Archivio mensile: marzo 2017

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Giovane dolore

Quando cadevi
le ginocchia ridevano
il pianto era docile
la piena malinconia
pareva foresta infinta
di maghi e favole.

Onde di lacrime

Sono una goccia incalcolabile
di quel mare
che vive nei tuoi occhi…

Mi annullo nelle tue onde

Quei quattro minuti… 1/2 (I più votati di Prosa e Poesia)

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti si erano trovati a doverne rivendere le quote.

C’era il sole mentre entrava insieme ai due agenti nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate. Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità. ─ E’ al terzo piano! ─  gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti. ─ Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare ─ disse il commissario a uno dei suoi ─ e tu invece vieni dentro con me ─ intimò all’altro. Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio.

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L’amore è fanciullo

Amore,
sei la mia
proiezione,
mi identifico
in te.

Nella spontaneità.

Sei il luogo
di pace,
ove ogni torto
ed ogni ragione
svaniscono.

Nella semplicità.

Sei la mia sicurezza
ad ogni piè
sospinto;
non solo ti abito,
ti vivo.

Nella gentilezza.

Sguardi

Lui moriva per lei.

Lei lo sapeva e taceva
ma con gli occhi lo amava
con la dolcezza e nostalgia
di perdere qualcosa
che non sarebbe mai stato suo.

Dondolando

Dove il cuore risiede
la paura
l’incertezza.

Crolla il sipario
nudo,
raccolgo le mie vesti
senza vergogna
come sono arrivato.

Emozioni vitali

Ho scoperto il segreto del mare,
le sue gioie, le sue disperazioni
la sua linfa vitale,
i suoi colori,
meditando su una goccia di rugiada.

Così ho alimentato la sua poesia.

Parole incollate e parole scollate (I più votati di Prosa e Poesia)

Da quando sono nato non mi stupisco più di nulla e non ricordo il nome del mio luogo di nascita e questo la dice lunga sul mio girovagare da quando ero un neonato.
Qui sento già le prime rimostranze: i piccoli dell’uomo camminano a quattro zampe e solo dopo si sollevano su due, non è quindi possibile che un bebè cammini da subito. Eppure questa è la mia storia.
All’inizio credevo di avere i piedi incollati alle scarpe, ora so di essere nato con i piedi scarpa o con i piedi a forma di scarpa e di aver avuto subito l’istinto a stare diritto e soprattutto a camminare. Non è stato facile abituarsi e muoversi in un mondo alto o comunque molto più alto di me, come mi è capitato per lungo tempo.
Immaginate un neonato tutto testa e tutto scarpe, ma in altezza un Lillipuziano, sì, proprio come i piccoli abitanti di Lilliput!
Se gli altri piccini imparano a camminare con l’aiuto degli adulti che lo hanno a loro volta imparato da altri, io l’ho fatto da solo e senza alcuno sforzo andavo, perché la spinta a camminare è sempre stata fortissima, senza sapere e senza meta.
Più camminavo e più crescevo, più crescevo e più aumentava la mia spinta a camminare.

Ho visitato e rivisitato molti distretti che a distanza di tempo mi apparivano diversi e nuovi. La mia vista sapeva riconoscere le somiglianze, ma li guardavo con occhi differenti tanto che non mi sembravano più gli stessi luoghi.
Se il vecchio proverbio recita che il mondo è bello perché è vario, io posso dire che il mondo si assomiglia tanto, tutto, cambia solo il modo di guardare.
No, forse non è solo il modo di guardare, ma anche quello di chiamare, nel senso non tanto del nome dato alle cose quanto tutto quello che si può intendere con quel nome.
Ciascuno intende a modo proprio.
Non è una questione di dialetto o di lingua diversa, è proprio che le parole son parole e hanno una loro discendenza: quando le usiamo una entra in un’altra e come le scatole cinesi o le matriosche, sembrano uguali, ma non lo sono.
Se io dico ad esempio che ho le mani di colla posso intendere che sono appiccicose e adesive, ma tra loro oppure che attaccano tutto ciò su cui si posano? Se attaccano tutto allora vuol dire che si impiastricciano e qualcuno più fantasioso può anche vedere mani piene di cose, tutte quelle che ci si sono attaccate e che le mani collose non  lasciano cascare: le vede allora nascoste e invisibili sotto una montagna di oggetti che ci si sono appiccicati.
Da una parte questo gioco delle parole che fa vedere a ognuno quel che ognuno vede  è molto piacevole, ma a volte complica la vita.

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Sei o non sei?

Conosco il tuo nome,
non so
se sia reale,
mi dici d’esser
amico
seppur virtuale.

Non vuoi apparire,
resti nell’oblio,
sei o non sei?
Rimuovi quel grigiore,
mi spiace dirlo,
non ha valore.

Proietta sul diario
un’immagine
di te,
sarà più facile
per me
digitar “mi piace”.

L’amore

Mi scorre dentro ovunque
senza timore
possedendo il respiro e l’anima.