Metempsicosis – L’Amore che non ho avuto (01)

Jack cominciò a sentire una leggera brezza sui piedi. Avvertiva un fresco estivo, quel vento che porta il sapore del mare in casa, quella sensazione di benessere salato dopo una giornata di sole; non capiva bene, era ancora in uno stato di dormiveglia e non riusciva a uscire dal sonno.

Cominciava a rendersi parzialmente conto del percorso fatto. Era come quando, svegliandoti al mattino, speri che il brutto evento del giorno prima non sia vero. Ma lo era, era tutto vero. E Jack smaniava in un letto fresco d’estate, in una notte buia di vita calda e di cene al molo con fiumane di gente immersa nell’estasi della vacanza.

Non riusciva a svegliarsi e continuava ad avere strane percezioni di mondi lontani evocati da ciò che forse era la realtà circostante, non riusciva a prendere coscienza del tutto, aveva paura.

Non sapeva cosa stesse accadendo, sentiva di essere in un luogo, forse di mare, una casa? Una casa al mare? Con chi? Dove? Perché? E più cercava una risposta più non riusciva a destarsi da quell’oblio di sottofondo che lo attraeva verso sé.

Com’era tutto diverso dallo spazio irreale del magma quantistico nel buco nero! Ma una cosa fu quasi subito chiara: era di nuovo un essere umano.

Era così familiare risvegliarsi in quelle vesti carnose, come quando si era svegliato dentro Stewart; immediatamente tutte le funzioni fisiologiche si erano fatte carnalmente presenti, un senso quasi di ritorno a casa, una piacevole sensazione mista allo stupore di quanto siamo potenzialmente meravigliosi.

Jack non capiva però perché tanta difficoltà a svegliarsi, perché quel sonno così sano e tendente al profondo. Raramente aveva provato questa sensazione, sulla Terra aveva avuto sempre un sonno precario e inquieto.

Si ricordò di quando si alzava la mattina per andare al liceo: si svegliava con gli occhi spalancati, come all’accensione di un interruttore, non c’era un lieve e graduale risveglio, non c’era la voglia di rimanere in quello stato di dormiveglia. C’era la tensione che si destava senza soluzione di continuità dalla sera prima, c’era la certezza che il giorno che arrivava sarebbe stato la solita giungla pericolosa e incomprensibile.

Una corda tesa, monotonale nel suono, priva di armonia, un sottofondo immutabile e incessante che a volte portava quasi alla follia, i fasci di nervi tesi assorbono ogni speranza di percezione strutturante un senso compiuto.

Tutto si stava dilatando in questa nuova vita che si affacciava. Quando si era svegliato nelle altre vite tutto era stato frenetico mentre qui aveva tempo di pensare, ricordare, assimilare lo stato di trapassi continui. La confidenza che cominciava a prendere lo rendeva fiducioso e iniziò a sentire un vago ottimismo mai provato nelle sue vite precedenti.

Sentiva la tranquillità, percepiva i profumi, aveva tempo e modo di pensare, ragionare, mettere insieme i pezzi. Era tutto così pacifico che Jack non riusciva a crederci e tutto sommato avrebbe voluto rimanere così a lungo, senza svegliarsi del tutto, senza rendersi conto di dove era e di cosa era diventato. Rimanere lì ancora un po’, godendosi la prima sensazione di pura speranza come una doccia per chi non si è mai lavato davvero.

Riemergevano però ricordi della sua vita terrena incredibilmente positivi. Capì che non era tutto da buttare, capì che le ferite e i traumi creano un velo di cenere tessuto e polvere su tutto, un flusso chiroplastico ustionante che rade al suolo tutto ciò che incontra. Questo è la sofferenza profonda: dove passa cancella la vita.

Ma la forza di ciò che ci governa (o che governiamo) è più forte e Jack comprese proprio questo: quella sensazione così leggera che stava provando lo rese libero di accedere ai ricordi positivi, libero di ammirare il germoglio nel bosco incendiato, il virgulto che sale incurante verso la creazione più verde e vitale, ossigeno materializzato, energia che parla nel suo plasmare le forme di vita.

Jack comprendeva che non gli era stato possibile udire quell’armonia sulla Terra; ne sarebbe stato capace, come in quel momento, stando semplicemente in quel dormiveglia così denso di senso compiuto e pacifico stupore.

Sentì aprire una porta. Non in modo furtivo o preoccupante, una mano di casa, una maniglia conosciuta ma non da Jack che si trovava lì senza sapere niente e in uno stato di semi-incoscienza.

Provò a svegliarsi completamente, provò con tutto se stesso ad aprire gli occhi ma era buio e un lampo di luce, come fari di macchina in lontananza, passò tra le tapparelle socchiuse. Ciò che vide lo lasciò senza fiato: una figura scura che si muoveva nel buio, un nudo corpo di donna che saliva sul letto come felino elegante, un profumo di corpo femminile curato e cosciente della propria bellezza, una freschezza in piena armonia con tutto ciò che aveva avvertito fino a quel momento e una familiarità con quel contesto che gonfiò di sensi e pensieri erotici tutto il sesso di Jack (o chiunque fosse in quel momento), un turgido sentire pronto ad assaporare non l’alveo materiale ma una condivisione mai sentita prima. Era piombato nell’amore, era entrato in un mondo a lui sconosciuto e vi si abbandonò.

Sentì la bocca di lei al centro del suo piacere, le sue braccia calde e delicate al tatto sfiorare le gambe distese. Sentì che non voleva possederla, sbranarla o stanarla ma abbracciarla, sentirla; aveva voglia di lasciarsi andare a quel profumo, a quel calore, a quella nuova sensazione di caldo involucro appagante dove due anime si trovano in un solo corpo unito dal piacere.

Metempsicosis – L’Amore che non ho avuto (01) ultima modifica: 2014-01-21T08:22:57+00:00 da Michele Ermini

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