Atto d’amore 2/4

Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.

Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.

Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.

Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.

Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.

Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.

Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.

Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.

Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.

Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.

“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.

Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.

Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.

Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.

Leonardo Franchini

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Atto d’amore 2/4 ultima modifica: 2017-02-24T08:50:31+00:00 da Inviati dai lettori

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