da sembrare vero
Avrei tanto voluto
Dormirti sul cuore
Ma sei già la mattina
Di un giorno vecchio
Ed io la colomba inutile
Di un mago cattivo

La porta

Apro la porta
la luce mi ferisce.

Nel bagliore scorgo
un vecchio tronco
dalla base scura
con rami penduli e spogli
provo ad immaginare
il loro verde
avvenire.

Sento
la musica
in coda al vento.

Il tempo
che gira lancette
dell’orologio
e poi il silenzio.

Di te
ricordo solo il nome.

Lo pronuncio
mi suona lontano
lontano che mai
il vuoto m’incombe.

Chiudo la porta.

Un domani fragile

Fiorin fiorello, cantava Mario mentre saliva le scale con il pane sotto il braccio.
Era una vecchia abitudine quella, rubata a Parigi, durante quell’indimenticabile viaggio, l’unico che avevano fatto, da troppo tempo ormai.
Lucia lavorava in una lavanderia ma da qualche mese era a casa.
Ormai i cinesi nei centri commerciali fornivano gli stessi servizi a prezzi stracciati e di là a qualche giorno la saracinesca del negozio sarebbe rimasta definitivamente abbassata.
Era incinta Lucia e di questi tempi e in queste condizioni trovare un lavoro era impresa ardua, quasi impossibile.

Leggi tutto →