Archivio per Autore: Daniele Zappatore

IX. Departure

Veglia,
o eburneo strale,
sul mio corpo,
tu che sibilando
penetrasti queste carni
liberandomi da
tale gabbia infame;
tu che lieto
trafiggesti queste spoglie
che ora tacciono
solenni nell’oblio;
giunta è l’ora
della dipartita:
lascia dunque
che si levi alta
la mia essenza,
e che serena
si abbandoni
ad eterni e dolcissimi
silenzi.

VIII. Benu’s feathers

sola,
una colomba dall’immacolato manto solca gli orizzonti, unica superstite in un oceano di desolazione. Vola leggiadra sospinta da una brezza lieve, balia addolorata a cui natura strappò il frutto d’amoroso seme, vecchia cantastorie senza più memoria.

Candida colomba incorrotta, guardiana dei deserti, vira elegante e voluttuosa, santa nel campo redento, ed esule, al contempo, dal materno nido; vaga senza meta la creatura, scruta gli infiniti spazi volteggiando per l’immenso e contemplando la grandiosità del nulla.

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VII. Blood red sea

Sradicato,
naufrago nel sangue del possente Ymir, all’impeto di questi amari flutti mi abbandono. Musica, e fiamme: tutto è perduto, tutto è sommerso.

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VI. Bark

Ombra,
che dai Campi Elisi immerge il corpo nell’etereo Lete, forte della tempra dell’eterno staglio la mia mole sulla terra.

Vizzo tronco robusto, protendo esili fronde ad implorare redenzione, come ossute braccia di dannati volte al dio degli sconfitti. Leggi tutto →

V. Inàne

Dannato
Demone immortale,
che giù per questa ripa
rovesciasti il tuo dolore
sì che sordo nulla
più si mosse;
Perché fingi la vita,
o Fiore immondo,
quando è così sublime
il tuo patire?

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IV. Growing up

Concime.

Oh infelici Moire, perché non fu reciso il mio destino? Ritorno alla vita, plasmato dalla terra.

Vivido germoglio verde, esile e curvo,  ancora inetto all’esistenza. E dentro me un profondo senso di sgomento: di tutto quel buio, di quel frastuono assordante non c’è più alcuna traccia, se non l’eco della mia disperata solitudine, silenzio disarmante.

Vivido germoglio cupido, cresco nella bruma fioca di un mattino spento, ondeggiando voluttuosamente tra i sussurri del vento; vitale virgulto di imponenza, il mio corpo si fa mezzo di una vita geminata dal dolore, sfamata da una piccola carcassa putrescente: inabisso inerme in questo fetido liquame, nutrendomi del suo nettare torbido e soave.

Vivido germoglio  vigoroso, il fusto cresce forte raccogliendo spiragli di luce tra i tumidi cirri marmorei: rendo respiro alla terra. Assorto nel ricordo vago del dolore, asserragliato da sferzate di emozioni nuove, frenetici mulinelli di variopinto fogliame autunnale, aspetto.