Archivio per Autore: Salvina Pizzuoli

Parole incollate e parole scollate (I più votati di Prosa e Poesia)

Da quando sono nato non mi stupisco più di nulla e non ricordo il nome del mio luogo di nascita e questo la dice lunga sul mio girovagare da quando ero un neonato.
Qui sento già le prime rimostranze: i piccoli dell’uomo camminano a quattro zampe e solo dopo si sollevano su due, non è quindi possibile che un bebè cammini da subito. Eppure questa è la mia storia.
All’inizio credevo di avere i piedi incollati alle scarpe, ora so di essere nato con i piedi scarpa o con i piedi a forma di scarpa e di aver avuto subito l’istinto a stare diritto e soprattutto a camminare. Non è stato facile abituarsi e muoversi in un mondo alto o comunque molto più alto di me, come mi è capitato per lungo tempo.
Immaginate un neonato tutto testa e tutto scarpe, ma in altezza un Lillipuziano, sì, proprio come i piccoli abitanti di Lilliput!
Se gli altri piccini imparano a camminare con l’aiuto degli adulti che lo hanno a loro volta imparato da altri, io l’ho fatto da solo e senza alcuno sforzo andavo, perché la spinta a camminare è sempre stata fortissima, senza sapere e senza meta.
Più camminavo e più crescevo, più crescevo e più aumentava la mia spinta a camminare.

Ho visitato e rivisitato molti distretti che a distanza di tempo mi apparivano diversi e nuovi. La mia vista sapeva riconoscere le somiglianze, ma li guardavo con occhi differenti tanto che non mi sembravano più gli stessi luoghi.
Se il vecchio proverbio recita che il mondo è bello perché è vario, io posso dire che il mondo si assomiglia tanto, tutto, cambia solo il modo di guardare.
No, forse non è solo il modo di guardare, ma anche quello di chiamare, nel senso non tanto del nome dato alle cose quanto tutto quello che si può intendere con quel nome.
Ciascuno intende a modo proprio.
Non è una questione di dialetto o di lingua diversa, è proprio che le parole son parole e hanno una loro discendenza: quando le usiamo una entra in un’altra e come le scatole cinesi o le matriosche, sembrano uguali, ma non lo sono.
Se io dico ad esempio che ho le mani di colla posso intendere che sono appiccicose e adesive, ma tra loro oppure che attaccano tutto ciò su cui si posano? Se attaccano tutto allora vuol dire che si impiastricciano e qualcuno più fantasioso può anche vedere mani piene di cose, tutte quelle che ci si sono attaccate e che le mani collose non  lasciano cascare: le vede allora nascoste e invisibili sotto una montagna di oggetti che ci si sono appiccicati.
Da una parte questo gioco delle parole che fa vedere a ognuno quel che ognuno vede  è molto piacevole, ma a volte complica la vita.

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Un viaggiatore senza tempo 3/3 (I più votati di Prosa e Poesia)

Credevo di essere in salvo.
Alla fine della corsia fui catapultato fuori. Luci abbaglianti impedivano di vedere.
Ed eccomi davanti alla seconda porta, quella di corno alla quale credevo di aver rinunciato.
Sulla porta un cartello.

-Lo hai scritto per me?
-No, non credo proprio.
-Eppure me lo sono sentito addosso.
-L’ho scritto ma non ti ho pensato.
-Ma tu mi ami?
-Senza di te non esisterei; forse per questo ti amo.
-Ma se io non esisto nei tuoi pensieri, come farai a scrivere per me?
-Non credo di scrivere per te, proprio per te, sei tu che dopo mi scegli.
-Dici?
-Penso. Alcuni ne amano svariati, altri pochi, altri per niente. Come lo spieghi se non attraverso una scelta?
-Empatica?
-Può darsi.
-Mai io mi sono riconosciuto o forse volevo credere che io fossi stato il tuo modello…
-Non indagare altro.

Avevo appena terminato di leggere le ultime sillabe che la porta si aprì.
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Un viaggiatore senza tempo 2/3 (I più votati di Prosa e Poesia)

Un bel sentiero largo e sterrato abbellito da una serie di piante verdeggianti che sembravano piantate più che nate in modo spontaneo, quasi un giardino costruito ad arte. Gli alberi vi crescevano gli uni accanto agli altri e, incredibile a dirsi, varie specie erano lì senza distinzione né di clima, né di altitudine. Si contraddistinguevano per un particolare che non potetti non notare: erano tutte piante a ombrello, con tanti bei rami frondosi e ampi sotto i quali era possibile trovare riparo e ricovero. Il paesaggio mi aveva quasi affascinato e procedevo lentamente.
Un bel rivo gorgogliante scorreva con le sue acque limpide e non troppo profonde, ma animate da tanti movimenti a guizzo che mi fecero presumere la presenza di molti pesci.
Lungo le sue sponde trovai fermi a leggere o a riposare, vari sconosciuti che non mancarono di salutarmi festosamente.
Guardavo e mi piaceva.
Poi piano piano il paesaggio cominciò a mutare.
Ebbi la sensazione come di un cambio netto, come di vedere il rovescio della medaglia.
Lungo il percorso ancora una strada sterrata, ma mancavano le belle piante che avevano addobbato le rive verdeggianti del ruscello che mi pareva non scorresse più con la sua cadenzata cantilena. Subito più avanti vari gruppi di persone se ne stavano tristi e pensierosi e guardavano più in alto. E lì, non volevo quasi crederci, c’era un raggruppamento nutrito che rideva a crepapelle.
Il mio amico smemorato aveva visto quello che stavo vedendo anch’io? Aveva guardato il mio stesso film?
C’era del misterioso in questo mio percorso e soprattutto nel suo.
Poi alzai anch’io gli occhi verso l’alto perché l’immagine stava zumando verso la cima di un monte.
Era quella la montagna? Quel giovane non l’aveva immaginata o sognata, il suo flash all’infinito c’era davvero ed io la vidi in tutta la sua imponente maestosità.
E poi, stentai a crederci, ma lo vidi: il mio smemorato era lì, nel gruppo e rideva, rideva anche lui tenendosi la pancia.
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Un viaggiatore senza tempo 1/3 (I più votati di Prosa e Poesia)

Un giovane era seduto al bar davanti a un cocktail pesante, così immaginai dalla sua espressione quando ne mandava giù un sorso: spingeva le labbra prima in avanti per poi risucchiarle in dentro, come fosse chiedere troppo tenerle sporgenti.
Mi sono stupito: alla dieci del mattino, un cocktail?
-Buongiorno – gli dissi avvicinandomi. Avrei voluto un approccio meno formale, mi pareva di conoscerlo da tempo.
-Buongiorno – mi rispose guardandomi dritto negli occhi e aggiunse – sto affogando la mia mancata giovinezza.
-Mancata? Ma sei giovane!
-Anche tu sei convinto che basti essere anagraficamente giovani? Ti sbagli.
-Ma cosa ti è successo di tanto terribile, da considerarla mancata?
-Non lo so – non ho ricordi, qualche flash qua e là, ma tutti uguali, probabilmente sempre gli stessi con qualche minima variante.
-Spaventoso! Come fai a sopravvivere senza nemmeno un ricordo?
-È un buco nero che si porta via tutto, in un vorticoso vorticare.
-Bello il vorticoso vorticare! Ma tu dove sei, in fondo o stai vorticando?
-Non lo so, non mi vedo.
-Prova a cercare, forse trovi qualcosa, un oggetto, una parola, un odore che ti richiami alla memoria un ricordo, anche piccolo…
-Io ci provo, ma in questo roteare non c’è niente.
-E perché bevi?
-Si beve per dimenticare ma, avendo dimenticato, se bevo forse posso ricordare.
-L’idea non è male!
-Hai presente il tè di Alice? Bene, è come se quell’unico ritaglio che ho in memoria si ripetesse all’infinito.
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Storie di colla – Chi è stato a incollare? (I più votati di Prosa e Poesia)

Mi raccontò questa volta in gran segreto, perché i segreti sono così, se non si svelano che segreti sono? che il suo vecchio si era stancato di riparare le pale di legno dell’antico mulino azionate dalla forza dell’acqua o di rifarle nuove cesellando e modellando con gran fatica un tronco fresco di quercia; aveva così inventato una colla portentosa che riusciva a incollare saldamente i vari pezzi delle pale senza doverli sostituire.
Sfiorella era stata colta dal dubbio, insinuatole da un certo numero di Sfogliesi, che il suo vecchio avesse potuto giocare tutti con la colla di sua invenzione che lei conosceva benissimo per averla sperimentata direttamente: una colla ottenuta con farina e corteccia di albero, impastate e mescolate insieme con acqua e vari tipi di sugne, anche se il segreto degli ingredienti era custodito dall’ingegnoso mugnaio.
Le maldicenze sono come le foglie su un albero a primavera e anche Sfogliato non ne era indenne, anzi erano le uniche foglie che possedeva in abbondanza.
Che fosse stato lui? Il dubbio era forte.
Certo che se fosse stato lui, quel burlone del suo vecchio aveva giocato a tutti un tiro mancino; bravo era stato, davvero bravissimo, tanto da gabbare fior fior di pensatori e studiosi.
Se era stata la colla di suo padre a tenere attaccata la gemma alla corteccia, il mistero2 non esisteva e Sfogliato poteva tornare a dormire sonni tranquilli e restare con il mistero1 insoluto che lo rendeva unico.
In realtà a volere essere pignoli ci si sarebbe potuti chiedere: perché la gemma non marcisce ma resta fresca e vigorosa su quel ramo secco e striminzito? E poi, c’era un e poi…
Non l’ho visto con i miei occhi, l’ho sentito con le mie orecchie, me lo raccontò Sfiorella con minuzia di particolari: il vecchio mugnaio non ammise mai e non smentì, nemmeno messo alle strette dalla parlantina e dalla logica stringente della figlia, non era mai caduto in contraddizione, anzi aveva argomentato con sicurezza, mi raccontava Sfiorella, tanto che pensai a una difesa preparata.
A Sfogliato in molti avevano reclamato che cambiasse nome in virtù dei nuovi avvenimenti, ma la casta aveva storto il naso e si era ritirata a meditare. Poi piano piano le discussioni scemarono insieme all’interesse, come accade a tutte le vicende umane: il fenomeno non procedeva, una gemma c’era e una restava, tale e quale.
A poco a poco niente più code, niente più proposte a Sfiorella che perso il suo ruolo di preminenza, era tornata alle sue faccende e non stava più tutto il giorno affacciata a quella finestra tanto invidiata. Ma si vociferava che il vecchio mugnaio avesse sempre un angolino della bocca sollevato come in un sorriso beffardo.
Per la raccolta dei frutti non era ancora stagione, i fatti prodigiosi avevano un successo calante, non mi restava che ripartire.
Andai via con un mistero, un dubbio e un po’ di colla regalatami da Sfiorella, perché chi viaggia, mi disse con aria di superiorità, può sempre averne bisogno.
Pensai fosse il prezzo del mio silenzio oppure la prova provata.
Mi lasciai i dubbi alle spalle, li avrei trovati magari risolti al mio ritorno, se fossi tornato.
Nei distretti che in seguito visitai mi capitò di scoprire, con sommo stupore, che la colla più venduta era la “Colla Sfogliato. Incolla anche le gemme” si leggeva sull’etichetta.

Storie di colla – Fenomeno2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Il fenomeno numero2: La figlia e la foglia

A me capitò di essere testimone del numero2 che avrebbe attanagliato l’attenzione dei colti e degli incolti: su di un alberello, il meno forte e solido di Sfogliato, un giorno era apparsa una gemma, un embrione di foglia, insomma, aveva gemmato.
Quando vi giunsi una fila interminabile di persone venute da ogni dove, ma anche semplici paesani che volevano guardare e riguardare, era lì: tutti in fila e una e due e venti volte, senza stancarsi mai.
Fu così che decisi di fermarmi un po’, per capire o forse solo per guardare anch’io.
I più gridavano al miracolo. Ma si sa, l’ incredulità dei nostri tempi non vuole più dare credito ai fatti sensazionali, per cui molti scartavano l’ipotesi accontentandosi solo di guardare.
L’evento, anomalo per Sfogliato, aveva fatto il giro dei distretti e ciascuno dei membri di rilievo si era sentito in dovere di manifestare la propria opinione; ma girala e rigirala, nessuno aveva compreso il fenomeno numero2, nemmeno in chiave filosofica o esoterica, ma la gemma restava.
Il mistero continuava a infittirsi anche perché non cresceva. Le gemme si sa o crescono o si seccano, quella di Sfogliato così era nata e così era restata.
Sfiorella era la figlia maggiore del vecchio mugnaio. Anche lei come tutti era rimasta affascinata dalla gemma che poteva ammirare tutto il giorno perché era comparsa su quel ramo stenterello a pochi passi dalle finestre di casa sua. Si affacciava e la vedeva.
In molti le avevano chiesto di poter usare quella finestra, alcuni addirittura le avevano offerto ingenti somme, ma lei era stata irremovibile. Per la prima volta nella vita si era sentita invidiata da grandi e piccini e da chi aveva una posizione di potere.
Beh voleva proprio godersela, mi disse poi un giorno in tutta confidenza. A un viaggiatore si può confidare di tutto, aggiunse poi: non è di lì, conosce poche persone e non ha dimestichezza con usi e costumi del paese e soprattutto non resta; il viaggiatore prima o poi torna al proprio paese o va a visitarne un altro, difficilmente potrà con la sua sola presenza ricordare a chi gliele ha raccontate le proprie debolezze.
Bisognava invece guardarsi dai paesani che avevano tutti una memoria di ferro!
Guarda oggi e riguarda domani Sfiorella si convinceva sempre di più che potesse trattarsi di una storia di colla; ma chi era stato a incollare?

Storie di colla – La foglia (I più votati di Prosa e Poesia)

Io sono un “viaggiastorie” mi piace viaggiare, vedere e raccontare.
Ho visitato molti luoghi e pochi sono unici come il lontano paese di Sfogliato.
Sfogliato aveva preso il nome dalla singolarità delle sue piante: gli alberi crescevano sani e i loro tronchi vigorosi e smisurati con i rami tesi verso il cielo e ondeggianti nel vento, ma completamente privi di fogliame.
Gli abitanti ignoravano i sussurri tra le foglie, nessuno aveva mai pensato di nascondersi tra le fronde o godere la frescura all’ombra della loro chioma né aveva potuto mai ammirare o beneficiare della fioritura.
E i frutti direte voi?
Non c’erano frutti da cogliere dai rami, ma ciascun raccoglitore sapeva che occorreva scavare con attenzione intorno alla base del tronco per trovarli maturi e succosi.
Si raccontava, perché nessuno al di fuori dei raccoglitori poteva assistere, che erano avvolti in sottile bambagia, una lanugine sviluppata dalle radici che li circondava proteggendoli e che li lasciava puliti puliti.
La precisione e la scelta dei tempi erano fondamentali perché il frutto non poteva essere guardato o tastato per considerarne lo stato di maturazione, ma colto secondo un oculato calendario e per esperienza.
Il mestiere più prestigioso e retribuito di Sfogliato era sempre stato quello del raccoglitore: chini sul terreno, quasi inginocchiati come se pregassero, “sentivano” la terra imponendo le mani sul terreno o odorando le piccole zolle sminuzzandole tra le dita; si tramandavano i segreti tra i pochi affiliati alla loro potentissima corporazione, erano una vera casta.
Per secoli gli scienziati dei diversi paesi del distretto si erano precipitati a osservare da vicino il fenomeno e alcuni si erano tanto incaponiti da studiarlo per tutta la loro vita senza però ricavarne una benché minima ipotesi, nemmeno inattendibile.
Il fenomeno sfidava tutte le leggi di natura. Nemmeno gli studiosi del mondo dell’occulto erano riusciti a trovare una interpretazione nella lettura delle antiche mappe e nei libri dei vaticini; in molti si erano recati a Sfogliato e alcuni vi erano poi rimasti, magari impigliati in semplici casi della vita.
Agli abitanti dispiaceva che il mistero non fosse stato risolto, un paese senza alberi frondosi che paese è? Avevano provato di tutto, innesti, potature, fertilizzanti, trapianti, ma nulla.
Quando capitai a Sfogliato nel mio girovagare per il mondo, arrivai proprio in un particolare momento: il fenomeno1, quello di cui vi ho parlato, sembrava infittirsi a causa del numero2.

Storie scollate (I più votati di Prosa e Poesia)

Uno scollo provocatore: la testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo, anche quando alcune vicende sanno stupirti.
Quanto ho visto e vissuto nel paese di Scollam, non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.
A Scollam dopo le 5 del pomeriggio e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia: hanno la testa scollata dal collo.
No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano.
L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.
Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sbalordimento aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle 5 pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scollam, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.
L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scollam ciò che ho visto e vissuto.
Se chiedete agli abitanti come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene spontaneo e non ricordano proprio quando lo hanno imparato. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scollamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incollati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scempiaggini più che spiegazioni.

Scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo

Esistono vari modelli di scolli: lo scollo o, come lo chiamano gli scollammesi, lo scolcollo discreto, ma anche il senza scollo, ormai raro e lo scollato sempre, molto di moda. Questo significa che non tutti gli abitanti lo praticano; alcuni solo occasionalmente, altri sempre, altri mai.
Questi ultimi non hanno mai voluto rispondere alle mie domande, limitandosi quelle poche volte che sono riuscito a comunicare con loro, ad accennare un sorriso gentile sulle labbra, appena abbozzato ma chiaro ed evidente, quasi una canzonatura leggera.
Più pronti a dare spiegazioni, ma senza effettive e precise risposte sono i praticanti dello scollo occasionale o discreto.
L’unica cosa chiara è che non essere praticanti implica una specie di radiazione dalla comunità. Se non ho capito male o ti scolcolli o non sei ritenuto un membro a tutti gli effetti. Ecco perché molti hanno scelto di scolcollarsi discretamente.
Questa pratica inveterata sta però producendo i suoi frutti.
Si stanno notando delle mutazioni genetiche che preoccupano la comunità di Scollam.
Molti neonati nascono col collo lungo, lungo a dismisura e altri con il collo corto, cortissimo, quasi inesistente. I primi, sebbene deformi, sono bellissimi; i secondi, con quelle teste quasi schiacciate tra le spalle, sono solo sformati. I paragoni con il mondo della natura o dell’arte sono stati notevoli per i primi e tutti ammirati: un cigno, un modigliani, una giraffa, ma anche paragoni meno scontati come un Erketu ellisoni, il dinosauro dallo spettacolare collo, oppure donna Kayan come le donne africane dal collo inanellato.
La trasformazione quindi non è stata vissuta né dai genitori, né dagli stessi una volta cresciuti, come un tratto da rifiutare; diverse le considerazioni per i secondi per i quali non c’è stato nemmeno il tentativo di trovare esemplari di riferimento.
Si sono quindi via via ghettizzati, vivono in comunità separate e sono quasi violenti. Tutta la loro rabbia si scatena nei confronti dei collilunghi che malauguratamente varcano i loro confini, non del tutto delimitati: li aggrediscono mordendoli sul collo, ma poi interrogati sulle molestie inflitte, non sanno spiegare questa loro manifestazione, ma adducono come unica ragione il fatto che gli aggrediti siano dei collilunghi, e tanto basta.
I collilunghi a loro volta si sentono sempre più dei privilegiati dalla natura e guardano quasi con disprezzo i senza collo.
Le loro comunità sempre più separate sono ormai inconciliabili.
Nel mio girovagare ho sempre avuto occasione di vedere aggregazioni umane in lotta tra loro, spesso perenne e atavica e della quale si è perduta la radice. Anche le collettività di Scollam mi sembrano avviate su questo percorso senza ritorno. Insomma, lo scollo ha avuto alla lunga delle infauste conseguenze: sono stati generati dei mostri; anche questa è vero, è un’espressione abusata e meriterebbe una digressione, ma faccio per capirsi, nel senso che insomma nessuno glieli invidia. I mostri si sa o fanno paura o si invidiano e io, dopo che in un primo momento avrei voluto provare, ora me ne guardo proprio bene.

Nel distretto di Monad (I più votati di Prosa e Poesia)

Monad è un distretto enorme. Cresce in larghezza e non in altezza e quindi ha bisogno di molto spazio. Le case, si fa per dire, in realtà sono solo monostanze, sono attaccate le une alle altre, ma non proprio incollate perché a Monad niente s’incolla, ma tutto si separa, basta anche un capello.
Lo so, state cercando di vedere un capello che separa case, cose e persone e non ci riuscite; è per questo che ho usato questa parola; il gioco delle parole è divertente e il mio preferito. Non siete riusciti a vedere un lungo e grosso capello che corre per tutta la parete divisoria tra due casestanze? Allora non sapete vedere.
Torniamo a Monad.
Insomma le case, come dicevo, non sono palazzi ma stanze con un tetto e una porta; sembrano attaccate, ma separate anche se da un capello.
Dentro queste stanze-casa vive un monadese alla volta. Non ci sono gruppi familiari, ma solo single.
Anche le botteghe sono single nel senso che ciascuna vende solo un prodotto. C’è poi una bottega che non vende niente, ma dalla quale escono in continuazione dei piccoli monadesi che vanno a occupare ciascuno la propria stanza-casa. Poi ho capito che il flusso di monadesi che escono dalla fabbrica non è sempre uguale, ma dipende dal numero delle stanze che restano via via libere.
A Monad nessuno parla con gli altri, non c’è vita associata, non  ci sono feste, non ci sono assemblee, non c’è condominio e non c’è municipio, tutto si svolge all’interno delle stanze.
Tutto, anche questa è una parola che non vi permetterà di vedere bene; tutto cosa? In realtà non lo so neanche io, perché i monadesi non aprono mai la porta agli estranei e non fanno mai entrare nessuno. Cosa facciano lì tutto il giorno non si sa.
Tutto il giorno sì, perché nessuno lavora a Monad, nel senso che nessuno si reca a lavorare lontano da casa o in un altro distretto. Lavorano lì, nella loro piccola casa. Nessuno cammina, oltre lo stretto necessario, nessuno corre, nessuno fa sport.
Ho visto la parola noia comparire sulle vostre labbra; no, vi sbagliate.
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Giochi di parole e di colori 2/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

Insomma, il grigio era stato a lungo il colore delle mie emozioni perché, ora lo so, era il colore della mia paura. Fucsia era quello della mia fatica; sì, tanta fatica, per fare tutto, qualsiasi cosa. Salire un gradino era come scalare una montagna e non è un modo di dire ma era vero davvero. Gocce di sudore imperlavano la mia faccia e la mia schiena ogni volta che il mio cammino era sbarrato dagli ostacoli creati dall’uomo; la natura è più misericordiosa!
Non voglio riproporre esperienze che il signor Swift nei panni di Gulliver ha saputo narrare a dovere, cioè di incontri ravvicinati con animali detti domestici ma per me paragonabili a bisonti.
E poi c’era la rabbia, quella sì che era rossa.
Quando mi arrabbiavo perché i miei sforzi erano stati completamente vanificati, allora sì; in un primo momento il colore era rosso porpora, ma poi piano piano sfumava nelle diverse gradazioni dell’arancio. Non sempre stava solo sbollendo, come si dice, stava trasformandosi in delusione, insoddisfazione, scontentezza, e non c’è emozione peggiore perché ti blocca e non vai più da nessuna parte. È così terribile che non ha nemmeno un colore. Ora so che quando non vedo colori è perché devo uscire dall’insoddisfazione e dalla scontentezza.
Dicono che il colore dell’emozione amore sia il rosso come la rabbia, ma guardandomi dentro, le poche volte che posso dire di essere stato innamorato, il mio colore è stato blu. Un blu forte e intenso, quasi notte. La prima lei che mi ha scatenato l’emozione blu mi era sembrata già alla prima occhiata bellissima, morbida e sensuale. Mi era scattato subito il meccanismo dell’incollo, nel senso dell’incolliamoci un po’, ma poi mentre mi avvicinavo a lei sentivo le membra irrigidirsi, i passi farsi pesanti e un gelo lieve farsi strada nel mio corpo.

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