Archivio per categoria: Racconti

Dei trionfi e delle vittorie 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Poi, un giorno, improvvisamente, prima dell’annientamento totale e letale, qualcosa si muove, qualcosa si risveglia, si riaccende, si illumina, si riscalda. E quell’impercettibile moto e cambiamento è in grado di imprimere movimento e mutamento a tutto il sistema, a tutto il resto di quell’agglomerato umano che un tempo era un essere vivente, che un tempo era una donna, un uomo, giovane o vecchio, bello o brutto, ma era umano nel sentire e nell’agire, prima della bruciante sconfitta.
Lentamente, molto lentamente, quasi in modo impercettibile, il corpo si rianima e riacquista vigore, le membra si rinsaldano e i muscoli si tonificano, con essi la mente rinvigorisce, rigenerando i propri pensieri. L’anima si monda, il cuore si fortifica e con esso le passioni, le pulsioni, i desideri si ridestano e si affacciano a nuova vita.
Tale processo rinnova anche le ambizioni, gli obiettivi, le mete di un tempo o attuali, insieme alla voglia di realizzarli. Così, in breve, il nostro lui, la nostra lei si accinge ad allenarsi, ad impegnarsi, a cimentarsi per realizzare quel sogno, quel progetto, per raggiungere quel traguardo. Non si risparmia fatiche e non centellina energie lui e neppure lei. Si dà con tutto se stesso, lui come pure lei. Si nutre della propria determinazione sia lei sia lui. Si rinvigorisce grazie a essa. Si fortifica e conquista se stesso, non solo lei ma anche lui. E trasforma la sconfitta del tempo che fu, l’avvilente e invalidante perdita, nel suo punto di forza, nella sua grinta, nella sua linfa vitale, comprendendola a fondo, conoscendone le cause, le forme, i tempi e i rimedi, i segreti. E si rialza, immettendosi nuovamente nel circuito della vita, in cerca della propria vittoria, della propria rinascita. Si allena come un atleta, come un maratoneta, come un discobolo. Si cosparge il corpo con olii e unguenti, invoca e offre sacrifici agli Dei, si purifica nel corpo e nell’animo. Si prepara metodicamente, a lungo, finché giunge il momento in cui è e si sente pronto.
Quando viene, dunque, l’agognato giorno della prova, del torneo, della gara, della sfida, dell’esame, dell’audizione, del provino, del colloquio, dell’esibizione, della presentazione del progetto, della lezione, della vendita, dell’incasso, de… de… de … non ci sono dubbi, gli altri contendenti non hanno scampo, non hanno chances: lei o lui sarà vincitore. La gara sarà sua, se la aggiudicherà lei oppure lui, a seconda del genere cui egli appartiene, ma sarà sua ed egli o ella troverà finalmente riscatto dalla lacerante sconfitta di un tempo.

Salirà finalmente sul podio, lui o lei. La folla, tutta, sarà con lei, con lui. La gioia, l’entusiasmo, la vitalità lo, la pervaderanno tutto, tutta. Il trionfo sarà Suo.

La folla invocherà il nome del vincitore. Tutto sarà per lui: la gente, la gloria e la fama, il tempo, il sole, le ore e pure il vento, che scarmiglierà i capelli e rinfrescherà i pensieri.

All’ombra di quel podio qualcuno penerà, si dispererà, si ripiegherà su se stesso, si dibatterà, giacerà, se ne andrà perdente, in quel frangente vinto.
Che ne sarà di colui, di colei, che non sarà sul podio, ma giacerà ai suoi piedi sconfitto e deluso?

Arrancherà, annasperà, tremerà, rantolerà, striscerà, gemerà, fremerà, urlerà, piangerà, griderà, latrerà, non si reggerà in piedi e non vivrà, fino a quando una impercettibile luce si accenderà e illuminerà il fango dei suoi pensieri e l’evanescenza dei suoi voleri ed egli o ella si metterà carponi, per poi ergersi in piedi, ricominciare a deambulare, a vivere e sognare di salire su un monte, su una stella, su un’astronave o chissà su quale altro podio cercherà… e ce la farà, per lasciare all’ombra del proprio trionfo il nuovo venuto, fragile sprovveduto con un destino da conquistare ed edificare.

 

Flavia Todisco

Dei trionfi e delle vittorie 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Un podio. Su quel podio qualcuno trionfa. Gioisce e festeggia. E’ osannato e celebrato dalla folla, dalla giuria, da parenti e amici: da tutti, insomma. All’ombra di quel podio qualcuno pena, si dispera, si ripiega su se stesso, si dibatte, giace, se ne va perdente; in quel frangente vinto.
La folla invoca il nome del vincitore. Tutto è per lui: la gente, la gloria e la fama, il tempo, il sole, le ore e pure il vento, che scarmiglia i capelli e rinfresca i pensieri.

Fermo immagine.
Messa a fuoco.

Una domanda: Che ne sarà di colui o colei che non è salito o salita sul podio, ma se ne giace ai suoi piedi sconfitto e deluso?
Chissà che ne sarà di lei, di lui.

Arranca, annaspa, geme, freme, trema, rantola, striscia, urla, piange, grida, latra, guaisce…Non si regge in piedi, non cammina, passa rasente ai muri, una morsa forte e stretta allo stomaco non gli dà pace. Non sa dove guardare, non sa che cosa fare. Nell’animo un dolore atroce lo porta a nefasti pensieri, a infelici propositi, non vuole più combattere, non vuole più gioire, non vuole più guardare la propria immagine riflessa in uno specchio, non vuole più gareggiare, non crede più in nulla, non crede più nel proprio talento, nel proprio impegno… vuole soltanto scordare, persino il suo nome.  Si vuole annientare.

Il tempo in cui lui o lei giace in simile stato è una variabile umana, molto umana, può durare giorni, settimane, mesi o, nei casi più estremi e drammatici, tutta la vita che resta.
Il tempo dell’afflizione è oscuro, opaco, ha un suono sordo e muto, un sapore acre e rivoltante. E’ un salto in uno strapiombo. E’ uno strisciare nel fango, nella melma, nel magma dentro le viscere della terra. E’ non-vivere, è non-sentire, è non-interagire con il resto del mondo, è non-nutrirsi e pascersi, è annientarsi. Finire. Svanire.

Flavia Todisco

Un domani fragile

Fiorin fiorello, cantava Mario mentre saliva le scale con il pane sotto il braccio.
Era una vecchia abitudine quella, rubata a Parigi, durante quell’indimenticabile viaggio, l’unico che avevano fatto, da troppo tempo ormai.
Lucia lavorava in una lavanderia ma da qualche mese era a casa.
Ormai i cinesi nei centri commerciali fornivano gli stessi servizi a prezzi stracciati e di là a qualche giorno la saracinesca del negozio sarebbe rimasta definitivamente abbassata.
Era incinta Lucia e di questi tempi e in queste condizioni trovare un lavoro era impresa ardua, quasi impossibile.

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Venti (I più votati di Prosa e Poesia)

Narratrice: Venti.
Bimba: Ventimila leghe sotto i mari!
Narratrice: Venti.
Bimba: Rosa dei venti!
Narratrice: Venti.
Bimba: Venti settembre! Non so che cosa sia, ne ha parlato una volta la maestra…
Narratrice: Venti.
Bimba: … … I fantastici venti!
Narratrice: No, questo no! Non esistono!
Bimba: … ma allora io non so…
Narratrice: Sai che cos’altro suggerisce il numero venti?

Venti lunghissimi, interminabili anni li separarono, ne avevano allontanato i cammini e i destini. Venti stramaledetti anni avevano sottratto, all’uno, il lieto sorriso di lei, le sue labbra, i suoi sussurri, i suoi fianchi ed anche i suoi piedi, da baciare teneramente, mentre si avvolgeva al suo corpo, assaporandolo; all’altra, invece, avevano soffiato via la calma inebriante serenità, che le derivava dal semplice fatto di stargli vicino, di stare al suo fianco, e la selvaggia e naturale familiarità con i di lui pensieri e desideri, con i suoi piaceri.
Il destino fu diabolico con loro, un giorno in un lontano passato, ormai trascorso ventennio. Entrambi lo subirono ignari, senza, all’apparenza, accorgersene e, quasi, risentire di quello strappo, di quel torto, di quel furto.
Le loro vite, disgiunte, seguirono, allora, sentieri diversi, direzioni opposte e remote, facendo loro quasi dimenticare l’esistenza e l’amore dell’altro e per l’altro.
Lui, invero, la cercò più volte; in una di queste, la raggiunse e le disse semplicemente che era importante, le altre furono vane, per le trame oscure del caso e gli ostruzionismi perversi di amici distratti e complici dell’atroce disegno di quel loro destino.

Il tempo trascorse. Essi, separatamente, aggiustarono, stravolsero e pacificarono le loro singole esistenze. Solo allora accadde che si potessero rincontrare.
Il destino ci si mise anche quella volta, ma allora intervenne per incrociare nuovamente i loro cammini e rintrecciare le loro vite. Lui la ritrovò per caso, inviandole parole d’amore. Lei rispose tutta tremante alla di lui missiva, rubricandola alla voce “Amore” del suo epistolario segreto e più intimo, quello del Cuore, ben consapevole che quello fosse l’Amore Grande della sua vita.

Furono entrambi grati al destino, a quel fatale sopravvenire che concesse loro una seconda chance, una seconda volta, che vissero intensamente, amandosi teneramente e tenendo le loro vite strette strette, nel vivere ogni giorno vicine.
Ritrovarono anche la complicità e la gioia dei due giovani ragazzi, che si erano amati un tempo, scorrazzando in macchina, prima e dopo aver fatto l’amore, alzando al massimo il volume dello stereo dell’auto, cantando e ballando i motivi di un tempo e guardandosi intensamente con uno sguardo malandrino.

Il resto che venne lo scelsero insieme, scegliendosi, prima, l’un l’altro per e con Amore.

 

Flavia Todisco

Lo scrittore (I più votati di Prosa e Poesia)

Scese le scale, salì in auto e si diresse verso l’auditorium, mancavano pochi chilometri alla gloria. Il trionfo dello scrittore! L’auditorium si raggiungeva velocemente da casa sua, quante volte da piccolo era passato davanti a quel fabbricato e aveva pensato che un giorno, forse, anche lui sarebbe stato protagonista lì dentro.

Ripercorse velocemente la sua vita, o meglio, le cose della vita che non avrebbe voluto fare ma che aveva fatto. La laurea in medicina, voti eccellenti e futuro assicurato. Il master, pagato dai suoi e così tanto voluto, da loro! Lo sport abbandonato, a causa del futuro splendente che gli si sarebbe prospettato. E mille altre cose, apparentemente meno importanti ma infinitamente più fondamentali per la vita di una persona. E soprattutto per lui. Il piacere di soddisfare i propri istinti. Come un animale preistorico. Sì, il bere una birra con gli amici il venerdì sera, piuttosto che passarlo sui libri. Istinto o perdita di tempo, piccole cose che poi ad un certo punto della propria esistenza fanno dire “Sì, sono un uomo felice”. Oppure, no.
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Le crisi, quella dei poveri e quella dei ricchi (I più votati di Prosa e Poesia)

La folla numerosissima era sotto il Palazzo del Governo. Le cronache avrebbero raccontato ai posteri che più di cento milioni di persone erano accorse per festeggiare la fine della crisi. Le persone erano arrivate da ogni parte dello Stato. Chi era arrivato a piedi, chi in auto o in treno. Altri ancora, in aereo o nave. Nessuno voleva mancare al grande giorno. La notizia si era sparsa pochi giorni prima, il Governo del Paese aveva finalmente comunicato che la crisi era finita e una nuova stagione di benessere stava per iniziare.

Nei mesi precedenti, tutti i giornalisti e le televisioni avevano raccontato delle crisi del passato. Avevano raccontato di uno stato dove un dittatore perfido dava solo un pugno di riso ad ogni suo cittadino, mentre lui viveva nell’agiatezza. Avevano parlato di molti stati dove i dittatori lasciavano morire di fame i cittadini, mentre loro acquistavano armi per fare la guerra. Avevano parlato di stati africani molto ricchi ma in mano a pochi perfidi tiranni. I professori universitari tenevano quasi tutti i giorni lezioni sulle crisi economiche del passato. Anche i social networks e i media indipendenti, ne avevano parlato lungamente.

Fino all’anniversario del secondo anno di crisi, poi erano stati chiusi. I Governanti sostenevano che già troppe bocche da sfamare erano un bel peso, figurarsi troppe bocche, collegate ai rispettivi cervelli, che volevano parlare. Quindi, da ormai otto anni, solo i media governativi potevano parlare delle mille disgrazie e di molte scelte sbagliate, fatte dai governi precedenti, si capisce. Ma non avevano mai perso l’ottimismo, questa volta i  governanti avrebbero risolto il problema.
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Ottavio Berti, ovvero mani pulite (I più votati di Prosa e Poesia)

Quando sono arrivato a Vaglia, dalla città, ero affamato di spazi
aperti, di case rurali con le facciate colorate dal verderame, con cui i mezzadri avevano da sempre irrorato la pergola di vite, baluardo contro il solleone dell’estate. E, non solo metaforicamente, di pollo fritto consumato sulla grande tavola della famiglia contadina.
Ottavio era il personaggio che più incarnava, a quel tempo, il mio immaginario cittadino di cosa doveva essere il contadino per antonomasia.
Pantaloni di fustagno, l’immancabile stecchino tra i denti, la pelata tra i capelli sempre occultata dal cappello e la flemma, il passo lento, più lento che l’età poteva suggerire.
E poi…gli occhietti vispi, furbi di chi non ha studiato la vita sui libri, ma ha imparato dalla vita.
“Ottavio che me lo venderebbe un coniglio?” (per la precisione un conigliolo). “Bah, che sa addire…”.
La casa l’avevo già frequentata, per curiosità, nei miei giri di perlustrazione a cavallo della vecchia nera Gilera 125.
Quella di Ottavio mi affascinava per la promiscuità degli animali che giravano sull’aia, e non solo: c’era di tutto, anatre, galli, paperi, pulcini che uscivano dalla stalla, chiocce che covavano tra il fieno. Un’Arca di Noè scacazzante dovunque. E poi c’erano quelle chianine meravigliose, pulite, tirate a lucido, differenti da tutte le vaccine delle altre stalle.
Si respirava ancora l’odore del concio, che faceva tanto campagna.
Un giorno accompagnai i’Leardi, il veterinario; doveva mettere il bollino all’orecchio di una vitellina. Ottavio maneggiava la bestia impaurita con la maestria frutto dell’esperienza.
Era una scena d’altri tempi. Leggi tutto →

Trombone (al contrario) (I più votati di Prosa e Poesia)

Non so chi gliel’ha messo il soprannome, probabilmente i’ Verdi.  È però certo il motivo: per l’opposto. Senza voler essere volgari, Vittorio Vignoli in vita sua la deve aver annusata poco.
Aveva una madre importante, di grande personalità. Soverchiante. E Vittorio ne era affascinato e succube allo stesso tempo. Quando entravi in casa loro, all’Altare o al Poggio agli Uccellini, si capiva subito che i pantaloni ce l’aveva l’Agatina, quella vecchia, con i capelli da strega, che sedeva a lato del camino in poltrona, come un re su un trono.
“L’è un coglioncione. Un riesce a trovare una donnuccia..!”
E così Vittorio ingrossava la folta schiera degli zibi di Bivigliano. Sarà l’aria.
In Comune ce l’ho trovato. All’epoca si divideva tra il portare il pulmino e lavorare di badile a fare il cantoniere. Non l’ho mai visto correre. Nemmeno andare di passo veloce. Era un contadino. E poi anche alpino. Il passo è lungo, ondeggiante, continuo e indefesso: va piano, ma arriva lontano.
Mario Sartini, il suo maestro cantoniere. Pala e piccone. Così si facevano le fossette prima dell’era della terna. Quando arrivò il mezzo meccanico si chiuse un’epoca ed allora il contadino si trasformò in autista di macchina operatrice.
Imparò a manovrare la pala meccanica con la neve, a spostare le leve dell’escavatore arancione per azionare il braccio dentato che mordeva la terra. “La tera” come dice lui..
A fine carriera dell’escavatore, e poco prima della sua pensione, il contadino riscattò la macchina. Se la comprò e se la portò a casa. Era nata una coppia, un connubio di amorosi sensi. Leggi tutto →

Quei quattro minuti… 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

─ Sono tutti concordi nel dire che era una gran brava persona ma che, rimasto senza lavoro, aveva avuto un forte esaurimento nervoso. Si era dimagrito e spesso sentivano delle liti provenire dall’appartamento. La moglie alla fine l’ha lasciato, tornando dai suoi e portandosi via i due figli, due maschietti, che però erano con il padre ogni quindici giorni. Raccontano che lui pian piano ha svenduto tutto ciò che possedeva e ultimamente si vergognava a far venire i bambini in casa. Quindi quando erano con lui li portava al cinema e a mangiare una pizza e poi li riconsegnava alla madre.

La vicina proprio ieri gli aveva richiesto i cento euro che gli aveva prestato quindici giorni fa, per portare i bambini al circo. La poveretta non si dà pace, dice che non glieli avrebbe mai richiesti se non avesse avuto necessità di fare lei stessa degli accertamenti clinici, per i quali anche il ticket era costoso ─ Il commissario continuava a guardare quell’uomo, ora riusciva a non abbassare il suo sguardo.
─ Vai avanti…─ disse all’agente.
─ L’inquilino del piano di sotto aveva notato la vendita dei mobili, perfino del televisore a colori e gli aveva prestato una vecchia televisione in bianco e nero, ma poi si era lamentato con lui perché di sera teneva il volume troppo alto e l’apparecchio gracchiava con un suono metallico ─ Pensandoci bene non era stato neanche il resoconto dell’agente ad avergli fatto provare quel disagio che stava sentendo ora, appena sveglio.
─ Chi ha trovato il corpo? ─
─ Sembra che l’ex moglie dopo avergli telefonato più volte per sapere quando lasciargli i bambini, non avendo ricevuto risposta, abbia chiamato il dirimpettaio, chiedendogli di suonare alla porta. Il vicino però ha trovato l’uscio socchiuso ed è entrato per vedere cosa fosse accaduto.

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Quei quattro minuti… 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti si erano trovati a doverne rivendere le quote.

C’era il sole mentre entrava insieme ai due agenti nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate. Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità. ─ E’ al terzo piano! ─  gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti. ─ Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare ─ disse il commissario a uno dei suoi ─ e tu invece vieni dentro con me ─ intimò all’altro. Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio.

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