Il viaggio

Il tema del viaggio ha conosciuto in letteratura lunga vita e nomi celebri: la grande epopea di Gilgamesh o il viaggio per antonomasia di Ulisse, di Enea, di  Dante,  solo per citare  i maggiori. Sia che sia stato etichettato come metaforico,  mitico,  immaginario, di scoperta e di cronaca, ha ancora annoverato grandi nomi, Swift, Voltaire, Defoe, fino alla grande svolta romantica dell’Ottocento, difficile da definire, ma che proponeva il viaggio interiore, fuga dagli angusti spazi del mondo anche quelli nuovi e diversi non vissuti più come vitali.
E il viaggio oggi? Tutto da scoprire nelle vostre pagine di autori contemporanei o nelle vostre proposte di lettura. Un viaggio diverso anche per le nuove implicazioni dettate dai mezzi di comunicazione ma che forse nulla hanno tolto al suo fascino discreto e alle metafore che sottintende?

A voi, a noi, la scelta del tipo di viaggio che ci cattura nei brani da sottoporre all’attenzione di tutti

S.P


Per cominciare brevi brani tratti da “Viaggio in Italia: Basilicata” di Salvina Pizzuoli

Mi avete pregato di frugare tra i miei ricordi di viaggio […]
Voi credete che con la descrizione di un paesaggio abbozzata
in poche righe, o con una storiella raccontata in poche frasi
si possa esprimere la vera natura di un paese,
renderlo vivo, evidente, drammatico […]
G. de Maupassant In viaggio

[…]
Il viaggio; ormai non ha le caratteristiche di quello descritto dai maggiori narratori settecenteschi, ma per me mantiene il fascino sottile della scoperta, mi permette di evadere dalle prigioni indolenti che l’abitudine mi apparecchia, mi libera la mente e mi rende più disponibile verso il mondo, nel senso di concedergli ancora una volta la chance di riconquistarmi e convincermi che vale davvero la pena di viverci dentro. Quello che riporto con me al ritorno è un numero più o meno ampio di sensazioni, vedute luminose o illuminate per un attimo, volti, scorci, paesaggi, rumori, profumi o odori, colori, incontri. Sono difficili da descrivere in modo accurato, ma anche a distanza di tempo casualmente riemergono e poi si dilatano nella memoria regalandomi ancora una volta una commozione forte e calda che mi stringe in un abbraccio e mi fa sentire, per una frazione infinitesimale dilatata nell’anima, felice.
Venosa è il bianco caldo ed accecante delle sue strade lastricate di pietre, interrotto dalle macchie del verde delle aiuole e dei giardini. È un androne ombroso dove un cane è accucciato ai piedi del suo padrone e ansima, mentre l’uomo stringe un mozzicone appena visibile tra le dita brune e le labbra che tentano di succhiare ancora un alito di fumo. È un sito assolato di  sassi sparsi in un ampio territorio tra erbe ingiallite dal calore e dalla siccità. È una visione: capitelli e colonne e architravi e formelle con fiori dai petali spessi  a incorniciare le porte d’ingresso dell’Incompiuta che mi toglie il respiro come questo sole e calore che amo e che si insinuano dentro, oltre il corpo, oltre la parte visibile, oltre me, dentro, nel profondo, e mi appagano come una carezza lontana.
[…] Da: Il Quotidiano della Basilicata 20 maggio 2011

“Viaggio in Italia: Abruzzo” di Salvina Pizzuoli
Link al testo completo


La Roma arcaica di Paulus

Le avventure romane di un giovane vagabondo
Un giorno di tanti anni fa…
di Alessandro Cosi

Cosi Paulus

Paulus si aggirava guardingo nelle nebbie mattutine di una valle boscosa, costellata di piccoli pascoli; era una fredda alba primaverile nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., in un punto imprecisato al centro della penisola italica. Il nostro uomo, un giovane di circa venticinque anni, dall’aspetto selvatico, portava una grossa sacca grondante sangue sulle spalle ed un grezzo coltellone di bronzo infilato nella cintura di corda, aveva un rudimentale arco da caccia a tracolla, era vestito di pochi stracci e pellame di varia provenienza, la barbetta incolta, i capelli ricci scompigliati, gli occhi azzurri vivaci e mobili, voltava spesso lo sguardo all’indietro e sui fianchi: temeva di essere seguito, aveva appena depredato un piccolo gregge di pecore isolato ed incustodito nella campagna, si era procurato un bel po’ di cibo dopo giorni di digiuno e solitudine, e cercava un posto sicuro dove rifugiarsi. Le nebbie che avvolgevano la grande vallata si diradarono lentamente e, mentre scendeva in basso, Paulus scorse in lontananza delle piccole alture, dei colli vicini tra loro e gli parve di intravedere anche un fiume paludoso che scorreva alla base delle colline. Avvicinandosi, uno dei colli sembrava abitato, vide una specie di palizzata su un terrapieno, così gli sembrò, poi un lungo muro costruito alla base di una vasta altura. Forse era la nuova città di cui aveva udito, Roma. Si fece più vicino, circospetto, temendo come sempre la vicinanza di altri uomini, da vero randagio solitario. Si tenne lontano da un folto gruppo di viandanti che si erano accampati non lontano dal fiume, con i loro carri e carretti carichi di mercanzie. La sponda del corso d’acqua era melmosa e la piena primaverile rendeva quasi impossibile il guado; nei pressi di un’ansa si era formata un’isola solida al centro delle acque che rendeva il passaggio forse possibile, grazie anche ad un piccolo insieme di funi che univano l’isola con la sponda settentrionale, un trabiccolo traballante che con un po’ di fortuna lo avrebbe portato al di là della marea fangosa. Leggermente più a valle il fiume aveva tracimato, allagando un ampio spazio pianeggiante subito sotto l’altura fortificata, vicino alla quale spiccava, in posizione dominante, una rupe verticale, impraticabile. Riuscì a passare sostenendosi alle funi ed una volta sull’isolotto liberò un grosso tronco da un groviglio di legname trascinato in secco dalla piena, lo ripulì grossolanamente dai rami col suo coltellaccio, lasciando due lunghe diramazioni che lo stabilizzassero nell’acqua e lo cavalcò come talvolta si faceva con i cavalli selvaggi, sfidando il ribollire del fango tutto intorno.  Finalmente riuscì a portarsi sotto la collina: adesso vedeva bene il lungo muro che circondava il grande rilievo quadrangolare davanti a sé e scorse anche un grandioso altare alle pendici del colle che stava alla sua destra: avrebbe saputo in seguito che era una costruzione dedicata ad Ercole, una divinità famosa in ogni luogo in cui Paulus era stato, una sorta di dio universale, simbolo della forza e della giustizia. Anche questa collina, alla cui base sorgeva l’ara, sembrava abitata, ma in modo sporadico, in mezzo al bosco. Nella vallata tra i due colli, proprio di fronte al punto in cui toccò terra c’erano parecchi uomini indaffarati, chi a tirar su un piccolo argine alla piena, chi a portare al pascolo delle smagrite pecore, alcuni vagabondavano attorno a piccole bancarelle di cibo, misere vesti e vasellame sparse un po’ dovunque nella lunga valle che si estendeva verso sud, altri erano fermi su dei carretti, chi dormiva, chi oziava: evidentemente il fiume ingrossato aveva impedito il normale passaggio di uomini e merci attraverso quello che sembrava uno dei pochi guadi praticabili della zona.

L’arrivo nel villaggio
Chiese conferma, utilizzando i vari dialetti che conosceva, se quella specie di agglomerato primitivo e selvatico sulla collina fosse davvero Roma. “Si- gli risposero- si chiama Roma, ma stai attento, se ci vai, perché gli abitanti sono molto accoglienti ma anche durissimi con chi non rispetta le loro leggi”. Paulus non era un tipo impressionabile, sapeva maneggiare con abilità il coltellaccio infilato nella cintura, che strinse con forza istintivamente, quasi a verificare la sua capacità di reazione…e comunque aveva bisogno di riposo e protezione; passò sotto una porta fortificata che si apriva nel lungo muraglione difensivo e si incamminò poi per una scalinata ripida che portava al centro della collina, una grezza costruzione che i locali chiamavano “scala di Caco” e giunse infine sul pianoro che si apriva ad una vasta distesa di capanne in legno con pareti di fango e argilla e coperture di paglia e fieno. La vegetazione boschiva era ancora ben presente e diffusa. Davanti a lui iniziava una via abbastanza larga che attraversava tutto il piano. Paulus era sfinito, la traversata del fiume e poi la ripida scalinata avevano esaurito le sue forze. Si avviò lentamente, ansimando, sul pianoro di quel vasto colle ricco di alberi ma con larghi spiazzati dove sorgevano gruppi di capanne in legno di varie dimensioni, forse nuclei della stessa famiglia. Notò alla sua sinistra un bell’albero di corniolo, una pianta largamente utilizzata per fabbricare lance e giavellotti data l’estrema durezza del suo legno; avrebbe saputo, nei mesi a venire, che il corniolo in questione era legato alle leggende che circolavano sulla figura del re Romolo, quello che era rimasto l’unico dei due sovrani che governavano Roma. Vide ancora alla sua sinistra un piccolo altare e dietro di esso una costruzione ampia e allungata, che risaltava per la sua imponenza sulle costruzioni circostanti, ma ugualmente fatta di legno, fango e paglia: chiese ad un passante che frettolosamente accennò ad un sacrario di Marte e di Ops, la dea locale dell’Abbondanza, mentre gli indicò anche la prima casa del re, una capanna senza rilievo particolare, addossata alla costruzione sacra.
Il colloquio con quell’indigeno, all’inizio un po’ seccato, si dilungò in chiacchiere sul luogo, sulla sua nascita come città avvenuta diversi anni prima e Paulus si dimostrò avido di notizie, tanto che il passante gli raccontò che in quel luogo una volta vi era il misero tugurio in cui vivevano coloro che avevano cresciuto il loro re Romolo ed il suo gemello Remo, Faustulo ed Acca Larentia; almeno queste erano le voci sull’incerta infanzia del loro signore, e che ancora più oscura era la sua vera origine: lui stesso aveva sentito parlare che i due gemelli erano stati abbandonati dalla madre, e qui il passante abbassò la voce, si guardò intorno e si fece sospettoso. Poi certo che nessuno ascoltasse si dilungò su fatti misteriosi, di una sacerdotessa della vicina città di Alba Longa, una figlia di re, che pare fosse stata “visitata” di notte da Marte stesso e che i gemelli potessero addirittura essere di origine divina. Paulus capì che i pettegolezzi su questo Romolo erano pericolosi, vista la circospezione del suo interlocutore, ringraziò il passante e tirò dritto.
In effetti, così sulle prime l’abitazione originaria regale gli parve poca cosa e dentro di sé si stupì non poco che quella capanna fosse stata la prima casa del re locale, ma ormai era più affascinato dalla folla che si muoveva all’interno dell’abitato che dalle dicerie sul re. Sentiva parlare vari accenti della zona, un grezzo latino, molti si esprimevano in sabino e c’erano pure dialetti etruschi, tutti linguaggi che il nostro Paulus conosceva per via del suo eterno girovagare, vivendo alla giornata, nei territori a nord del fiume in piena. Era una piccola babele pastorale e commerciale, si respirava un’aria di confidenza, laboriosa ed accogliente. “Pastori e agricoltori- pensò guardandosi intorno- speriamo non facciano troppe storie con gli stranieri; io, poi, sono pure un mezzo ladro e devo stare in guardia”. I focolari che bruciavano davanti alle abitazioni, i greggi di pecore e capre che pascolavano intorno, l’attività intensa di disboscamento e costruzione davano l’idea di un luogo in rapido divenire, di un grande villaggio in espansione piuttosto che di una cittadella sonnolenta e chiusa in sé. Da quello che poteva osservare qui il lavoro non sarebbe mancato anche per un estraneo come lui e forse avrebbe potuto far parte di quella gente laboriosa e accogliente; meditò sul fatto che lui in effetti, nella sua pur giovane vita, non aveva mai praticato in maniera continuativa un lavoro ma solo piccole attività occasionali, lunghe giornate di caccia e, perché no, furtarelli di piccoli animali incustoditi, pollame e caprette; né aveva fatto parte di alcuna comunità. Sarebbe riuscito a vivere a stretto contatto con altri? Certo non era la prima comunità organizzata che aveva visto, era stato in molte città etrusche ben più strutturate di questo primitivo villaggio, ma in nessuna di esse aveva respirato un aria accogliente come qui.
Era cresciuto libero e indipendente però, pensò tra sé e sé, l’idea di appartenere ad una comunità non gli dispiaceva così tanto e iniziava ad accarezzare questa possibilità.
Qualche ronda di uomini armati di piccole spade e dai modi rudi e sbrigativi, che si faceva largo in maniera decisa tra gli abitanti indaffarati, faceva intendere che c’era poco spazio per le risse e per i disturbatori, per gli arruffapopolo ed i ladruncoli. Paulus intuì fin da subito, e del resto il viandante glielo aveva appena detto giù nella valle allagata (a proposito, il suo indaffarato interlocutore gli aveva anche detto che la valle si chiamava Murgia) che qui dentro era opportuno rigar dritti, e così decise di accantonare per adesso il suo istinto predatorio e si dispose ad un comportamento più “cittadino”. Si trovò un angolo tranquillo e si fermò per accendere anche lui un piccolo fuoco e mangiare finalmente quella carne che cominciava a pesargli sulle spalle; forse l’indomani l’avrebbe anche potuta condividere con qualche abitante e iniziare così a farsi benvolere, o almeno a conoscere questi romani e le loro abitudini: tanto quella grossa quantità di pecora sarebbe andata presto a male.
La primavera era alla fine, l’aria si faceva calda e frizzante, ed una lieve brezza che profumava di mare rendeva piacevole quel colle abitato; Paulus, ormai sazio e sfinito per tutte le novità di quel lungo giorno, si abbandonò al sonno, avvolto in una copertaccia che portava sempre con sé.
Così finì il primo giorno di questo giovane selvatico in quel nuovo, grande villaggio cinto di mura, una piccola città in cui gli parve di iniziare una nuova vita…e pensò a cose belle, pani e caciotte, fiumi di acqua fresca, fronde che lo cullavano insieme ad un venticello leggero leggero…leggero…si addormentò e sognò, mentre un lieve sorriso spianò le sue labbra increspate da una barbetta giovanile.


CONDIZIONI (di viaggio)
di Alfredo Pulini Aram

Come sono io adesso? Come mi sento?
FERMO. Fermo mi sento. Cosa vuol dire? Sono immobile nella mia condizione, immobile nella mia visione delle cose, immobile nella mia anima.
Oggi ho realizzato la realtà che mi circonda ma, badate bene, è una mia visione, che può essere una piccola briciola nelle miriadi di dimensioni e interpretazioni possibili.
Un movimento quotidiano come lavare i piatti che si trascina di anno in anno, di giorno in giorno, di ora in ora per poi essere scandito dai secondi, come se da quel movimento uscisse fuori un mantra di sottofondo che ispira la riflessione, mi ha portato a vedere il perché sono ancora qua. Io sono morto dentro, manca in me quella scintilla che era alla base negli uomini primitivi, quella scintilla che ha portato all’evoluzione umana, che l’ha spinta a oltrepassare quei confini che si era autoimposto con la religione e non solo, ad andare ed esplorare delle terre che erano credute inesistenti, fino a posare il piede sulla luna, o a raggiungere con un sottomarino le zone più profonde del mare. Io mi sento come tra 4 mura, con un soffitto che mi mostra un cielo così misterioso ma che non posso toccare, che resta là solamente per osservarlo da lontano, portando dentro di me la triste consapevolezza che io non potrò mai innalzarmi alla condizione di uccello, per vederne i più misteriosi e sfumati meandri.
Cosa fare? Questa riflessione è come uno di quei fulmini a ciel sereno che squarciano il tuo mondo innalzando però la consapevolezza di sé, una fortuna o sfortuna che non colpisce tutti gli uomini, sono alcuni, a volte portandone vantaggi, altre la distruzione. Quale sono io? Quale sei tu? Non ci è dato saperlo.
Pensare a quelle persone che vivono una vita senza scintille, la cui unica preoccupazione è riuscire a pagare i debiti contratti per poter fare due settimane al mare, stando su uno sdraio, guardando altri nuotare e divertirsi, magari immaginando una seconda giovinezza che solo nei sogni potrà ritornare. Il mondo è così grande, com’è possibile che nessuno senta questa sensazione che sento io? Io che ho viaggiato, io che ho visto culture e paesi molto diversi tra loro non ho placato la mia sete, sete che si manifesta con quella frustrazione della propria immobilità, perché IO VOGLIO SPICCARE IL VOLO. Io voglio. Io assaporo l’amarezza, perché è proprio lei la chiave di tutto, la sorgente che permette alla mia mente arida di sopravvivere, finché non arriva la pioggia provvidenziale, una pioggia fatta di esperienze che mi immergono fino a quasi farmi soffocare, una pioggia che non sai mai quando potrà cadere.
Volete un esempio? Una chiamata, una piccola semplice chiamata di un tuo amico che scherzando ti propone un viaggio sulla strada, senza mete predefinite, senza dover seguire un itinerario, senza dover rimanere in posti dove non vuoi stare. Banale direte voi, ci sono libri, film, opere teatrali che hanno come tema questo tipo di viaggio. Ma la mia domanda è… l’avete mai fatto? Perché la mia esperienza tra i miei coetanei mi ha mostrato una mancanza di voglia da parte loro di buttarsi, di sacrificarsi per poter assaporare quel gustoso intenso sapore della tensione data dall’imprevedibilità di ogni attimo.
Dobbiamo spezzare l’abitudine, fare sì che non siano i soliti cervi ad attraversarti la strada mentre guidi, fare che siano alci, orsi o perché no, leoni. Stravolgersi e stravolgere, io non potrei vivere senza questo, perché il viaggio io non lo definirei solo come la voglia di conoscere nuovi posti, come direbbe la maggior parte della gente, è una fuga dalla banalità della vita, dalla monotonia della quotidianità, un modo di sentirsi liberi di andare dove si vuole, di poter affermare, come il famoso alpinista, di voler salire su quella montagna “perché è là”, di poter dire di voler attraversare un lago perché ho intravisto anche solo per un istante qualcosa di magico muoversi sull’altro versante, magari solo un gioco della luce con la foschia del luogo, ma non importa… tutto è lecito, tutto è interessante, è la nostra mente la responsabile, noi dobbiamo aprirne le finestre, far entrare la voce della novità ma attenzione, la tempesta è sempre in agguato. Il rischio comincia a diventare l’ossessione, vedere di esperienza in esperienza le proprie capacità migliorare, la propria flessibilità aiutarci nelle situazioni più complesse porta un altro tipo di sete, quella di vedere dove possiamo arrivare, di vedere i nostri limiti.
Da tutto quello che ho detto finora, potreste pensare che il mio sia solo un invito a prendere il classico aereo al volo una volta all’aeroporto, di vedere dove vi porterà la vostra buona stella… niente di tutto questo, io voglio solo dirvi che dovete gettare i vostri occhi nel fango, fargli vedere le cose più rivoltanti, fargli vedere l’inferno dantesco, in modo che una volta che li ritroverete al fiume del purgatorio, lindi come non mai, li potrete usare per vedere le occasioni che ci circondano, occasioni che prima ignoravamo per pigrizia o per scarsa fiducia in se stessi, occasioni che magari potrebbero cambiare la nostra vita. Parlo così per esperienza? Certamente, non potrei sennò. Ho viaggiato in 4 continenti, in più di 10 paesi, ma dove ho scoperto qualcosa di veramente nuovo, stravolgente? A 200 km da casa mia.
Avete una macchina? Io vi direi di tenerla in garage. Prendere una bici, una moto: loro ti permettono di sentire il vento contro il tuo petto, aumentano la tua concentrazione. “ma così non ti concentri sul paesaggio…” SVEGLIA! È proprio quella concentrazione che ti fa immergere, che ti fa dimenticare da dove sei partito e dove stai andando, quello stato di incantamento consapevole, che ti fa vedere la strada e che allo stesso tempo ti rilassa portandoti come in un limbo dove tutte le ansie, stress e preoccupazioni accumulate fino ad allora spariscono. Non volete andare lontano? Camminate, correte. Molte persone senza nemmeno accorgersene vivono nello stesso posto senza mai esplorarne i dintorni, senza sapere che magari il negozio che cercavano si trovava a solo due passi.
Paura dell’aereo? Non arrendetevi, non fermatevi. Fate come Terzani: invece di preoccuparvi di raggiungere la destinazione, fate il viaggio, per terre che non avreste mai pensato di dover attraversare, che chissà, magari cambierà i vostri piani, magari vi porterà a una nuova vita. Un treno locale, un passaggio in autostop, lavorare come mozzo su una barca, perché no? Non importa essere troppo giovani, o vecchi, l’intraprendenza e uno sguardo lucido delle cose sono meglio di un milione di passepartout. Oggi siamo abituati a dire che un domani, faremo tante cose, cose che alla fine invece di avvicinarsi di anno in anno, si allontaneranno: se solo poteste guardare in basso, potreste vedere i vostri piedi camminare all’indietro, e non verso qualcosa di oscuro, ma verso un agio, una sorta di nido al di fuori del quale la vita degna di essere vissuta sembra solo una stella brillante nel cielo, che per quanto ingrandita col telescopio, rimane sempre là, imperturbabile, finché non arriva una nuvola a coprirla, gettandovi nel grigiore quotidiano È come stare sotto la cascata di una clessidra piena d’acqua, che piano piano si svuota dei secondi, dei giorni, dei decenni, goccia dopo goccia, travolgendovi, confondendovi e facendovi perdere il senso del tempo che in una vita bloccata manca d’importanza.
Forse non serve un gesto quotidiano, una chiamata, un amico… basta anche la giornata giusta, una nevicata improvvisa che dopo tanto tempo risveglia in voi dei sogni, una nevicata che vi riporta bambini, che vi fa sentire ancora quella dolcezza che a suo tempo aveva popolato i vostri occhi trasformando ogni oggetto in qualcosa di magico, degno di essere osservato, toccato, annusato anche per ore.
Un trauma, forte, spigoloso può entrare nella vita di tutti noi, dall’infanzia come nella vecchiaia, così opprimente che porta a chiudersi in se stessi: il viaggio diventa più spirituale che fisico, il mondo si distorce sotto forma di fosche figure, grottesche anche, che sembrano minacciarci. Scappiamo, urliamo, impazziamo, il viaggio si tinge di tinte scure, con fendenti rossi che squarciano l’oscurità come lame di dolore, un qualcosa che chi non l’ha provato difficilmente potrebbe capire. Non serve a niente cercare di comprenderlo, è qualcosa che ci percuote dal subconscio, che distorce negativamente l’esterno. A loro si contrappongono i sognatori.
I sognatori, strani esseri davvero, creature quasi magiche che con la loro fervida immaginazione riescono a cambiare il tempo e lo spazio. Un esempio lampante? Prendete Venezia, la prima cosa che immaginate è una città sul mare, quindi scintillante per via dei riflessi, caotica per i tanti turisti che si accalcano per vedere le calli più celate. Bene, una volta immaginato tutto ciò, fate il vuoto: il sognatore cancella tutti questi elementi, cancella la luce del sole, lui cammina di notte illuminato solo dalle pallide luci delle case e dai riflessi lunari sull’acqua, lui percepisce, sente quell’antico tempo che permea la materia, i mattoni, le tegole, i pozzi… lui prova un brivido ad ogni passo, sente che c’è qualcosa, qualcosa che sfugge al primo sguardo, qualcosa che sembra voler essere adulato affinché lo si possa vedere: l’anima della città, fatta da tutti coloro che sono passati, passano e passeranno, che lasciano un’impronta indelebile, anche se magari è solo casuale. Il sognatore la sente, cerca di impossessarsene: vuole provare sensazioni più forti, si spinge negli angoli più bui in cerca di un canale, uno scorcio particolare. Fugge dalle genti come l’eroe romantico che vuole sfruttare questa solitudine/non solitudine per entrare in armonia del tutto. Fermo in una piazza vuota, comincia a ruotare su stesso, distorcendo il paesaggio attorno, quasi come una danza ipnotica che conquista totalmente i suoi sensi, mentre un leggero fremito scuote le sue narici dilatate che cercano quel profumo di mare, di vecchio e di nuovo che si diffonde da ogni pietra, da ogni pozzo, da ogni camino. A lui si contrappongono i piccioni umani. Chi sono? Ovviamente i turisti, belve feroci, che solo al primo sguardo sembrano essere disuniti, ovunque e numerosi, ma per un occhio più esperto, loro sono una belva divoratrice di cultura commerciale, che anelano all’arte, che in qualche modo sentono di dover vedere, ingurgitare, e non osservare, solamente per poter dire una volta tornati a casa “ho visto questo”. Non esiste modo di sconfiggere questa fiera, che di anno in anno non fa altro che aumentare il numero delle sue particelle, dei suoi arti che piano piano avvolgono ogni luogo del pianeta. La causa? Il consumismo, la voglia di viaggiare come un qualcosa di autoimposto dalla pubblicità, ma soprattutto la vera causa è la pigrizia, la voglia di non organizzare, ma di essere organizzati, di non andare a vedere, ma di essere portati a vedere.
Il viaggio vero, avventuroso, pieno di sfumature può essere paragonato alla vita di un pesce… non un pesce qualunque ovviamente ma, per andare incontro alla fantasia, diciamo, stimolata dalla cinematografia, di un pesce pagliaccio “domestico”, abituato alle comodità, abituato a vedere il mondo attraverso un vetro, un mondo che non gli appartiene e che sembra prendersi cura di lui. Cosa succede là fuori a lui non interessa, è al sicuro protetto, ha la sua routine, la monotonia, è padrone. Ma cosa succederebbe una volta lasciato in mare? Cosa succederebbe se la sua casa non fosse più una goccia d’acqua ma un universo di gocce? All’inizio la paura si impossesserebbe di lui, lo farebbe fremere fin nel profondo… ma quello stesso stimolo primordiale che all’inizio lo porta alla ricerca di un riparo, lo spingerà poi a volere scoprire quel mondo, che dentro di lui, dentro il suo stesso DNA, sente come il suo macromondo.
Una volta raggiunta la consapevolezza della sua vera natura, si accorge delle bellezze dei coralli rossi intorno a lui che avvolgono gli scogli formando la barriera corallina, non si spaventa davanti all’ombra degli squali che silenziosamente e lentamente nuotano sopra di lui. Vedere il quasi secolare avanzare delle tartarughe nella loro perenne pellegrinazione lo porta a riflettere sulla necessità di apprezzarne ogni singolo attimo, di non correre affannosamente verso un qualcosa, ma di gustarne la ricerca.
Il terrore, quello vero, lo proverebbe dove la luce non batte, dove vivono creature tanto straordinarie quanto furbe e spietate, dove ognuno è lasciato a se stesso, all’introspezione che però, come nel viaggio di Renzo nella foresta, è necessaria per suscitare e materializzare pensieri profondi che altrimenti non sarebbero mai sorti, riflessioni taciute persino alla propria coscienza.
Un timore che si instaura in alcuni di noi, che ci divora da dentro, è la paura di non riuscire a vedere tutto, ogni tipo di paesaggio, di climi, di culture e la consapevolezza che, anche ci si riuscisse, non sarebbe finita lì, perché si aprirebbero le porte del mondo sotterraneo, sottomarino e perché no, dello spazio, dei sistemi solari, degli asteroidi e degli altri pianeti, realtà alle quali ci stiamo avvicinando sempre più.
Forse è anche questo un motivo inconscio nell’uomo a volere dei figli? Per poter sommare le esperienze accumulate di generazione in generazione cercando quindi di conquistare tutto?
Non lo sapremo mai. L’infinito è un concetto difficile da capire… come ci sono infinite cose da scoprire, così forse noi dureremo per sempre. La domanda che sorge sarà: é possibile? Saremo tanto veloci da riuscire a capire prima di scomparire, se mai la nostra impronta sparirà un giorno dal terreno?
Non pensateci, non avrebbe senso. Noi continueremo a camminare incuranti della meta finché non approderemo sulla spiaggia dell’isola della Consapevolezza, dove sarà solo la nostra volontà  a guidarci nella selva oscura fino alla cima del monte, l’accesso alle “alte stelle”.

Il viaggio ultima modifica: 2014-03-17T19:49:02+00:00 da Prosa e poesia

4 Thoughts on “Il viaggio

  1. Piccolo contributo, preso però in prestito…

    IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE (F. PESSOA)

    Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. Passo di giorno in giorno come di stazione in stazione, nel treno del mio corpo, o del mio destino, affacciato sulle strade e sulle piazze, sui gesti e sui volti, sempre uguali e sempre diversi come in fondo sono i paesaggi.
    Se immagino, vedo. Che altro faccio se viaggio? Soltanto l’estrema debolezza dell’immaginazione giustifica che ci si debba muovere per sentire.
    “Qualsiasi strada, questa stessa strada di Enterpfuhl, ti porterà in capo al mondo”. Ma il capo del mondo, da quando il mondo si è consumato girandogli attorno, è lo stesso Enterpfuhl da dove si è partiti. In realtà il capo del mondo, come il suo inizio, è il nostro concetto del mondo. E’ in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo, se li creo esistono; se esistono li vedo come vedo gli altri. A che scopo viaggiare? A Madrid, a Berlino, in Persia, in Cina, al Polo; dove sarei se non dentro me stesso e nello stesso genere delle mie sensazioni?
    La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò vediamo, ma ciò che siamo.

  2. luisa gianassi on 27/03/2014 at 22:52 said:

    A me piace molto come José Saramago definisce il viaggio:
    “il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.”

  3. Mella on 02/05/2014 at 18:58 said:

    Roberto Bosio ha raccolto nella sua “Antologia da viaggio. Aforismi e citazioni “on the road” moltissime e variopinte considerazioni di scrittori, mai scontate, sul valore e il significato del viaggiare:
    “C’è chi decide di rimanere a casa perché sta bene e non ha bisogno di andare a scoprire il mondo, e chi invece lo deve girare, provare, fare esperienza per capire che magari non c’è niente di particolarmente nuovo. Ma per capire ha bisogno di viaggiare”. (F. Volo)
    “Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio . Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo senza chiedere nulla. (T. Terzani)
    “Il viaggio è una porta attraverso la quale si esce dalla realtà nota e si entra in un ‘altra inesplorata, che somiglia al sogno”. (G. de Maupassant)
    Mella.Bic

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