Archivio mensile: febbraio 2017

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E’ vivere, sei tu

La felicità
cercala in un sorriso,
nel prolungamento
dell’ombra
d’un fiore,

nella semplicità
della natura,
nella mancanza
o presenza
di dolore,

poiché
è solo quella
che sei in grado
di comprendere;
è vivere, sei tu.

Io verrò

Aspettami sotto l’ombroso
mandorlo in fiore
mentre il vento impetuoso
soffia
tra i battiti del cuore
che non vuole placarsi
per l’ansia…

Io verrò
senza chiederti nulla
con un bacio d’amore.

Atto d’amore 2/4

Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.

Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.

Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.

Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.

Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.

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Cuore

Oh! Povero cuore
solo in questo lasso di tempo
senza una parola
portando pena d’amore
che da esso
ti senti morire.

Hai scelto il silenzio
come lame che feriscono
e recidino dentro.

Hai pianto
hai sofferto
non una volta,
tante volte.

Hai vagheggiato nei sogni
hai fermato il tempo nella speranza
di vivere nei suoi occhi
come un incanto
che sbriciola anche le dure rocce,
aquiloni dentro una cornice
pronti a sollevarsi in volo…

Tu hai sorriso
Lui ricambia il sorriso
ma non il tuo amore.

Antica pieve

Divampa, divampa
come favilla di fuoco
la preghiera nell’antica
Pieve,
coglie l’oro dal cielo
e l’abside le dà la canzone
nel bagliore di candele.

Così la speranza germina
ai rintocchi della fede
e sorella carità
apre le braccia al bisogno.

Attaccati alla poltrona

Oggi affondo
il fioretto
nella poesia.

Constato che,

la poltrona
è d’una blasfema
Resistenza.

Poiché,

di dignità
v’è completa
assenza.

Troppi gli attaccati…