Il villaggio (prima parte)

Di quel mondo in cui vissi cosa è rimasto oggi? Più nulla direi, poco per volta si è dissolto fino quasi a scomparire. Non so se ciò è valso per le generazioni passate, ma per la mia c’è voluto poco, molto poco. La montagna 25 anni fa era ancora un luogo potremmo dire affollato, tra i suoi boschi a qualche chilometro dal paese potevi incontrare gente in qualunque stagione, vi era chi andava a raccogliere legna secca, chi pali per le viti, chi in cerca di funghi e chi di castagne, e non mancavano gli odiosi cacciatori ma forse costoro erano in fondo i più presenti nell’arco dell’anno.

E c’era poi il pastore e il vaccaro i quali portavano al pascolo le bestie, e scendevano e salivano a seconda della stagione. C’era anche chi coltivava ancora qualche pezzo di terra a patate o a grano. Beh insomma era un piacevole via vai che rendeva viva la montagna. La sensazione era quella di sentirsi parte di questo ambiente, certo vi era anche chi lo trattava male abbandonando in giro rifiuti, ma in tanti lo vivevano con passione. Quella montagna, quei boschi erano come dire…magnetici creavano una attrazione  a cui era difficile resistere, si andava su anche solo per una passeggiata.

Poi poco per volta tutto è cambiato, è andato a scomparire, è scomparsa la vita in montagna ma anche in paese. A volte penso che l’elemento di cambiamento della vita in paese per la mia generazione fu la vendita del campo sportivo. Questo luogo era stato per almeno due decenni un elemento di aggregazione per quanto fosse incompleto, pietroso e un tantino spartano era comunque un punto ove convogliavano non solo la passione per l’unico sport praticabile, ovvero il calcio, ma periodicamente vi passavano gli appassionati di motori.

I “freno a mano” i testacoda con le auto si imparavano sul campo, le derapate con moto da cross e vespe 50 sistematicamente “truccate”, si imparavano sul campo. Lì passavamo le estati se non a giocare a calcio, a giocare a tennis con racchette recuperate dalle cantine su un campo a dir poco “scassato”. A Natale con il ritorno in paese degli emigranti quasi mai mancava qualche partita “vecchie glorie giovani speranze”, lì sul campo fradicio e fangoso con tanto di pubblico paesano. Luogo di ritrovo per i giovanissimi d’estate non mancava mai la sfida con il capoluogo in un sentito campanilismo che opponeva questo alle frazioni e viceversa. E non mancavano le sfide con le frazioni, altro sentito campanilismo. Pensavamo che il campo vivesse di noi, per poi scoprire che noi vivevamo di esso che noi vivevamo della montagna e dei boschi.

Venduto il campo al “gassosaro” il quale non vi ha mai costruito nulla e tanto meno coltivato alcunchè, stranamente le cose hanno iniziato una parabola discendente. Non vi era più un luogo dove giocare in libertà e la generazione a seguire neanche lo ha mai veduto e conosciuto un luogo così, crescendo così con altri interessi. Il gruppo poco per volta si è come scollato, ed ognuno alla fine si è distaccato seguendo altre strade. Per un po’ la bicicletta funse da tentativo di unione, più o meno tutti ne ebbero una da corsa ma non fu sufficiente  e quella sorte di avvizzimento sociale continuò inesorabile.

La montagna intanto con i suoi boschi e le sue attrattive non ebbe più proseliti, gli anziani che poco per volta se ne andavano a miglior vita non furono sostituiti da altri, se non in qualche sporadico resistente. Il parroco morì alcuni anni dopo quella vendita, e ricordo come  mentì fino all’ultimo giorno, mentì a noi ragazzini ed adolescenti. Degli adulti nessuno si impose, nessuno difese quel bene che per quanto ecclesiastico era un bene comune, quel bene per quanto approssimativo fosse, era l’elemento aggregante di un piccolo “villaggio”. “La responsabilità dei padri ricadono sui figli” così si dice, e nel nostro caso mai detto fu più lungimirante, quel disinteresse quella poca e nulla attenzione, o  forse quel voler assecondare i voleri del parroco per altri interessi, fu l’inizio della fine.

Qualche anno più tardi una amministrazione più attenta del parroco pensò di costruire un impianto sportivo a 500 metri dal vecchio campo nella vicina frazione, poi l’amministrazione cambiò e a ben 25 anni di distanza l’impianto non è mai giunto all’inaugurazione, mai terminato, così che una ulteriore generazione ha rinunciato a giocare insieme. Un decennio fa un nuovo ciclo politico sembrò portare un nuovo vento ma nulla cambiò. Il villaggio si è oggi spopolato, i pochi rimasti come anime vaganti tentano di riprendersi ciò che il fato e gli uomini tolsero al piccolo borgo, ma più che il fato bisogna dire che furono gli interessi degli uomini a farlo.

Ironia della sorte, governa oggi quel mondo un nipote di quel “gassosaro” il quale acquistò dal parroco il campo e uomo pieno di risorse, con mille idee e prospettive per il futuro, ma dimentico di quel campo, guarda avanti con occhi propri, solo ed esclusivamente propri. Ironia della sorte governa  un uomo che non ha mai vissuto quel campo, quei monti, quei boschi, fuggendo le genti del luogo poiché considerati non all’altezza del proprio rango. Ironia della sorte governa quel mondo chi quel mondo non lo conobbe e lo rifiutò, governa quel mondo chi guarda lontano al futuro “perchè tengo famiglia”.

 

Alexander Louis Woking

Il villaggio (prima parte) ultima modifica: 2016-06-14T08:35:24+00:00 da Alexander Louis Woking

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