L’amore ucciso

Mi immersi nel mare dei suoi occhi.
Mi inabissai e temetti ma l’abbraccio tiepido dell’acqua cristallina che mi lambiva le spalle mi sospinse sempre più giù, serenamente.
Toccai il fondo, un fondo puro, vellutato, violetto e quello che si infiltrava tra le mie labbra non era sale, era ambrosia delle più soavi. Era strano che non mi facessero male gli occhi; il violetto, anzi, accarezzava lieve le mie pupille.

Un pesce argentato se ne stava fisso guardandomi in tralice come se stesse aspettando da me un segno. Ma quale segno? Nel bene o nel male?
Come vedi non porto alcun fucile, quindi escludi il male. Nel bene, allora? Ma da quando siamo diventati amici per la pelle? Dovresti temere la mia vista e fuggire, invece no, te ne stai lì impassibile, quasi invitante… Va bene l’hai voluto tu: mi avvicino. La tua coda oscilla più forte. Mi avvicino ancora… Ora siamo l’uno di fronte all’altra, ci guardiamo negli occhi e tu boccheggi senza fuggire. Ti prendo tra le mani e sfioro con le dita le tue squame perlate. Che bravo pesciolino che sei!

Ad un tratto l’acqua intorno a me si sposta. Che cosa succede? Gli altri abitanti del mare mi attorniano, vogliono che prenda in mano anche loro.
– Piano, amici miei, non spingete, un po’ per ciascuno! –
L’indaco sfuma nel rosa, l’argento nell’oro accecante e lo smeraldo nel vermiglio.

Ma cosa volete da me? Non capisco questa smania di sentire il contatto delle mie dita e di nuotare zigzagando tra le mie membra. Non è possibile, forse avete bisogno d’amore? No, non è possibile, sono io che mi sono immersa fin quaggiù perché avevo bisogno della limpidezza che da noi non esiste più. Eppure non mi sbaglio: voi avete bisogno del mio amore come io ne ho del vostro. Voi avete paura, temete che il male possa contaminare anche voi, ultime perle di un mondo malato.

Allora venite qui da me. Abbracciatemi, raccontatemi dei vostri sogni e delle vostre paure. Devono venire i tempi duri, avete saputo. Il violetto sfumerà nel nero, l’oro, lo smeraldo, il rosa, tutto sfumerà nel nero. E adesso che cosa fate, piangete? Non vale, i pesci non piangono, si intristiscono forse, lo si capisce quando moribondi ti guardano con l’occhio fisso, ma non piangono e se continuate a farlo me ne vado perché allora non ci credo più che tutto questo è vero…

Agitati nuotano sfiorandomi il collo. Ehi, scherzavo! Non potrei abbandonarvi, voi siete la luce dell’innocenza, siete la verginità, dovrei abbandonarvi proprio ora che vi ho ritrovati e che per sopravvivere avete bisogno anche di me?

Che cosa è stato? Qui sul mio ginocchio ho avvertito un leggero movimento, come se mi fosse caduto sopra qualcosa. C’è qualcosa di nero che galleggia.
PLOF, PLOF, PLOF… Scappiamo presto, venite con me, ripariamoci, dobbiamo fare qualcosa!
– TO DO SOMETHING, TO DO SOMETHING! – mi rifugio sempre dietro l’inglese quando non so cosa fare.
Ma che cosa dico? Non è possibile nascondersi dove c’è solo luce. Ci si cela dove trionfano nere le ombre, ma dove tutto è illuminato è impossibile trovare un angolino da cui studiare il da farsi.

Diamine, ci sarà pure un’insenatura, non può essere tutto allo sbaraglio! Intanto vado ripetendomi che il tempo stringe e che occorre fermare la macchia prima che arrivi in fondo.
– DO SOMETHING, DO SOMETHING! – farnetico, balbetto.
– DO SOMETHIIIIING!!! – strillo alla povera spugna quasi strangolandola ma lei mi guarda pacifica, rassegnata al contrario dei pesci e mi dice che no, che non posso farci più niente ormai, che la macchia giungerà quanto prima fino all’abisso, che presto i pesci moriranno, che il mare diverrà un’unica chiazza nera e che anch’io morirò soffocata.
Mi inalbero senza alberi. Divento blasfema… i tempi duri stanno arrivando sul serio. Almeno arrivassero all’improvviso travolgendomi a mia insaputa invece, i subdoli, si insinuano a tappe e avanzano condannati a non regredire. E’ terribile vedere il proprio mondo crollare poco per volta e sapere di non potere fare nulla, nonostante si potrebbe fare molto, dal momento che ancora non è crollato… Crollasse una buona volta così questa attesa finirebbe!

E’ tremendo non potere allargare le braccia per arginare il male, non potergli urlare: – Vade retro! Pussa via, maledetto buio, vuoi togliermi la luce del mattino? –
Vedo già tre pesci che boccheggiano sconfitti.
– E’ finita – mi dico – ormai è solo questione di secondi e toccherà anche a me. –
La chiazza oleosa si sta avvicinando. Non fuggo, nossignori, l’affronto di petto. Mi penetra dalle narici e mi stringe la gola, mi entra negli occhi e non vedo più nulla. Sto soffocando.
A stento però raccolgo le ultime forze, alzo orgogliosa il pugno e grido:
– Chi ha sverginato il mare… chiunque sia l’autore… di questo miserabile misfatto… non resterà impunito. –

Poi mi accasciai sul fondo e mi persi nel buio. Mi avevano ucciso l’amore.

ORSOLA MORO

L’amore ucciso ultima modifica: 2012-07-30T09:00:43+00:00 da Orsola Moro

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