Archivio annuale: 2013

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Metempsicosis – Pausa (02)

Preso dalle meraviglie della Via Lattea, Jack girò lo sguardo verso il bordo della galassia e lì si spalancò il vuoto delle distanze, il luccichio di miliardi di galassie vicine e lontane, l’amara splendida realtà di una solitudine che non è assenza, dove l’irrinunciabile desiderio di scoperta insito nell’uomo spinge a capire, come nei mari alla scoperta delle Americhe, come nella conquista di vette di montagne impossibili, come nella realizzazione e nell’esplorazione delle profondità dell’inconscio, dell’infinito mondo della scienza e dello spirito. Tutto riportava alla sensazione di oscuro conoscibile che Jack stava provando davanti a un’inspiegabile attrazione costruttiva di senso.

Ripensò a un regalo di compleanno. Aveva dieci anni, sua madre gli regalò un cannocchiale sufficiente a vedere chiaramente i crateri lunari. Lo stupore di Jack lo portò a trascorrere intere serate a contemplare in uno stato di fuga dalla realtà, avvicinava l’occhio al mirino e si chiudeva in quelle immagini di silenzio aprendosi a un’altra dimensione. La luna illuminata dal sole pareva brillare di luce propria, la luna per Jack aveva un’anima e questa presenza gli dava modo di sentirsi meno solo.

La solitudine era sempre stata presente nella sua vita dopo che suo padre se ne era andato. Viveva con la madre Pamela Robson e il suo compagno Arthur Break. Si erano conosciuti durante un incontro per affari: lui rappresentante di scarpe, lei rivenditrice e proprietaria da generazioni di un negozio di abbigliamento che aveva chiamato “Cuore d’Oro” in pieno contrasto con la propria incapacità di donare affetto. Una vita dura la sua, fatta di illusioni d’amore e di speranze d’emancipazione.

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I parlanti

Lo specchio
che riflette
la fragile dignità
dell’umana specie,
fin qui bistrattata,
consente ai parlanti
di professar libero verbo
nell’habitat nostrano.

Ovvero,
tra il il piano
della formulazione linguistica,
e il piano dell’agire,
s’accosta il proverbio
tra il dire e il fare…
noto piedistallo teorico
privo di fatti.

Il Re di Maggio (12)

Questa, mi è venuta in mente, ascoltando la conclusione di Jules, mi sembra possa calzare. Ma quel poeta maledetto, da dove le tira fuori. Forse, la sa più lunga di quello che lascia ad intendere. In fondo, come fai a credere. Il fatto di conoscere molta gente, che parla di esoterismo e di tante altre cose strane, mi lascia un po’ perplesso. Sicuramente esiste ancora gente che ha acquisito la fede, li riconosci dagli occhi, una pace, una tranquillità disarmante. Sono come degli agnelli, così dobbiamo essere. Seguire il buon pastore, non vuol dire seguirne uno qualsiasi. Non possono esserci dei pastori per necessità, ma per ben altre ragioni. Mentre loro tacciono. Il silenzio, non è nel vento, non è negli occhi di chi è contento. Riusciremo a far tacere quella coscienza, costruita su castighi ancestrali, plasmabile, alle volte scomoda? Chissà, chi fu a scegliere per noi. Come, se fin dall’inizio, ci fosse stato solo un…

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Non sempre decidere vuol dire scegliere

Non sempre decidere
vuol dire scegliere.
A volte è solo una rinuncia.
Altre, solo un prolungare
la sofferenza.
Considerando che spesso e volentieri
proviamo a capire
gli altri
solo per un nostro tornaconto,
considerando che ci sforziamo
di capire
gli altri
senza conoscere veramente
noi stessi,
concludo dicendo che
la comprensione è una estrema forma di egocentrismo.

Firenze in una Guida Pineider del 1906

Il titolo è Guida manuale di Firenze e de’ suoi contorni, l’editore ha un nome noto, Francesco Pineider, l’anno di edizione è il 1906, il costo 1 lira. All’interno, su carta patinata e colorata, alcune pubblicità di esercenti privati colpiscono per l’uso dei termini come  Lung’Arno,  ancora  apostrofato o per l’indicazione, solo in poche, del numero di telefono composto spesso di sole tre cifre. Segue quindi una prima parte indicata con Piccola guida commerciale dove scopriamo che a Firenze ci sono più alberghi e ristoranti e pensioni e teatri che librerie o caffè o pasticcerie; in questa sezione, in rigoroso ordine alfabetico,   appare una voce oggi insolita, Pittori nella quale spicca Fattori prof Giovanni, via Cavour 72, lui, proprio lui, il grande macchiaiolo.

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Metempsicosis – Pausa (01)

PAUSA

…che Jack temeva con terrore sarebbe durata a lungo; di sicuro non avrebbe potuto sopportare quella condizione di claustrofobica e solitaria esistenza per un tempo di durata incerta.

Pausa, una pausa che non sapeva di provvisorio. Jack si sentiva come un topo con cui il gatto giocherella nella certezza di aver fatto sua la preda. Ogni azzannata di consapevolezza penetrava tra le costole del pensiero insidiando gli organi vitali della sua Fede, della sua speranza, del nord magnetico che punta alla salvezza.

La Fede: Jack conosceva quella sensazione che fa sentire guidato ma partecipe di un disegno, quella spiritualità che aveva sentito nei suoi percorsi parrocchiali dove la religione, seppur con le proprie ipocrisie graffianti, concedeva un canale all’espressione di ciò che è ontologicamente in noi e che governa l’istinto e poi i sensi di colpa generati da quella stessa dottrina che vorremmo definire Dio.

Lì l’allontanamento dalla Fede, la colpa, il peccato, il giudizio e con tutto ciò l’annientamento di sé e della propria personalità affiorava in quel momento, in quel corpo morto che, nel frattempo, le guardie carcerarie stavano trasportando all’obitorio del penitenziario in attesa di un parente o di un amico che volesse dare l’ultimo saluto.

Per Stewart questo non sarebbe stato possibile, nessuno aveva un pensiero per lui e, sebbene sia umanamente comprensibile l’abbandono di una belva, quel silenzio dell’obitorio pareva comunque piangere il volo di un essere umano solo.

Jack cominciava a impazzire; poi tornò il desiderio di calma, il tentativo di autocontrollo che in tutta questa esperienza lo aveva tenuto in sé, dicendosi continuamente che sarebbe finito tutto e che, qualunque fosse il significato di questa esperienza, sarebbe arrivato dove il suo sentire lo proiettava. E cominciò a pregare, niente di liturgico ma solo un parlare al proprio cuore di essere umano, immagine metaforica che (mai come in quel momento) contrastava con l’immobilità del muscolo vitale di Stewart, morto ormai da un’ora.

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L’immagine di te

Non offuscare l’immagine di te,
devi conquistare il concetto
della tua importanza,
la capacità d’agire,
la fiducia, il senso di sicurezza.

Indi, la possibilità di manifestare,
senza indugio,
un giudizio realistico;
devi passare attraverso il tuo corpo
con l’anima.

Guardati, anzi vediti
per riorganizzare
la tua personalità,
alla ricerca dell’autostima perduta,
del giusto equilibrio.

Il Re di Maggio (11)

Come vorrei, dimenticare, uscire, recuperare il mio abito e andarmene lontano. Cosa mi lega a tutto questo, il destino, forse l’ambiguità, o probabilmente l’inedia. Meglio finire la rossa, senza troppa fretta e poi via a casa, domani si vedrà. Però, sono uscito con la speranza o la sensazione che qualcosa mi aspettasse. Questa notte non è forse in grado di regalarmi almeno una speranza? Quello sì, sarebbe un bel regalo per finire la serata in modo splendido, è appena entrata Tabhoté, una bella donna, dalle lontane origini Africane. Non è nera né mulatta, ma si può dire che la sua pelle non sia bianca come la neve. Con nostalgia ricorda quel magico continente. Sembra soffrire, come molti che ci sono andati, di mal d’Africa. Con lei parlo volentieri è molto simpatica, conosce un sacco di vecchie storie e antiche tradizioni dai costumi ormai dimenticati.

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Secondo Platone

Cari politici,
voi sareste
l’”anima razionale”
della società
che,
secondo la convinzione
platonica,
deve sovraintendere
all’attività dell’uomo
e governare?
Scusate la mia contrarietà,
ma ritengo che
George Orwell
vi abbia fotografato meglio:
dei porci che,
a costo di comandare
camminano su due gambe
e grugniscono
frasi incomprensibili
ma ammalianti.

Come ti chiami?

Chi si porta addosso il fardello di un nome scomodo, sa bene di cosa parlo.
Ovviamente come tutte le convenzioni umane, un nome non è in assoluto un bagaglio difficile né in tutti i tempi né in tutti i luoghi perché risente della mentalità, delle mode, ma anche della storia e del luogo in cui vive il soggetto che lo porta e con esso si immedesima.

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