Da “Il mostro dei Carpazi”

Guardando le nubi che si addensavano sull’alto monte, il mostro comprese tutto. Fu un attimo fuggevole, ma lungo quanto una vita, come era stato quello di tanti anni prima, in cui riscoprì il suo amore creduto sopito.
Capì che lei non poteva morire, che doveva salvarla a tutti i costi, che quell’essere nobile era la reincarnazione del suo antico amore. Cominciò a correre, a saltare, con la sua energia disumana accresciuta dalla disperazione.

Quando giunse nei pressi del monte, si era già scatenata la tempesta: la visibilità era scarsa, e la salita sembrava impossibile. Ma non aveva niente da perdere, e tentò lo stesso l’impresa. “Meglio tentare anche se sembra impossibile, che morire col rimpianto”: ricordò anche questo in un’improvvisa epifania che gli ricordava la sua perduta umanità.
Sfidò la neve, il vento gelido, le frane, i massi che lo colpivano. Ben presto il suo corpo robusto divenne pieno di ferite, e il suo respiro ansimante. Riconobbe il dolore fisico, pungente, ma mai profondo come la disperazione che per tutto quel tempo non lo aveva mai abbandonato.

Riuscì nell’impresa, e la portò priva di sensi ed inconsapevole in un posto sicuro, caldo. Quanto a lui, una roccia tagliente lo aveva ferito a morte, e stava passando i suoi ultimi istanti su questa terra. Andò a morire da solo, come era stato negli ultimi duecento anni. Privo di comprensione, di conforto, il mostro assassino che nessuno avrebbe perdonato, che avrebbero tutti dimenticato. Nessuno avrebbe ricordato il buono che c’era in lui, l’amore che aveva donato nella sua vita di uomo.

Eppure, sdraiato nella neve, tremando nell’emettere il suo ultimo, stanco respiro, una lacrima di pace rigò le sue guance sfigurate. Avendo salvato quella ragazza preziosa, avendo salvato un amore che gli ricordava quello che aveva posto fine al suo, con quel gesto disinteressato, era tornato uomo. Non c’era più rimorso in lui, né rabbia, e il fantasma che lo perseguitava lo stava già conducendo in un luogo dove tutto gli sarebbe stato perdonato.

Quando qualche ora dopo degli uomini trovarono il suo corpo, non rinvennero le spoglie di un essere deforme, ma il bell’uomo dai tratti gentili che era stato. La lacrima sulla sua guancia si era solidificata ed era caduta. Il sole, nato dopo la tempesta, proiettava incredibilmente, su quella piccola superficie, l’iride dei sette colori dell’arcobaleno e, per un effetto ottico meraviglioso, tutta la vallata ne prendeva i colori.

Nel punto in cui giaceva il corpo dell’essere che fu un mostro, per ragioni inspiegabili nacque un unico albero di ciliegi, che sarebbe cresciuto vigoroso e rimasto per molti anni, nonostante il clima sfavorevole e le frequenti tempeste.

 

Da “Il mostro dei Carpazi” ultima modifica: 2013-02-26T09:00:13+00:00 da Francesco Cimini

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