Metempsicosis – Recensione

(…) sedia elettrica per chi ha stuprato la poesia

Abbassate le luci, procuratevi un’ora abbondante di tempo libero, un buon paio di cuffie e una buona dose di voglia di viaggiare via dall’apparenza e dalle comodità: arrivano i L.E.S.

Dopo una lunga gestazione viene alla luce Metempsicosis, il primo cd ufficiale (autoprodotto) di questo trio di amici/compagni/musicisti/irrinunciabili-nostalgico-romantici che sfornano alle soglie del 2013 un album che sembra voler dare uno schiaffo a tutto ciò che risponde all’imperativo ‘omologarsi’.

Chi si aspetta un prodotto poco impegnativo o ruffiano, dai testi leggeri e dalle atmosfere semplici e disimpegnanti, si tenga lontano da questo cd, lo mondi e lo maledica con le più moderne formule dell’apparenza, lo distrugga senza pietà, lo fraintenda liberamente ma non lo tocchi; pena la riflessione forzata, la presa di coscienza e l’inevitabile percezione di se stessi.

Questo lavoro costringe infatti l’ascoltatore alla meditazione; una tortura che , in questi tempi d’effimero e di cliché ripetuti all’infinito, risulterà probabilmente insopportabile all’ascoltatore medio.

E proprio questa apatia anintellettuale sembra stare stretta ai toscani L.E.S. che, come chiarito immediatamente dalla frase in calce sul retro del cd, promuovono attraverso la loro musica, spesso intricata e irregolare e dai testi intensi e viscerali, una maggiore intraprendenza con se stessi, per trovare il coraggio di mettersi a nudo e capire che il disinteresse e la superficialità non portano a evitare il male, ma, al contrario, a divenirne complici e succubi.

L’idea di raccontare in musica l’esistenza di un soggetto nelle sue molteplici incarnazioni mi è sembrata davvero azzeccata e originale. L’ascolto scorre fluido durante tutti i quasi ottanta minuti di cui conta questo cd, dall’omicidio iniziale fino all’agghiacciante, ma allo stesso tempo catartico, finale.

Il concetto stesso del tempo sembra permeare questo lavoro già dall’immagine in copertina, un collage di foto che ritraggono i vari avatar in cui trasmigra il protagonista, incorniciate da un curioso orologio di 13 ore, 13 come le tracce del cd appunto.

Produrre un lavoro come Metempsicosis, un lungo e ragionato ‘concept’ sviluppato in brani mediamente superiori ai quattro minuti, accompagnati da testi poetici e introspettivi, potrebbe risultare una decisione antitetica alle attuali norme commerciali del ritornello entro il primo minuto.

Tale scelta, però, risulterà azzeccata per chi, da una reduce nicchia di pensatori vintage, si prenderà la briga di lasciarsi rapire da questo presuntuoso cd che, a mio avviso, è un piccolo capolavoro.

Non tanto per la produzione, pregevole e ben fatta ma lontana anni luce dai canoni dei ‘megasuoni’ ai quali siamo ormai abituati, ma per l’attenzione posta ad ogni singola nota, suono e parola, come a privilegiare le sensazioni e la musica ai funambolismi fonici dell’era digitale o alle svisate innocue di una sterile esibizione strumentale.

Non che non ci sia la tecnica, quella c’è eccome, ma non risulta mai fine a se stessa e piuttosto viene utilizzata solo e unicamente a servizio del risultato.

I pezzi che compongono questo full-length sono estremamente variegati, i ritmi sono spesso irregolari e ricchi di sincopi e accenti controtempo che esaltano e sollevano delle linee melodiche efficaci e accattivanti.

Tutto è arrangiato in una vena volutamente ‘fusion’ dove le chitarre di Lamberto Salucco di matrice spesso ‘heavy metal’ fanno da accompagnamento ad atmosfere tipicamente progressive e l’espressiva voce di Michele Ermini, anche grazie al possente utilizzo di doppie voci, armonizzazioni e cori, fascia il tutto con un’intensità rara; a niente conta che il cantante toscano non sia un tecnico delle pliche vocali, si tengano lontani i puristi del bel canto, la sua mira artistica è chiaramente rivolta all’espressività e al feeling e in ciò risulta sicuramente vincente.

Non mancano momenti estremamente orecchiabili come il riff di chitarra che accompagna l’opening ‘Fuori di me‘ o la strofa della bellissima ‘Nuvola‘.

Provocanti le metallosità della “CCCP-ana” ‘La preda‘ e veramente intenso il prog style di ‘Un filo d’erba‘, mentre la title track, folle e divertente con i suoi arpeggi impazziti dalle velocità innaturali e i ‘suonini’ arcade, s’impone come il pezzo più originale e surreale dell’intero album.

Stupenda ‘Delirio d’immortalità‘, uno dei pezzi più malinconici e viscerali (peccato per la dizione un po’ ‘spartana’ della voce narrante, un’interpretazione più professionale avrebbe reso sicuramente di più).

La timida voce di Elena Giachi, un po’ in secondo piano ne ‘L’ultima morte‘, fa intendere una cantante dalle grandi potenzialità vocali ancora inespresse.

Degno di nota il lavoro di programmazione di Fabio Lazzeri e Lamberto Salucco, ben al di là degli standard nazionali ai quali siamo abituati.

Le uniche note negative che mi sento di dare a questo concept riguardano l’artwork interno del cd: troppo risicato data la mole emotiva del lavoro che meritava un book più sostanzioso e, durante l’ascolto, una certa discontinuità nella cura dei dettagli probabilmente data da limiti oggettivi di produzione.

Metempsicosis è un viaggio da fare con calma, quando si è neutri con se stessi, aperti, emotivi, è un’avventura che catturerà chi alle produzioni hollywoodiane preferisce suoni ricercati, magari poveri ma mai casuali, chi, in generale, indaga tramite le sensazioni le radici delle cose, nature ormai sbiadite e corrotte, confuse fra di loro sui banconi della noncuranza moderna.

Perché in fondo, citando nuovamente Metempsicosis, “la pace è trovarsi“.

Luciano Zella

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