Da “Il mostro dei Carpazi”

C’era nebbia, nebbia, nebbia dappertutto. Un grigio turbinante, sfocato, soffocante, straniante. All’improvviso tutto girò e il grigio divenne luce accecante, bruciante: era il sole che brillava nella notte squallida. Ma era notte ? No, all’improvviso era giorno. Si trovava magicamente nel cortile della sua bella casa, in una ridente estate della sua infanzia. Tutto era come ricordava: c’era suo nonno tra le piante del giardino, il suo cane che dormiva al sole, sua madre che un po’ fastidiosamente cercava di farlo studiare. All’improvviso rincasò suo padre, come se quel giorno di pioggia non fosse caduto in un burrone tornando a casa; come se non fosse morto.

Appena vide il figlioletto gli sorrise e gli indicò con un dito una collina. Lì facevano delle lunghe passeggiate d’estate, e d’inverno, da lassù, godevano di tutta Sighisoara innevata. L’unica costruzione di quella collina era una chiesa ortodossa, con un gigantesco rosone in vetro scarlatto, che proiettava una luce rossa nei giorni particolarmente assolati, riflettendo il sole.

Il bambino e il padre guardarono soddisfatti il rosso che si diffondeva sulla collina. Poi all’improvviso venne via e tornò nel rosone: divenne un punto rosso sangue. E mentre assistevano alla scena sgomenti ed impotenti, il punto divenne l’origine di una fiammata gigantesca, che in pochi secondi ricoprì tutta la vallata e la città. Morirono tutti carbonizzati; morirono il padre e il bambino, di nuovo abbracciati, un’ultima volta abbracciati. Tutto era finito in pochi istanti.

 

Da “Il mostro dei Carpazi” ultima modifica: 2013-03-05T09:00:15+00:00 da Francesco Cimini

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