Archivio mensile: luglio 2016

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Il gusto dell’essere

Il tramonto
della speranza
la mancata
felicità,

fanno pensare
come la vita
sia un immenso
dolore,

quando l’uomo
dentro di sé
ha il gusto
dell’essere.

Il canto dei poeti

Cantano i poeti
come uccelli in gabbia
suoni d’amore o di rabbia
litanie del mondo
o voci dal fondo,
sempre errando
tra noia e gioia
sempre amando
dell’emozione
il sacro fuoco
della passione,
lieve la voce
forte la luce
degli occhi il senso
non hanno smarrito
la retta via indica il dito,
dietro il sorriso
amaro ride,
ammanta il verso la nostalgia
la calma opaca,
la malinconia.

Funambolo in bilico
tra la metafora
Vate
annunciaci la nuova era.

Gerardina Rainone

La pozzanghera (I più votati di Prosa e Poesia)

La concezione pessimistica
e l’egoismo utilitario,
portano l’individuo
ad esser lupo
non uomo, verso l’uomo.

Homo homini lupus?

A questa cupa filosofia
di tutti contro tutti,
v’è la risposta:
anche una pozzanghera
riflette la luce del sole!

Il bacio dei vecchi

<<Nel bacio dei vecchi c’è tutto>> ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su di una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi angustiava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole romane. Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché. Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.

Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina avanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli ne evidenziava la vecchiaia. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, io riuscivo a indovinare dei leggeri spruzzi di saliva, che uscivano dalle loro labbra, o dalle allentate dentiere. Lei era curata, pettinata con uno chignon sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano. Indossavano già il cappotto e sembrava avessero molto da dirsi, mentre si stringevano sempre di più l’un l’altro. Poi iniziarono a baciarsi, prima sulle guance, poi sulle labbra, come due adolescenti. Sempre più affondavano le loro bocche, e mi sembrò di intuire in quei movimenti il desiderio o la reminiscenza di una grande passione. Ricordo che mi chiesi se non avessi frainteso la loro età, magari ingannata dal sole che abbagliava sempre più il mio sguardo.

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L’incompleto

Ho preso un pennello
Per dipingere sulla tela bianca
il ritratto della vita.

Col rosso  coloro l’amore
Col verde la speranza
Col giallo la saggezza
Col nero la grigia tristezza
Peccato che non so dipingere.

Quaranta anni fa…

Prendemmo il fattore, che sì aveva quei tanti anni, ed anche qualche chilo, in meno, ma pur tuttavia sudava abbondantemente su per il sentiero verso il Gennaro.
Lo mettemmo in mezzo, tra me e Baffone, fisicamente e metaforicamente, nel senso che lo coinvolgemmo nella scelta del percorso di quella prima scarpinata che si chiamerà “Scarabone” e lo portammo a percorrerlo….oh non era il factotum del Corsini!? Avevamo bisogno del suo imprimatur.

Baffone, ovvero: “Piacere, Verdi Roberto, necroforo-giardiniere”. Perché becchino era brutto..
Oggi, quando ancora con le cosce all’aria, dopo aver fatto i miei sedici ( ma per me sono meno) chilometri della corsa, mi hanno chiesto di premiare le squadre partecipanti…….Ho pensato a lui, a quaranta anni fa quando ci inventammo questa corsa. Allora non era di moda correre per hobby, le spose non avevano l’ossessione di rassodare i glutei e i quarantenni non correvano a fine giornata con l’i-phone per scordare lo stress da lavoro. Era tempo di austerity. Leggi: domeniche a piedi per risparmiare petrolio, a tirare le forme di cacio lungo la Bolognese, ad andare per calesse, a…correre, meglio scarpinare a piedi.

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Il ritorno

Quando ritornerai
scrivimi forte,
stringimi piano
cantami ancora
nelle pieghe del tempo
il sorriso amaro
dell’illusione
per dirmi solo
io sono qui.

Chiedimi ancora
quel che resta della notte,
passione ardente
soffusi gesti
vibrante attesa
di un’altra volta.

Gerardina Rainone

“Un fiume di guai” – Estratto 2

(Il rapporto fra Viola, la protagonista, e i suoi genitori)

Io e i miei non eravamo mai andati d’accordo su nulla. Tra noi c’erano sempre stati attriti, per motivi futili o importanti, sin dalla mia adolescenza. Non per niente il tentativo di collaborare nell’azienda di pelletteria di famiglia era fallito e, appena avevo trovato un impiego, ero andata a convivere con Luca, l’uomo che qualche anno dopo era diventato mio marito.

Nemmeno su di lui ci eravamo trovati d’accordo. «Non è alla tua altezza ed è troppo giovane», aveva sentenziato mamma. Mio padre si era astenuto da commenti così aperti, ma la sua totale mancanza di considerazione per il barista proletario era stata molto eloquente. Quando – dopo otto anni di vita insieme – Luca mi aveva lasciato per una cubista ventenne, il loro unico commento era stato: «Tanto doveva succedere. Meglio ora che dopo».
Dopo Luca era arrivato Italo. Neanche lui aveva ricevuto il favore dei miei. Andava bene l’età (quasi dieci anni più di me) e lo status sociale (manager affermato), meno bene che fosse separato e avesse un figlio. Sangue misto, per di più.

«La ex-moglie è davvero afro-americana?», domandò mia madre quando portai Italo in famiglia per la prima volta.
«Sì, mamma».
«… negra?».
«Mi pare evidente, mamma».
«Negra-negra, o mulatta?».
«Nera come il carbone».
«Oddio! E, il bambino?», mi chiese con orrore.
«Max, ha sette anni, somiglia al padre, è bellissimo e mulatto».
«Mulatto, quanto?».
«Mulatto–abbronzato», le risposi seccata mettendo in chiaro che la conversazione sull’argomento era chiusa. Meglio che non indagasse oltre e magari venisse anche a sapere che prima di essere la fidanzata ufficiale di Italo ero stata la sua amante per diversi anni.

Anche mia sorella Alessia non aveva un rapporto idilliaco con mamma e papà. A lei – vuoi perché era la piccina di casa, o per quella sua irresistibile ruffiana dolcezza – era stato concesso tutto ciò per cui io avevo dovuto sputare lacrime e sangue. Non per questo le cose erano andate meglio.
Delle sue scelte lavorative erano ancor meno entusiasti che delle mie, perché Alessia guadagnava poco e in modo discontinuo. Quanto a fidanzati – dopo l’operaio terrone, l’ambulante profittatore con tendenze violente e il personal-trainer spagnolo – quando infine era arrivato Isacco (ottima famiglia, istruito e proprietario di una storica galleria d’arte a Torino) nostra madre non aveva tardato a scoprire che era ebreo e aveva ripetuto la medesima sceneggiata del figlio negro di Italo.

Estratto da “Un fiume di guai” di Eleonora Scali

https://www.facebook.com/unfiumediguai

Amore globale

Ai cuori induriti
parlò d’amicizia,
sembrava
un giorno
come tanti altri,
sembrava
un uomo
come tanti altri,
fu così che
con atti semplici,
divenne
amore globale
per la storia
dell’umanità.

Predatore

Rapace come un falco scruta
attendendo il momento propizio
per rubare il cuore.