Archivio mensile: febbraio 2014

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COMUNICAZIONE – Ecco il vincitore del concorso!

Comunichiamo il nome del vincitore del nostro concorso Marzo 2014

Salvina Pizzuoli ha presentato vari testi di narrativa e saggistica che hanno avuto un buon numero di condivisioni e commenti, in particolare i pezzi tratti da “Quattro donne e una cucina” e i racconti brevi.

Salvina Pizzuoli scrive saggi brevi e articoli su varie riviste a carattere storico-letterario e su quotidiani. La sua collaborazione con Prosa e Poesia continuerà nella rubrica “Lettere all’Autore“.

A presto l’annuncio della pubblicazione di “Quattro donne e una cucina”

 

Lo staff di Prosa&poesia

L’Italico Stivale

Ha 150 anni l’Italico Stivale
dipinto di verde, di bianco e di rosso.
E’ il medesimo che calzò Garibaldi
a Teano
in quello storico incontro indelebile
che segnò la sua Storia.
Scrigno prezioso di un Popolo
dominato, lacerato e frazionato
che poi si é ritrovato
raccolto e riunito
in un unico Stivale,
dal Tricolore rinnovato.
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Guarda te con amore

Immagini
sia un sorriso,
è la dolce
contrazione
del suo viso.

Guarda te
con amore,
anche se
la sofferenza
provoca dolore.

Sa mettere ali
ai sogni;
qualcosa non va?
Ti procura felicità:
è tua madre.

Caro Amico

Caro Amico.

Ti scrivo questa lettera.

Lettera che mai riceverai.

Mi manchi come l’aria che da respiro

Mi manchi come l’acqua per dissetarmi

Mi manchi come il sole che riscalda

Mi manchi come la notte che coccola

Mi manchi come la luna che fa sognare

Mi manchi come le stelle luminose e belle

Mi manchi e ora so perché, non riesco a vivere senza di te.

Metempsicosis – La Preda (02)

Cominciò a pensare che in fondo si trovava lì, che ormai era certo che stava viaggiando in una dimensione totalmente sconosciuta, sapeva e sentiva di essere dove doveva essere ma senza saperne il perché. D’altra parte non era ciò che provava sulla Terra? E non era proprio questa paura a terrorizzarlo e a impedirgli di vivere sereno? Era stufo di tutto questo ragionare, pensare, analizzare, elaborare: basta, basta, basta! Gridò a se stesso, girò lo sguardo, vide un immenso prato verde, strisciò uno zoccolo per terra due o tre volte, come un toro prima dell’attacco. Cominciò a correre, il cuore pompava come un treno a vapore, la macchina perfetta del suo corpo cominciò a sbuffare ritmata. Viaggiava e rideva, Jack rideva, piangeva, libero mordeva la terra davanti a sé. La velocità era inusitata per un’abitudine umana e la pioggia scorreva sul suo corpo come su una macchina in autostrada.

Gioiva. Incredibilmente era felice, in preda a una sensazione che non pone domande ma è e basta, che rende liberi nel vivere il momento presente, scevri da ogni inquietudine. Avrebbe fatto il giro del mondo di corsa se fosse stato un immenso prato, ma la materia ha un limite e, anche se lo spirito ci spinge all’infinito, davanti al bosco si fermò.

Fitti alberi creavano un muro di buio, il residuo vento del temporale faceva ondeggiare gli immensi abeti scricchiolanti. Cosa fare? Dove andare? Erano tornate le domande, c’era da affrontare la realtà (qualunque cosa stiamo vivendo, quella è la realtà).
Cominciò a camminare lungo il perimetro del bosco, passeggiando riflessivo in cerca di uno stimolo che lo indirizzasse. D’un tratto si fermò, un rumore di movimento nel sottobosco lo intimorì, cercò di frugare con lo sguardo nei meandri della fitta vegetazione ma non vide niente.

A un tratto sentì abbaiare – saranno stati tre o quattro cani – e voci di uomini concitate che rimbombavano nel bosco. Jack/cervo non capiva, d’istinto la presenza di umani lo rasserenò ma capì subito che non erano certamente lì a campeggiare.

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Il grande coperchio

Senti uomo,
hai vissuto un evento
oltremodo emotivo,
sul quale hai messo
un grande coperchio,
per celare lo stress.

Vuoi chiudere gli occhi
sul dolore,
trattieni le lacrime,
piangi dentro
e non t’accorgi
che ti fa più male.

La torre campanara ed il castello

Imponente, massiccio, maschio lui
domina dall’alto.
Elegante, eretta, femminea lei.
lo guarda dal basso.
Sovrana, distaccata
eppur così presente e così dipendente
dalla di lui austera possanza.
Immobile lui, la domina e la corteggia
fino a sedurla.
In ogni istante pare sia lì per possederla,
anche se al tempo stesso pare immobile.
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Cavalchi una nube

Un esile
filo di seta
avvolge
il tuo amore,
che t’ha cucito
addosso
un abito
con troppe
toppe.

Cavalchi
una nube
per giungere
a lui,
poiché vivi
nel soffice
e tribolato
mondo
delle nuvole.

Se si spezza
la trama,
riannodare
il filo
e rammendare
sarà un’utopia;
credimi,
non è l’usato
sicuro.

Si vivono attimi di felicità

Si vivono attimi di felicità, il resto è monotonia.

Si vivono attimi di felicità, il resto è assurda follia.

Si vivono attimi di felicità, il resto è silenzio.

Si vivono attimi di felicità, il resto è solitudine.

Si vivono attimi di felicità, il resto sono corse frenetiche.

Si vivono attimi di felicità,il resto sono abitudini.

Si vivono attimi di felicità,il resto ha un sapore indecifrabile.

Si vivono attimi di felicità che restano nel cuore.

Tutto il resto scivola via

Metempsicosis – La Preda (01)

Jack dormiva profondamente e sognava una cascata di pioggia.
Bagnato fradicio si rotolava per terra, un percorso onirico assurdo ma quasi reale. Si rigirava nel letto immaginario, lenzuola zeppe d’acqua lo avvolgevano in una morsa fredda, cercava di svegliarsi ma non ci riusciva.
Il sonno: automatico spegnimento dello stato di coscienza, ingresso in uno “spazio altro”. Jack negli ultimi anni non aveva dormito molto. Le sue feste e i suoi eccessi lo avevano reso un automa.
Dal sonno passò al dormiveglia; come nel letto d’amore con Laura, cominciava a sentirsi ma non riusciva a svegliarsi e l’oscillazione tra il sogno e i pensieri reali si fece incessante. Pensava confuso ai momenti con Laura, al suo profumo, a quell’estasi che solo le anime che danzano insieme sanno provare. Pensava alla propria solitudine, al marcio che lo atterriva, alle lacrime che avrebbe voluto versare; ma era soprattutto la stanchezza a turbarlo, la stanchezza di un viaggio assurdo senza un tempo e senza un’apparente via d’uscita.
Jack da piccolo era stato un bambino affettuoso, sensibile e attratto dalle persone sofferenti ma la sua bontà, la voglia di aprirsi e concedersi lo aveva reso vulnerabile al mondo e alle sue invasioni. Cominciò a chiedersi se vi fosse mai stata una ragione per la sua autodistruzione. Le dinamiche familiari erano alla base del conflitto interiore ma anche il suo spirito si era ammalato, perché quando si cerca un amore assoluto per la vita, ci si rende conto (appena si cresce) di quanto l’uomo ne sia distante e pericolosamente affamato.
Jack cominciava a pensare che forse non aveva senso ancorarsi al passato. Ora era lì, in un mondo sconosciuto, senza una via da percorrere, solo, abbandonato al non-senso. Era morto ma continuava a interrogarsi come se lo fosse davvero e questo rendeva tutto così assurdo… In realtà non era meno assurdo di quanto non lo fosse stata la vita terrena.
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