Archivio per Autore: Sara Montella

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Sotto un cielo di re, vibrava la vita dei mortali. Calde gocce di pioggia versavano febbrili sogni non ancora nati, un canto silenzioso come il polline dorato che si spande nelle foreste arcane.
L’alba adorna le antiche creste di terra con ombre e spiriti, illumina le ricchezze opulente e la miseria della fame.

A lungo sono rimasto a guardare il flusso di questo rapimento primordiale, richiamato dal selvaggio. Ho dormito nella culla magica della natura, accarezzato dal vento e da lingue di fiamma.

Sogni e sognatori, li ho fatti richiamare in fretta e ho conficcato la mia spada nel cielo, ho donato l’eternità alle stelle.

Ho vagato attraverso stagioni leggendarie, la mia anima ho inciso nella nebbia del tempo. Sopra campi color pastello ho cercato ricordi sfuggenti, ho indossato vesti color della notte nella cerchia dei re. I miei occhi osservavano attraverso impalpabili maree.

Merlino mi ha trovato col suo sguardo infinito, tra le promesse dell’inaffidabile Luna. Tu sei celeste, rivestito dal velluto della luce stellare, mi ha sussurrato.

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Vento

Un uomo saggio una volta mi disse
che il vento racconta più storie
di quanto le parole facciano
in una vita intera.

Non gli ho creduto.

Ma poi ho sentito:
il grido del lupo,
il sussurro delle fanciulle.
Lo spirito ha tremato.

Arrenditi!

Le porte si erano aperte:
passo
dopo
passo
le foglie scricchiolavano
accartocciate sotto i miei passi.

Mi sono fermata sotto al salice,
sentendo nel suo tocco gentile quello di lui.
Poeta della natura, quanto è bella
l’eterna sinfonia degli elementi.

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Penna

C’era una volta un uomo di nome Mario. Mario aveva una penna. Una penna fantastica. Era di un bel blu profondo, marmorizzata, amava quella stilografica. Ne era orgoglioso, la portava ovunque andasse: quando faceva shopping, quando andava in banca, a casa, a lavoro…era la sua cosa preferita in assoluto.
Ma un giorno qualcuno gli chiese come mai la portasse semplicemente con sé. “Perché non la usi?” gli avevano chiesto. Mario rimase perplesso, non ci aveva mai pensato, la portava dietro e basta. Non aveva mai ragionato su cosa avrebbe potuto veramente fare con quella penna.

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Applausi

I palmi della pioggia e del terreno applaudono quando si incontrano,
torcendo le dita in un nodo di ruscello.

Segue il fulmine, batte i pugni contro il cielo fumoso,
scoppiano raffiche di vento, gocce di pioggia come fuochi d’artificio.

La nebbia rotea sopra il terreno e danza – mi ricorda di quegli inverni in riva al lago
tanto tempo fa.

Le pozzanghere inseguono la tempesta che passa per ripulire
le strade impolverate e lava gli alberi dalle cattive abitudini.

Di nuovo il fulmine tremola, come una morente lampadina d’argento
che oscilla ad un filo in qualche soffitta del passato.

La tempesta sospira ancora una volta, poi ritrae le sue possenti braccia.

Allora il pomeriggio attende che il sole affondi le sue dita tra le nuvole.

Così gli uccelli potranno volare di nuovo.

Sola

Sussurrasti “La notte è giovane, e anche noi”, e io ti guardavo. E ascoltavo.
Appoggiati al muro abbiamo teso l’orecchio al sordo gracidio delle rane che cantavano la loro vita e, nonostante la notte fosse fredda, la tua mano era calda.

Più tardi hai guardato le stelle mentre osservavo l’umido della sera rapprendersi sulle tue dita, in un momento che non perderò mai.

Quella notte abbiamo dormito sull’erba e la mattina abbiamo mangiato ciliegie. Guidammo per ore, quel giorno; non c’erano edifici, solo marrone e oro e verde e blu, crinali e colline. Ci fermammo dopo il tramonto.

“Solo una notte”, hai detto, e ci siamo sistemati sul materasso troppo morbido con le coperte troppo leziose. Sorrisi guardando le piccole finestre e i muri granulosi, mi sentivo comunque a casa.

“Ho bisogno di te”, ti dissi, “perciò non lasciarmi mai più sola”.

L’angolo della tua bocca si increspò in un sorriso e mi guardasti con i tuoi occhi infiniti.
Mentre mi accarezzavi i capelli, mi sono addormentata.

Luce

La luce del sole gettò i suoi capelli attraverso il recinto
di ferro sbucciato,
voleva donare una tonalità vanigliata ai petali addormentati dei boccioli di rosa.

I grilli smisero di sfregare e cantare,
le falene si nascosero sotto ombrosi veli di foglia.

Baciai l’alba pallida, saltando la recinzione di ferro,
i miei piedi nudi lasciavano impronte umide
sulle pietre d’argento.
Seguendo il volo di un passero ho camminato sul sentiero, gli alberi sottili si inchinavano uno ad uno mentre passavo.

La luce miele liquido del sole filtrava
attraverso l’alba di primavera.
Trascorsi il mio pomeriggio, sognando di inverni futuri.

Muoversi 2/2

Aveva camminato attraverso il buio, un passo di fronte l’altro, con determinazione, incessantemente. Se aveste cercato i suoi occhi, l’avreste visti fissi su un bersaglio distante. Non esisteva alcun obiettivo oltre quello, nient’altro contava.
L’oscurità era infinita, un posto dimenticato da ogni dio, un buio creato da nessuno al di là della creazione e del tempo. Il buio si chiuse sfiorandolo. Dove toccava, la pelle diventava ombra anch’essa, svelando il suo io, dissolvendosi in niente.
Non sapeva che sarebbe successo, non importava. La pelle non gli interessava, aveva il suo obiettivo.  Avanzò, combattendo la forza oscura che lo circondava.

Il tempo passava, le stelle cambiavano posizione nel cielo, le stagioni si susseguivano. L’oscurità in aumento scavava in profondità dentro di lui. Si muoveva ancora, sempre più veloce, il tempo a sua disposizione stava per finire, doveva sbrigarsi. Ce l’avrebbe fatta stavolta, finalmente sarebbe arrivato alla fine di tutto.

Il tempo passava. Città nascevano e cadevano, montagne finivano in polvere, continenti si spostavano e si incrociavano. Il suo cuore si fermò, non avendo più nulla da muovere. Eppure anche questo non lo frenò. La morte era un piccolo ostacolo, finché continuava a muoversi. Il suo obiettivo gli danzava in testa, non riusciva a ricordarlo, ma sapeva cos’era. L’unico oggetto realmente fondamentale della sua esistenza. Così continuò a muoversi, perdendo sempre di più il suo corpo.

Il tempo passava. Le stelle si formavano e morivano, gli universi crollavano e si ingrandivano. Spostarsi gli era sempre più difficile, ma era ancora possibile e non si sarebbe lasciato fermare, non quando era così vicino. Finché la sua anima rimaneva intatta, avrebbe proseguito.

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Muoversi 1/2

Sensi alterati
vedere l’estate nel buio dell’inverno
l’inverno nell’estate

vedere il ciclo in cui proiettiamo
le nostre vite
assumendo che

anche noi ritorneremo
come tutti gli esseri
a vita infinita

la verità è che purtroppo
il seme non può essere albero
la spirale non può essere cerchio

Segreto

Lascia che ti dica un segreto. Ero l’oceano un tempo.

Allargavo le mie braccia da paese a paese
e quando inclinavo la testa all’indietro,
i miei capelli diventavano un milione di sirene addormentate. I Pesci nuotavano dentro di me, attraverso di me.
Barche e pescatori galleggiavano dimenticati
nelle loro tombe, ai miei piedi.

Ero l’oceano.
Poi ho strisciato sulla Sabbia fin sulla Luna.

Ora io sono il figlio della Luna, fatto di sale marino
e lische di pesce.
Io sono l’oceano che ha deciso di strisciare via
e ho coperto la mia pelle con polvere di cometa.
Stringo crateri nei palmi delle mie mani come fiori appassiti, le sirene che un tempo erano i miei capelli si sono svegliate e cantano ora.

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Lei

Lei è il tipo di ragazza che tiene gli occhi aperti quando baci, così come tiene aperto il cuore 24 ore su 24 7 giorni su 7. Le piace disegnare giravolte negli spazi vuoti delle pagine, perché il bianco la fa sentire sola, come se potesse cadere in quel nulla e non rialzarsi.

É il tipo di ragazza che pensa che l’idea di stare seduti sotto gli alberi sia più bella che farlo veramente, perché non importa quanto poetico possa essere, ma alla fine della giornata ti ritroverai accaldato, coperto di formiche e pruriginante. Ma lo farà, lo farà perché essere poetica è tutto quello che ha. A volte, distrattamente, pensa che innamorarsi sia molto simile a stare seduti sotto gli alberi.

Una volta si innamorò alle 10:30 e ne uscì alle 10:32. In quel momento rise, si mise una mano sul petto, disse che lui le aveva preso un pezzo del suo cuore ma che le andava bene perché aveva intenzione di darlo via tutto comunque. Per lei era inutile, uno strumento arrugginito intrappolato dietro costole stonate che avrebbero potuto diventare perfettamente musicali, se nelle mani giuste. Si meritava di essere rotto e gettato in disparte, affidato ad altre voci.

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